Svolgono ruoli e compiti sempre più cruciali nella gestione dell’acqua. Gli enti di governo d’ambito hanno perciò bisogno di uno status giuridico nuovo, che consenta loro di esercitare le funzioni di indirizzo, regolazione e controllo a cui sono chiamati.

Enti di governo d’ambito: un ruolo centrale nel futuro dell’acqua

Nati nel 2012 sulle ceneri delle Autorità di ambito territoriale ottimale, gli enti di governo d’ambito assumono questo nome con il decreto “Sblocca Italia” nell’estate del 2014: quella che in prima battuta può sembrare una mera questione di etichetta si rivela col tempo un vero e proprio cambio di pelle.

Gli enti di governo d’ambito (Ega) sono enti pubblici, agenzie delle regioni o degli enti locali, a cui è affidato il compito di organizzare la gestione dell’acqua negli ambiti territoriali ottimali (Ato), la porzione del territorio in cui il servizio può essere gestito in modo ottimizzato, cioè coerente con le caratteristiche del territorio stesso e in modo da raggiungere le economie di scala: nel caso dell’acqua, la sua estensione deve essere almeno pari a quella della provincia o della città metropolitana.

Negli ultimi dieci anni, le responsabilità degli Ega sono costantemente aumentate, per ampiezza e profondità dell’azione, richiedendo sempre maggiori competenze specialistiche e un approccio multidisciplinare.

Quando l’Autorità di regolazione energia, reti e ambiente (Arera) ha assunto le competenze di regolazione del settore idrico (2012), agli Ega è stato demandato il compito di affiancarsi all’Autorità nell’esercizio di funzioni via via più complesse. Dall’introduzione della regolazione tariffaria, la tariffa dipende in modo stretto dagli investimenti e dalla qualità del servizio e impegna gli Ega a indicare i percorsi e gli obiettivi, con la possibilità di introdurre standard migliorativi e aggiuntivi del servizio e a controllarne quindi il rispetto da parte dei gestori affidatari. Più di recente, agli Ega è stato affidato anche il compito di coordinare i progetti finanziati da programmi pubblici, come il Piano nazionale di ripresa e resilienza e il Piano nazionale di interventi infrastrutturali, e la messa in sicurezza dell’approvvigionamento idrico (Pniissi): tutto ciò porta gli Ega a esercitare anche funzioni di programmazione sempre più ampie. Si tratta di compiti che richiedono competenze e professionalità di tipo tecnico, giuridico ed economico, sempre maggiori.

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Nei prossimi anni, la gestione dell’acqua è altresì chiamata a nuovi e ambiziosi obiettivi: dare attuazione alle direttive europee in materia di salvaguardia e controllo delle acque potabili, gestione delle acque reflue, economia circolare, In questo contesto, continuità degli approvvigionamenti, controllo degli inquinanti, trattamenti di potabilizzazione e depurazione più spinti, decarbonizzazione, messa in sicurezza delle città dagli allagamenti sono solo alcune delle sfide che abbiamo di fronte. 

Mancano competenze tecniche e specialistiche

L’Associazione nazionale degli enti d’ambito ha promosso uno studio per fare il punto sullo stato dell’arte dell’operatività degli Ega, indicare i punti di forza e le criticità, trarre indicazioni che potranno essere utili per formulare proposte nella revisione del Codice dell’ambiente che è alle porte.

Lo studio ha analizzato il grado di maturità degli Ega nell’esercizio delle funzioni di indirizzo, regolazione e controllo. Vi hanno partecipato 36 enti che rappresentano 47 milioni di abitanti residenti serviti, pressoché la totalità di quelli operativi.

Ne emerge un quadro in cui, a dispetto del ruolo che sono chiamati a esercitare, gli Ega sono deficitari di personale sia per le mansioni di natura amministrativa sia per quelle di natura tecnica e specialistica. Rispetto all’organico previsto, circa il 30 per cento delle posizioni è attualmente vacante, a testimoniare la crescente difficoltà a selezionare e trattenere le competenze nei ruoli tecnici: un dipendente su quattro esercita mansioni non coerenti con il titolo di studio conseguito, chiamato ad assumersi responsabilità a cui non corrisponde un riconoscimento adeguato, economico e di ruolo.

Gli Ega sono ancora inquadrati come enti locali, ma è arrivato il momento che superino questo assetto e i vincoli che pone in termini di assunzioni, inquadramento del personale e incentivi. Mai come oggi, gli Ega devono essere in grado di attrarre personale qualificato all’altezza del ruolo che sono chiamati a interpretare.

Non è un caso se molte regioni italiane hanno già scelto di definire il perimetro degli Ato a scala regionale. Questa perimetrazione è ritenuta la più adatta dagli stessi Ega perché gran parte delle opere connesse alla messa in sicurezza degli approvvigionamenti e all’adattamento climatico ha ricadute su un’area vasta. La scala regionale aiuta poi a garantire la terzietà nell’esercizio delle funzioni di pianificazione e regolazione: insomma assicura una certa equidistanza dei regolatori dalle gestioni e dalla politica locale, oltre alla possibilità di osservare e apprendere dal confronto con più gestori.

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I costi di funzionamento degli Ega regionali sono peraltro inferiori a quelli degli Ega provinciali, a suggerire che consolidando le competenze in unico luogo si possono conseguire economie di scala: vi sarebbero dunque gli spazi per fare crescere le competenze interne senza aumentare il costo di funzionamento degli enti, e dunque senza aumenti di tariffa agli utenti.   

È venuto il momento di riconoscere agli enti d’ambito uno status giuridico distinto da quello degli enti locali e di andare verso una rete regionale di regolatori indipendenti.

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