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Quanti sono gli iscritti al sindacato in Italia?

Secondo le stime, in Italia circa un lavoratore su tre è membro di un sindacato. In calo rispetto al passato, il dato è tra i più alti in Europa. Ma uno studio suggerisce che gli iscritti potrebbero essere meno, pur considerando le organizzazioni di base.

Come contare gli iscritti

Uno dei modi più usati per determinare la forza del movimento sindacale di un paese è contare il numero dei suoi iscritti. Un sindacato forte conterà fra le sue fila la maggior parte dei lavoratori e sarà in grado di mobilitarli per ottenere benefici da stato e imprese, uno debole, invece, avrà una scarsa adesione e potrà al massimo ambire a limitare abusi o licenziamenti.

Ma come si misurano gli iscritti al sindacato in Italia? E soprattutto, quanti sono? Le stime più accreditate finora in circolazione sono quelle prodotte dall’Ocse in collaborazione con Jelle Visser. Nel caso italiano, si basano esclusivamente sulle dichiarazioni delle tre maggiori confederazioni sindacali – Cgil, Cisl e Uil – che riportano separatamente il loro numero di lavoratori attivi e pensionati iscritti. Sommando il numero dei lavoratori attivi sindacalizzati delle tre confederazioni e dividendo per il totale dei lavoratori dipendenti si ottiene il tasso di sindacalizzazione nel paese. Secondo queste stime, in Italia, circa un lavoratore su tre è membro di un sindacato. Sebbene inferiore al passato, il numero rimane fra i maggiori in Europa, dietro solo ai paesi scandinavi e al Belgio.

In una recente pubblicazione con Cyprien Batut e Ulysse Lojkine abbiamo adottato un diverso approccio ricostruendo il tasso di sindacalizzazione partendo da microdati. In Italia manca un sondaggio con campione ampio e rappresentativo contenente una domanda sull’adesione al sindacato, abbiamo perciò utilizzato tutte le indagini realizzate per altri scopi che però contengono tale informazione. Queste indagini sono state realizzate da enti diversi e comprendono l’Eurobarometro, l’European Social Survey (Ess), l’International Social Survey Program (Issp) e sondaggi post-elettorali resi disponibili dalla fondazione Cattaneo (Itanes). Sono tutti campioni relativamente piccoli, quindi abbiamo deciso di aggregarli ogni cinque anni per limitare la variabilità delle stime dovute a errori campionari o distorsioni statistiche. Infine, ci siamo limitati a studiare esclusivamente i lavoratori dipendenti attivi, così come viene fatto per le stime Ocse/Ictwss, poiché sono tradizionalmente questi i membri più importanti del sindacato.

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La figura 1 riporta il risultato dell’esercizio (punti in verde) insieme alla serie Ocse/Ictwss (punti in rosso).

In generale, le stime Ocse/Ictwss e quelle basate sui dati campionari tendono a evolvere in maniera simile fino agli anni Novanta. Una netta divergenza appare invece a partire dai primi anni Duemila. Da questo momento, le nostre stime sono oltre 10 punti percentuali inferiori a quelle Ocse/Ictwss. Ciò significa che, stando ai microdati, il calo di lavoratori iscritti ai sindacati italiani sarebbe continuato anche negli ultimi decenni. Il risultato è che soltanto un lavoratore su 4, o addirittura uno su 5, sarebbe iscritto al sindacato: molto meno di quanto si creda adesso, anche se resta ancora una percentuale più alta rispetto agli altri grandi paesi europei.

Figura 1 – Evoluzione del tasso di sindacalizzazione in Italia 1960 – 2019

Necessari dati più certi

Poiché non disponiamo di un campione ampio o di dati amministrativi, è impossibile determinare con certezza quale fra le due serie sia più vicina alla reale evoluzione del tasso di sindacalizzazione nel paese. Esistono però alcuni elementi che ci fanno credere che le nostre stime siano più fedeli alla realtà.

In primo luogo, alcuni dei campioni usati (Ess, Issp) danno stime dei tassi di sindacalizzazione abbastanza corrette in altri paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti negli stessi anni in cui le serie divergono per l’Italia. Non è chiaro perché dovrebbero sistematicamente sottostimare lo stesso oggetto soltanto in Italia e soltanto per un certo lasso di tempo.

Secondo, nel 2017 l’Inps riportava un tasso di sindacalizzazione del 25 per cento nelle imprese di Confindustria, molto più basso del 40 per cento dichiarato dalle tre maggiori confederazioni, ma in linea con la nostra stima per l’intero settore privato, intorno al 20 per cento.

Terzo, una misura alternativa della forza del movimento sindacale, l’adesione dei lavoratori agli scioperi, avrebbe anch’essa subito una riduzione strutturale nella seconda metà degli anni Novanta secondo la serie ricostruita dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo).

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Infine, la ritrosia dei maggiori sindacati a mettere in pratica il testo unico sulla rappresentanza del 2013, che prevedeva, fra le altre cose, la certificazione da parte dell’Inps del numero di iscritti a ogni sindacato a livello nazionale, può indicare una paura di scoprire le reali dimensioni della propria organizzazione in relazione alle altre. Tra l’altro, le nostre stime sono inferiori a quelle Ocse/Ictwss nonostante includano almeno a priori, a differenza di queste, tutti le possibili sigle sindacali e non solo le tre confederazioni maggiori.

La speranza è che si possa presto fare affidamento su dati certi o campioni più grandi per fugare i dubbi che ancora restano, ma anche per capire che peso hanno i sindacati autonomi, oggi totalmente omessi dalle stime Ocse/Ictwss, nel quadro delle relazioni industriali italiane. Il problema dei contratti pirata firmati da sigle sindacali di dubbia rappresentatività è un incentivo per le organizzazioni maggiori a dare seguito agli accordi del 2013.

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  1. Savino

    Gli iscritti al sindacato sono molti meno di quello che si pensa. Gli attivi nel sindacato sono ancora meno. E, nella maggior parte dei casi, si tratta di pensionati. La grande truffa del giuslavorismo italiano è avere una casta che non si occupa dei lavoratori, che favorisce il precariato e i licenziamenti al suo interno, che non è un’associazione iscritta come prevederebbe la Costituzione, che non pubblica i propri bilanci. In Italia i sindacati sono solo CAF e Patronati, l’altra faccia della medaglia delle truffe sul RdC.
    E’ ben capito perchè sono 30 anni che il potere d’acquisto dei salari non recupera, perchè il precariato aumenta, perchè non c’è la sicurezza dovuta sui posti di lavoro e perchè non c’è meritocrazia sui posti di lavoro e perchè tantissime categorie di lavoratori hanno i contratti scaduti in emergenza salariale.

    • Vincent

      E’ evidente che i sindacati sono un’altra organizzazione del sistema mafioso delinquenziale che favorisce, come in tutte le massonerie e sette varie, i loro capibastone e non i lavoratori.
      Altrimenti non si perderebbero tutti questi posti di lavoro per il trasferimento di aziende in paesi dell’ est europa in concorrenza fiscale a loro favore.

  2. Andrea Guarducci

    Le situazioni sarebbero più chiare se il Parlamento facesse la legge sulla rappresentanza e quella sull’erga omnes.
    L’accordo del 2013 è inapplicato perché le aziende non forniscono i dati all’INPS. C’è anche molta reticenza da parte delle associazioni datoriali nel fornire i dati all’istituto sui propri iscritti.
    La mia esperienza di sindacalista mi fa dire che si gli iscritti attivi (lavoratori dipendenti) sono un numero inferiore del dichiarato. C’è anche da sottolineare come molti iscritti lo siano attraverso la disoccupazione (NASPI) e quindi non per l’intera durata prevista per Legge ( massimo 2 anni se con una anzianità di lavoro di 4) Discorso diverso lo si dovrebbe fare per i pensionati.
    La legge sulla rappresentanza risolverebbe tutti i problemi e l’erga omnes quello dei salari minimi
    Poi ci dovrebbe essere una diminuzione drastica dei contratti nazionali

  3. Fausto Tagliabue

    Alcune categorie sindacali (ad esempio nel commercio) fanno tessere brevi manu con il costo di poche decine di euro (e non con il valore dell’1% della paga base) tanto campano dei soldi della bilateralità

    • Guido

      Nel caso della gestione del Fondo integrativo poligrafici (Fiorenzo Casella), cogestito da sindacati e editori, già da tre anni commissariato, gli iscritti stanno ancora aspettando di sapere che fine hanno fatto i loro soldi. Quando se ne occupo Report, il responsabile CGIL, alla intervistatrice che faceva notare come gli iscritti si fidavano dei sindacati, rispose che anche lui era un lavoratore e controllava la busta paga. Della serie: “Colpa vostra che vi siete fidati”…

  4. Firmin

    La PA, di cui l’Inps fa parte, è soggetta al cosiddetto FOIA, dlgs 97/2016, che dà diritto a chiunque di accedere agli atti, anche per pura curiosità. Qualcuno potrebbe chiedere conto dei bonifici dell’inps ai diversi sindacati…e il problema della misurazione della rappresentanza sarebbe risolto, almeno a livello generale. Resterebbe il problema di valutare la rappresentatività settoriale e territoriale, ma ci si può lavorare

  5. Giuliano

    Mi piacerebbe veder pubblicati gli stipendi e anche le pensioni dei vari sindacalisti di tutte le confederazioni (stipendiati e/o pensionati delle stesse). Loro no hanno i problemi che abbiamo noi che li finanziamo con le nostre trattenute; vivono bene limitandosi a sbraitare ogni tanto in qualche comizio o in qualche studio televisivo. Vorrei conoscere anche i loro patrimoni personali. I nostri, come lavoratori e pensionati, sono alla luce del sole e veniamo ultra tassati fino all’ultimo centesimo. Noi paghiamo le tasse sui soldi che guadagniamo, sui soldi che spendiamo, paghiamo le tasse sugli acquisti, e poi paghiamo su quello che possediamo che abbiamo comprato con i soldi precedentemente tassati. Di questo si deve interessare il sindacato.

    • B&B

      Bravo Giuliano, condivido tutto.
      Hai centrto il problema.
      In Italia politici e sindacalisti hanno sostituito la nobiltà. Si proprio quella ante rivoluzione francese.
      Preferisco pero’ quella precedente per l’indipendenza americana, scatenata nel 1773 a Boston dai coloni inglesi riuniti nella Old South Meeting House, contro le tasse di RE Giorgio III d’Inghilterra.

  6. Francesco

    In Paesi forti, come la Germania e la Scandinavia, ci sono sindacati forti. Il calo degli iscritti dovrebbe preoccupare più i lavoratori italiani che i sindacati, perché è un segnale di debolezza del Paese.

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