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La desistenza all’italiana sposta seggi in parlamento?

Un patto alla francese avrebbe funzionato alle ultime elezioni politiche in Italia? La nostra legge elettorale è molto diversa, quindi le condizioni dell’accordo sono più difficili da realizzare. Ma qualcosa avrebbe potuto cambiare, soprattutto al Senato.

Cos’è la desistenza

Dopo il successo del Rassemblement National al primo turno delle elezioni legislative francesi, il Nuovo fronte popolare e la coalizione presidenziale hanno dato vita a più di 200 désistements al ballottaggio del 7 luglio. Si tratta di accordi di “desistenza”, in cui il candidato arrivato terzo al primo turno ha ritirato la propria candidatura al ballottaggio, per permettere al secondo candidato di superare il candidato di Rn.

Sulla base dei risultati del secondo turno, la strategia sembra aver funzionato: i candidati di Rn non sono riusciti a vincere nell’80 per cento dei collegi elettorali interessati dai “ritiri” (173 su 215).

Il concetto di desistenza non è inedito in Francia, invece è un fenomeno più raro in Italia. Una delle strategie che permise a Romano Prodi di vincere le politiche del 1996 fu un patto di desistenza tra l’Ulivo e il Partito della rifondazione comunista, siglato con lo scopo “di battere una destra pericolosa per il paese”. Più di recente, si è parlato di desistenza tra Pd e M5s per le comunali del 2019, per le regionali del 2020 e alle politiche del 2022. Anche negli ultimi giorni, Elly Schlein e Carlo Calenda hanno definito giusta e inevitabile la strategia della desistenza scelta in Francia, sollevando una domanda interessante: uno scenario simile sarebbe possibile alle elezioni politiche in Italia?

Cosa sarebbe accaduto nel 2022 in Italia

Da un punto di vista tecnico la risposta è negativa, in quanto la legge elettorale attuale non permette il voto disgiunto (legge 351/1957 art. 31). Se anche il M5s (o qualsiasi altra lista) non avesse presentato un suo candidato in un collegio uninominale, un ipotetico elettore pentastellato non avrebbe potuto scegliere un candidato del Pd senza dare automaticamente il suo voto al Pd anche nel collegio plurinominale. Ciononostante, da un punto di vista analitico, la domanda rimane interessante: se i partiti oggi all’opposizione avessero siglato patti di desistenza alle politiche del 2022 (e il voto disgiunto fosse stato possibile), i risultati delle ultime elezioni sarebbero stati materialmente diversi?

È una domanda caratterizzata da molte incertezze: non sappiamo quanti elettori della coalizione di centrosinistra avrebbero votato i candidati del M5s, in assenza di un candidato del “loro” partito e viceversa. Non sappiamo se il fatto stesso di aver stipulato un patto di desistenza con un alleato meno gradito avrebbe portato alcuni elettori ad astenersi o a votare il centrodestra. Così come non sappiamo se alcuni astenuti avrebbero scelto di recarsi alle urne per votare il centrodestra (o uno dei partiti oggi all’opposizione), se il risultato fosse stato meno scontato. Tuttavia, possiamo fare qualche ipotesi per valutare la plausibilità di uno scenario in cui il risultato elettorale sarebbe stato diverso grazie a un’ipotetica strategia della desistenza.

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I seggi alla Camera

Nel 2022, la coalizione di centrodestra ottenne 235 seggi alla Camera: 35 in più della soglia di maggioranza. 114 di questi seggi furono vinti con il sistema proporzionale e ben 121 nei collegi uninominali (su un totale di 146). Cosa sarebbe dovuto succedere affinché il centrodestra vincesse 35 collegi uninominali in meno?

Oltre al combattutissimo collegio di Ravenna, dove la candidata del Pd perse per soli 52 voti, ci sono altri 14 collegi dove il risultato sarebbe stato diverso se:

  • il terzo partito non avesse presentato un candidato (in sette casi il M5s e in altri sette il centrosinistra);
  • il 50 per cento dei suoi elettori avesse votato il candidato del secondo partito; e
  • il 90 per cento degli elettori del secondo partito avesse votato allo stesso modo nonostante il patto di desistenza.

Il primo scenario appare plausibile, ma non sarebbe stato sufficiente a determinare una maggioranza diversa a Montecitorio. Perché ciò accadesse, due terzi (67 per cento) degli elettori del terzo partito avrebbero dovuto votare il secondo partito e tutti gli elettori (100 per cento) del secondo lo avrebbero dovuto votare nonostante i patti di desistenza.

Il secondo scenario avrebbe “tolto” 36 seggi al centrodestra, ma appare relativamente meno probabile, in quanto:

  • al centrodestra sarebbe “bastato” aumentare i propri voti del 2,5 per cento (elettori che si astennero o che votarono il terzo polo, ma che avrebbero potuto votare centrodestra se la gara fosse stata più serrata) per tornare a una maggioranza di 5 seggi;
  • un sondaggio aneddotico su Twitter (quindi con valenza statistica molto limitata) stimava intorno al 42-43 per cento gli elettori del Pd e del M5s disposti a votare un candidato dell’altro partito per impedire al centrodestra di vincere nel 2022: una stima imprecisa, ma distante dal 67 per cento necessario.
  • per dare un termine di paragone, ai ballottaggi francesi del 7 luglio, un sondaggio Ipsos ha stimato che il 72 per cento degli elettori del Nuovo fronte popolare avrebbe votato un candidato “macronista” al secondo turno, ma meno della metà degli elettori di Ensamble avrebbero votato un candidato del fronte popolare al ballottaggio (addirittura il 43 per cento nel caso di un candidato de La France Insoumise);
  • l’identificazione dei collegi in cui il secondo candidato avrebbe vinto in assenza del terzo è semplice con i risultati definitivi alla mano (così come hanno fatto i partiti francesi con i risultati del primo turno), ma è più complessa e imprecisa da effettuare a priori sulla base di sondaggi (costosi e raramente in grado di coprire tutti i collegi) e delle sensazioni raccolte nei territori.
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Infine, un terzo scenario meno probabile è quello in cui la totalità (100 per cento) dei voti del terzo partito sarebbero confluiti sul secondo, portando il totale dei seggi sottratti al centrodestra a 52: ben aldilà dei 35 seggi necessari a determinare una maggioranza diversa alla Camera.

I seggi al Senato

Il centrodestra ha eletto 112 senatori, di cui la metà (56) col maggioritario. Sarebbero quindi bastati 12 collegi in più ai partiti oggi all’opposizione per generare un risultato diverso a Palazzo Madama.

Riprendiamo la situazione indicata per la Camera. Nel primo scenario (in cui il 50 per cento degli elettori del terzo partito avrebbe votato il secondo partito e il 90 per cento degli elettori del secondo partito avrebbe continuato a votarlo nonostante i patti di desistenza), il centrodestra avrebbe ottenuto 5 seggi in meno, mantenendo una risicata maggioranza.

Tuttavia, se tutti gli elettori (100 per cento) del secondo partito lo avessero votato anche in presenza di accordi di desistenza, sarebbe stato “sufficiente” convincere il 55 per cento degli elettori della terza lista a votare il candidato del secondo partito per strappare al centrodestra 12 seggi e privare la coalizione oggi al governo di una maggioranza al Senato. Qualora alcuni candidati del terzo polo avessero partecipato ai patti di desistenza, la percentuale avrebbe potuto essere anche più bassa.

Benché sia impossibile stringere patti di desistenza con la legge elettorale attuale, è possibile che una strategia simile a quella realizzata in Francia avrebbe generato risultati materialmente diversi alle elezioni politiche del 2022, soprattutto al Senato. Sarebbe potuto succedere solo se i principali partiti di opposizione fossero stati in grado di (i) prevedere con relativa precisione chi sarebbe arrivato secondo in ciascun collegio e concordare le desistenze di conseguenza; (ii) convincere la totalità dei propri elettori a votare il proprio candidato nonostante i patti di desistenza con un alleato meno gradito; (iii) dirottare una buona parte (almeno due terzi alla Camera) dei voti dei propri elettori sui candidati degli altri partiti coinvolti; e (iv) sperare che la presenza stessa di questi patti non avrebbe convinto alcuni astenuti a votare centrodestra.

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  1. Savino

    Certo non può continuare a vigere la solita visione proporzionalista e mono-turnista all’italiana. Una legge elettorale deve fissare le regole del gioco, che non vuol dire solo somma algebrica dei voti e ripartizione della torta. RN di Le Pen l’aveva vista un pò così, accanto alla solita manfrina per cui “il popolo sta con noi e noi siamo con il popolo”. La democrazia si compone di tanti passaggi, tra cui sicuramente la necessità di un doppio turno o di una seconda scelta, compresi quello dinnanzi ad un Capo dello Stato per la formazione del Governo e quello per ottenere la maggioranza parlamentare per la fiducia all’Esecutivo. E’ chiaro che l’aspetto tattico dei patti di desistenza e delle alleanze tra partiti non può essere liquidato come “giochi di palazzo”, facendo parte delle modalità possibili di fare politica e di stare nelle istituzioni.

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