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Il Superbonus colpisce ancora

È il meccanismo del Superbonus che ha portato alla nuova correzione di Istat sui dati sul deficit della Pa per il 2024, ora al 7,4 per cento. Con le vecchie regole era difficile stimare la spesa. L’ultimo decreto dovrebbe aver messo fine alle sorprese.

La nuova correzione

Il 22 aprile l’Istat ha comunicato il deficit ufficiale e definitivo della pubblica amministrazione italiana per il 2024. Si attesta a 7,4 per cento del Pil: 0,2 punti percentuali superiore a ciò che era stato annunciato dall’Istituto di statistica con il comunicato del 1° marzo in cui si ufficializzava un deficit del 7,2 per cento, a sua volta superiore di 1,9 punti rispetto a quanto previsto dalla Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza.

Perché ci sono queste continue correzioni? Proviamo a descrivere il funzionamento del meccanismo che permette di rilevare le cifre in gioco con il Superbonus.

Quando il proprietario di una abitazione decide di ristrutturare fruendo dell’agevolazione, presenta la cosiddetta Cila (comunicazione di inizio lavori asseverata) al proprio comune, che, se approvata, permette di iniziare i lavori. Tuttavia, non è detto che i lavori inizino subito. Ci sono tanti casi di Cila depositate e lavori non ancora avviati. Quando i lavori prendono effettivamente avvio se ne fa comunicazione a Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che registra la pratica con la cifra che si prevede di portare in detrazione. Una volta terminati i lavori, si hanno 90 giorni per comunicare a Enea la chiusura dei lavori. Quindi ci sono molte ristrutturazioni terminate, ma di cui Enea non ha ancora la comunicazione di fine lavori.

Vi è poi un altro passaggio importante per sapere se i lavori effettuati appartengono alla categoria di quelli che vengono portati in detrazione dal committente o di quelli il cui credito di imposta del committente viene ceduto. Nel primo caso, in base alle regole Eurostat, le spese non vanno tutte iscritte nel bilancio dello stato nell’anno in cui si terminano i lavori. Siccome vengono utilizzate per la detrazione, devono essere sottratte anno per anno dalle entrate dello stato. Nel secondo caso, sempre in base alle regole Eurostat, le spese vanno contabilizzate interamente come maggiori spese dello stato nell’anno in cui si terminano i lavori. La certezza del totale delle spese da Superbonus per cui è stata chiesta la cessione del credito, lo stato la ottiene solo dopo il 16 marzo dell’anno successivo alla chiusura dei lavori, che è il termine entro cui bisogna presentare all’Agenzia delle entrate la pratica per la cessione del credito. Quest’anno il termine è stato prorogato al 4 aprile.

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È chiaro che viste queste discrepanze temporali, di cui, oltretutto, non si comprende bene la ragione, il governo è costretto a calcolare stime per niente agevoli. Ad esempio, a settembre quando si presenta la Nadef, va fatta la stima su quanti lavori si chiuderanno entro l’anno, sapendo solo quanti lavori sono aperti, e su quanti di questi si utilizzerà la cessione del credito. Prima dell’ultimo decreto di fine marzo, l’incertezza si acuiva ancor di più perché di fatto non si disponeva del dato (in realtà, si sarebbe potuto sapere) su quante Cila erano state depositate presso i comuni prima del 16 febbraio 2023, che ancora non avevano visto l’inizio dei lavori. Secondo il decreto del 16 febbraio 2023, infatti, tutti coloro che avevano depositato la Cila prima della data del decreto avrebbero potuto fruire della cessione del credito iniziando i lavori, ad esempio, anche dopo la presentazione della Nadef. Questo è stato il motivo fondamentale che ha reso molto difficile prevedere l’esborso da Superbonus, rendendo estremamente inefficace il blocco della cessione del credito per i condomini, che oltretutto non avevano alcun vincolo di reddito, come invece era per le case unifamiliari. Nel momento in cui si è fatta la previsione della Nadef non si era in grado quindi di sapere quanti di questi casi ci fossero e tantomeno se avrebbero deciso di iniziare i lavori prima del 31 dicembre 2023. Lo stesso sarebbe avvenuto nel 2024 anche dopo marzo, se non ci fosse stato il decreto marzo. Curiosamente la prima versione circolata informalmente dopo il Consiglio dei ministri del 26 marzo, non conteneva ancora il blocco del Superbonus per le Cila depositate prima del 16 febbraio 2023 che non avessero iniziato i lavori.

La corsa a chiudere i lavori di fine 2023

Tra settembre e dicembre 2023 si è vista una corsa alla chiusura di lavori iniziati e all’apertura di nuovi lavori con Cila “dormienti” perché molti avevano ancora diritto, oltre che alla cessione del credito, anche al 110 o al 90 per cento, che sarebbe diventato 70 per cento dal 2024. Probabilmente, molte chiusure con relative fatture sono fittizie. Ciò in parte si spiega col fatto che la produzione nelle costruzioni è aumentata a gennaio 2024 rispetto a dicembre 2023 del 3,7 per cento e a gennaio 2024 rispetto allo stesso mese del 2023 del 18 per cento. Gli effetti di questo fenomeno si sono prolungati fino alla fine di marzo 2024, visto che le chiusure possono essere presentate entro 90 giorni dalla data effettiva di chiusura lavori. Nel Documento di economia e finanza si è utilizzato il dato che teneva conto dei mesi di gennaio e febbraio del 2024 e di una stima per l’esborso che sarebbe dovuto avvenire in marzo, che è stato difficile da calcolare probabilmente proprio per il “risveglio” prima del 31 dicembre di molte Cila “dormienti”.

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Dopo l’approvazione del decreto comunque non dovremmo avere più di queste sorprese, poiché dovrebbero essere sotto controllo tutte le potenziali spese con diritto alla cessione del credito (per il 70 per cento di esse) che, a meno di stravolgimenti del decreto in fase di conversione, sono relative a coloro i quali hanno già dato comunicazione di inizio lavori prima del 29 marzo ed hanno già emesso le fatture per il primo SAL (stato avanzamento lavori), che dovrebbe corrispondere al 30 per cento dei lavori. Tutti gli altri avranno diritto alla detrazione in dieci anni sempre del 70 per cento delle spese effettuate. Le previsioni di costo, anche grazie ai nuovi vincoli informativi, contenuti nel decreto, dovrebbero essere molto più agevoli. Potrebbero essere comunque maggiormente accurate se si accorciassero i tempi di dichiarazione di chiusura lavori (attualmente sono 3 mesi dalla fine dei lavori) e soprattutto di comunicazione della cessione del credito (attualmente ammessa entro il 16 marzo dell’anno successivo alla dichiarazione di chiusura lavori), visto che ci sono infatti ancora vari casi che possono usufruirne.

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  1. Enrico

    Aggiungerei che il caos contabile deriva anche da quello legislativo, visto che il solo superbonus ha subito una quarantina di modifiche in 4 anni, senza contare le migliaia di “interpretazioni” della Agenzia delle Entrate (che ormai è da tempo un legislatore autocratico che non ha bisogno neanche della ratifica del parlamento), di circolari della Banca d’Italia (che tra l’altro ha inserito inopinatamente i crediti ceduti tra quelli rischiosi e quindi soggetti ad una riserva più elevata) e degli enti locali, che hanno rallentato i lavori per motivi più o meno fantasiosi (c’è chi ha richiesto perfino pannelli solari marroni, che non esistono, per motivi paesaggistici). Ovviamente la madre di tutti gli sconfinamenti resta la mancanza di un tetto, che esiste per tutti gli altri bonus.

  2. Firmin

    Ora il problema è chi si fiderà di uno stato che non onora i propri impegni e che, incidentalmente, ha appena fatto il bis abolendo l’anticipo (a titolo oneroso!) del TFS dei dipendenti pubblici, che era la foglia di fico accettata dalla Corte Costituzionale per non abrogare lo scaglionamento del TFS su 5 anni (senza interessi!)

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