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Reddito di cittadinanza, i numeri di un’esperienza chiusa

Quanti e chi sono stati i beneficiari del Reddito di cittadinanza? Un’analisi della misura eliminata dal governo per capire l’area geografica di residenza, la cittadinanza di chi lo ha richiesto e la presenza o meno di minori e disabili in famiglia.

Il Reddito di cittadinanza e le misure che lo sostituiscono

Con il primo accredito mensile dell’Assegno di inclusione, il 26 gennaio, può dirsi definitivamente conclusa l’esperienza del Reddito di cittadinanza (che diventa Pensione di cittadinanza se in famiglia tutti hanno almeno 67 anni), la misura di politica attiva del lavoro e di contrasto della povertà in vigore dall’aprile 2019 al dicembre 2023. A prenderne il posto sono ora il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl) e l’Assegno di inclusione (Adi).

È ancora presto per avere un quadro attendibile dell’impatto delle nuove misure, anche se i primi dati sembrano confermare le previsioni di una notevole riduzione nel numero di beneficiari rispetto al Rdc. Più utile in questa fase, invece, può essere una valutazione dell’andamento temporale dei trasferimenti erogati nel quadriennio in cui sono stati in vigore Reddito e Pensione di cittadinanza, disaggregando il numero dei nuclei beneficiari per alcune caratteristiche socio-demografiche, come l’area geografica di residenza, la cittadinanza del richiedente e la presenza o no di minori e di disabili in famiglia.

I numeri di chi lo ha percepito

Stando ai dati dell’Osservatorio statistico dell’Inps (figura 1), tra aprile 2019 e luglio 2021 il numero delle famiglie che hanno ricevuto il Rdc/Pdc è più che raddoppiato, fino a un massimo di 1,4 milioni. Luglio di due anni dopo (2023) è l’ultimo mese nel quale il Reddito di cittadinanza è rimasto una misura di carattere universale, perché dal mese successivo non potevano più riceverlo le famiglie (eleggibili per il neonato Sfl) in cui non fosse presente almeno un minore, un disabile o una persona di 60 anni e più. A luglio 2023 il numero di nuclei percettori di Rdc/Pdc è stato poco sopra il milione. Nella seconda parte del 2023 si dovrebbe quindi notare un cambiamento nelle caratteristiche dei residui beneficiari del Rdc/Pdc, che dovrebbero risultare più simili ai nuclei che possono ottenere l’Adi. Alla fine del 2023 il numero di famiglie con Rdc o Pdc si è ridotto a circa 722 mila, il 2,8 per cento delle famiglie italiane.

Figura 1 – Numero di famiglie beneficiarie del Reddito di cittadinanza (Rdc) e della Pensione di cittadinanza (Pdc) in Italia

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Gran parte della riduzione del numero dei beneficiari tra metà 2021 e metà 2023 è probabilmente da attribuire alla ripresa economica post-Covid. Il maggior calo registrato nel Centro Nord (tabella 1) può essere dovuto al fatto che la ripresa è stata più intensa in queste regioni rispetto al Sud, anche se i dati di contabilità nazionale dicono che il tasso di crescita tra 2020 e 2022 è stato solo leggermente più alto nelle zone centro-settentrionali. Un’altra ragione può consistere nella maggiore vicinanza al mercato del lavoro dei beneficiari del Rdc residenti nel Centro-Nord per età media, titolo di studio, o anche assenza di reti di protezione familiare su cui contare, visto che gli immigrati vivono in gran parte proprio in quelle regioni. Da questi dati pare quindi che l’elasticità dell’offerta di lavoro dei poveri al ciclo economico sia superiore al Centro-Nord.

Tra luglio 2023 e dicembre dello stesso anno, invece, più che alla ripresa economica, la riduzione del numero dei beneficiari è verosimilmente dovuta alla cancellazione del Rdc per alcune tipologie di famiglie e all’avvio della riforma. La più forte intensità del calo nel Centro-Sud ci dice che tra i beneficiari del Rdc/Pdc in queste regioni era maggiore la quota di nuclei familiari di piccola dimensione, con persone non ancora anziane e senza figli, che dal 1° settembre 2023 potevano contare sul Sfl, ma non più sul Rdc. 

Tabella 1 – Famiglie beneficiarie del Reddito di cittadinanza e della Pensione di cittadinanza per macro area

La cittadinanza

Se suddividiamo i beneficiari per cittadinanza del richiedente (tabella 2), sembra che la ripresa economica abbia avuto un effetto positivo molto più ampio sulle condizioni di vita degli extracomunitari, che sono usciti dalla misura in proporzione molto maggiore rispetto alle famiglie di cittadini italiani. L’effetto delle nuove regole introdotte nella seconda metà del 2023 è invece controintuitivo: le famiglie straniere sono in media più giovani di quelle italiane e quindi più probabilmente con figli minori a carico, cosicché molte di loro avrebbero potuto continuare a ricevere il Rdc. Eppure, la riduzione percentuale del loro numero nella seconda metà del 2023 è stata simile alla media complessiva, tanto è vero che a fine anno più di nove famiglie su dieci che beneficiavano del Rdc erano composte da cittadini italiani. Possibile che in questo caso gli effetti della ripresa economica abbiano prevalso su quelli di segno opposto derivanti dall’avvio della riforma. 

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Tabella 2 – Famiglie beneficiarie del Reddito di cittadinanza e della Pensione di cittadinanza per alcune caratteristiche

La presenza di minori

Disaggregando i nuclei in base alla presenza o meno di minori, si conferma come la ripresa economica abbia favorito soprattutto le famiglie con minorenni, verosimilmente con adulti di età più bassa rispetto ai nuclei senza minori e quindi più occupabili. Le nuove regole associate all’istituzione del Sfl da agosto 2023 hanno, come previsto, determinato l’uscita di molte famiglie senza minori, che comunque continuavano, a fine 2023, a rappresentare la grande maggioranza (65 per cento) dei nuclei beneficiari di Rdc/Pdc.

Infine, come prevedibile, la ripresa economica ha avvantaggiato di più i nuclei senza disabili che quelli in cui sia presente almeno un disabile. Nella parte finale del 2023 l’effetto si è rinforzato, determinando una riduzione ancor più marcata dei nuclei beneficiari di Rdc/Pdc senza disabili rispetto agli altri. Se confrontata con quella del 2021, la percentuale di famiglie con disabili sul totale delle famiglie beneficiarie del Rdc/Pdc è così cresciuta dal 17 al 25 per cento.

In sintesi, il periodo di continua riduzione del numero dei beneficiari del Rdc tra metà 2021 e fine 2023 può essere suddiviso in due intervalli:

– tra metà 2021 e metà 2023 la ripresa post-Covid ha favorito l’uscita dal Rdc soprattutto di famiglie giovani, con minori, senza disabili, residenti al Centro-Nord e di cittadinanza non italiana.

– nella seconda metà del 2023 si avvertono le conseguenze della riforma: il numero di beneficiari diminuisce soprattutto nel Mezzogiorno e tra i nuclei “occupabili”, cioè senza minori né disabili (non abbiamo il dato per classe di età).

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Per gli enti di governo d’ambito è ora di diventare grandi

  1. Mahmoud Abdel

    Una grande differenza tra RDC ed assegno di inclusione attuale sta nei controlli preventivi e non successivi a campione. Questo disincentiva i “furbetti” (criminali) che non hanno i requisiti a presentare comunque domanda e godere degli assegni comunque per qualche tempo, sino a che qualcuno se ne accorge e chiede la restituzione di quanto indebitamente percepito che non avverrà mai. Per questo anche più marcata è la contrazione di domande di stranieri (che in realtà hanno un forte paletto ulteriore per poterne avere davvero diritto) e persone senza disabilità (più sofisticato sarebbe stato apparire anche come disabile senza già godere già allora sempre fittiziamente di sussidi specifici).

  2. Savino

    Si continua a mandare indietro le persone, per poi cercare di aiutare chi, di conseguenza, il modello sbagliato ha lasciato indietro. In realtà, nessuno è inoccupabile, in presenza anche di leggi a favore di categorie speciali, e a tutti può essere garantita la dignità di un lavoro. La sconfitta della povertà parte dal risolvere il vero problema che è quello della mancanza di politiche attive per il lavoro e di luoghi di incontro tra domanda e offerta, laddove si lascia che l’ inoccupato o disoccupato faccia da sè, con lo strapotere della rete di conoscenze private, che seleziona male le risorse umane, poichè non meritocratico.

  3. Gaetano Proto

    Tra luglio 2021 e luglio 2023 non c’è stata solo la rpresa post-Covid di cui parlano gli autori, ma anche una fiammata inflazionistica (+8,4% nel 2022). Questa ha sicuramente inciso sulla platea dei beneficiari non nullatenenti del RdC, dato che questo non prevedeva alcuna indicizzazione dei limiti di reddito per avere accesso (uno dei vari limiti del provvedimento, tra i quali anche la sopravvalutazione della condizione economica delle famiglie con minori, paradossale visto che sono quelle a più alta incidenza di povertà assoluta).
    Dato che il neonato AdI non è stato basato su alcuna analisi seria, documentata e pubblica dei limiti del RdC, ovviamente ripropone pari pari sia la mancata indicizzazione, sia la sopravvalutazione della condizione economica delle famiglie con minori, anche se in modo meno appariscente perché queste ultime figurano tra i potenziali “salvati” dall’AdI e non tra i “sommersi” non bisognosi di tutela perché definiti a tavolino “occupabili”.
    Questi “sommersi” dovrebbero in teoria essere coperti dal SFL, ma anche se mancano dati tempestivi (pare al momento bassissimi) è chuiaro che non esiste alcun automatismo in tal senso, e che nel migliore dei casi allo scadere dei 12 mesi rnon rinnovabili di SFL chi per avventura non avesse risolto la propria condizione (non solo trovando un’occupazione stabile, ma ricevendone un reddito superiore alla soglia di povertà) finisce per davvero sott’acqua, come ha notato subito l’OCSE che di lavoro e povertà ci capisce. Quindi AdI + SFL non garantiscono affatto l’universalità del RdC, come potrebbe sembrare dai rapidi accenni degli autori.

  4. Gaetano Proto

    (inflazione 2022: +8,7%, non +8,4%)

  5. Firmin

    In Italia è relativamente recente la storia dei sussidi di povertà e degli incentivi a trovarsi una occupazione. Eppure in una decina di anni la parte presumibilmente più debole della popolazione è passata attraverso almeno tre regimi diversi. Visto che l’uscita da una condizione di povertà è un processo lungo e dall’esito incerto, ci si aspetterebbe una certa continuità degli strumenti per favorirla. A puro titolo di confronto, negli USA lo EITC, che è uno stretto parente del RdC, è rimasto praticamente immutato dagli anni settanta, superando amministrazioni di ogni colore, comprese quelle di Reagan e Trump. Posto che sono presumibilmente pochi i poveri e i nullafacenti volontari, ci si aspetterebbero anche misure che incidano sia sull’offerta che sulla domanda di lavoro per il segmento più critico della popolazione. Altrimenti “incentivare” la sola offerta con tagli ai sussidi non risolve il problema dei working poor e fa diminuire i rispettivi salari. Che sia questo il vero obbiettivo del governo?

    • Mahmoud Abdel

      In Italia sono pochi i poveri e nullafacenti volontari, quasi nessuno. Molte, fisiologicamente troppe, sono purtroppo le persone che lavorano in nero o vivono di reati, come logico che sia se vivono da sole, hanno tra i 18 ed i 59 anni e sono privi di patologie mediche.

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