Dipendenti e pensionati pagano più Irpef a causa dell’Inflazione, mentre scendono i trasferimenti reali agli enti locali. Si prefigura così un ridimensionamento dei servizi comunali. Un effetto a catena che rischia di farsi sentire nella vita quotidiana.
Le conseguenze dell’inflazione sui bilanci comunali
L’inflazione ha favorito le entrate dello stato, ma ha messo in difficoltà i bilanci dei comuni. Alla fine, saranno i cittadini a risentirne, su due fronti. Da un lato, dipendenti e pensionati pagano più Irpef, dato il loro reddito reale, a causa della progressività dell’imposta (fiscal drag). Dall’altro, la riduzione in termini reali dei trasferimenti statali agli enti locali prefigura un ridimensionamento dei servizi offerti. Un effetto a catena che rischia di farsi sentire nella vita quotidiana delle persone.
Per avere un’idea di come l’inflazione abbia colpito i bilanci dei comuni tra il 2021 e il 2022 basta fare riferimento agli acquisti delle amministrazioni locali fatte tramite convenzione: un metro cubo di gas naturale è aumentato del 73 per cento, 1 KWh di energia elettrica del 46 per cento, un foglio di carta riciclata per le fotocopie del 23 per cento, una city car utilizzabile dalla polizia locale del 29 per cento e un minibus del 18 per cento (Mef-Istat, rilevazione dei prezzi relativi a beni e servizi per le pubbliche amministrazioni). Il problema è di interesse generale, perché i cittadini potrebbero vedere aumentare le imposte comunali oppure dover fronteggiare una riduzione dei servizi.
L’importanza dei trasferimenti statali
Dal 2015 in poi, in conseguenza dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa, i comuni dipendono dai trasferimenti dallo stato molto più di prima. Oggi sul totale delle entrate correnti circa il 28 per cento sono trasferimenti statali o regionali (originati comunque dallo stato centrale), circa il 50 per cento provengono da entrate proprie (Imu, addizionale Irpef, tassa sui rifiuti solidi urbani e altre piccole imposte comunali) e il 22 per cento dalle cosiddette entrate extra-tributarie (proventi, multe e altro). Nel 2015 si aveva un 11 per cento di trasferimenti (statali e regionali), il 67 per cento di entrate proprie e il 22 per cento da entrate extratributarie. La distribuzione è praticamente identica negli anni precedenti il 2015.
Mentre i trasferimenti dello stato possono essere non vincolati o vincolati a servizi pubblici specifici, le spese generiche sono pagate dai comuni prevalentemente con risorse non vincolate.
In termini reali le risorse non vincolate ricorrenti, cioè non legate ad eventi eccezionali come Covid e Pnrr, trasferite dallo stato ai comuni, si sono andate riducendo e presto questi ultimi potrebbero avere problemi a finanziare i servizi di base, se non ricorreranno a un aumento della pressione fiscale comunale. Ironia della sorte, a causa dell’inflazione cumulata nei tre anni precedenti, nel 2024 sono entrati nelle casse dello stato circa 25 miliardi di gettito straordinario da fiscal drag, ma solo le briciole sono state distribuite ai comuni.
Il vizio sta nel manico. Il gettito dello stato è in gran parte dovuto all’Irpef – che è un’imposta progressiva e si gonfia in modo meccanico in tempi di inflazione – e all’Iva, che, anch’essa, aumenta con l’inflazione. Invece, le entrate correnti dei comuni sono dovute all’Imu seconde case, ad altre entrate (come le multe) e alla tassa sui rifiuti solidi urbani, che non aumentano con l’inflazione. I trasferimenti dallo stato sono in parte versati tramite le regioni, come nel caso dei trasporti, e quelli non vincolati non sono aumentati. È vero che i comuni hanno una piccolissima addizionale Irpef su cui possono avere un aumento di gettito dovuto all’inflazione, ma alcuni comuni – contrariamente allo stato centrale – hanno sterilizzato il fiscal drag alzando le soglie di esenzione per i cittadini; altri, semplicemente, hanno una addizionale proporzionale e non strutturata per scaglioni.
La struttura della finanza comunale
Il puzzle della finanza comunale si compone così. In primo luogo, ci sono due grandi flussi di fonte statale: il fondo nazionale trasporti di circa 5 miliardi, che dal 2019 al 2023 è aumentato dell’8 per cento e i fondi per le politiche sociali di 1,9 miliardi, in crescita del 28 per cento rispetto al 2019. Questi fondi, che dallo stato arrivano ai comuni prevalentemente attraverso le regioni (ad esclusione del fondo povertà di 600 milioni), sono destinati al finanziamento di servizi specifici e sono aumentati a fronte di servizi aggiuntivi.
In secondo luogo, le entrate dei comuni vengono dal Fondo di solidarietà comunale che vale, nel 2025, 4 miliardi di euro (dotazione netta che esclude la quota di alimentazione di 2,8 miliardi che opera come partita giro). Come dice il suo nome, il Fondo di solidarietà comunale contiene un pezzo (1,5 miliardi) di redistribuzione solidale tra i comuni, in cui quelli ricchi di risorse da Imu redistribuiscono a quelli più poveri. Questa parte non rileva per il nostro ragionamento perché è una redistribuzione orizzontale tra comuni che ha sempre somma zero per definizione. Dal 2021 una parte del Fsc è stata vincolata allo sviluppo dei servizi sociali, all’incremento del numero di posti nei servizi educativi dell’infanzia e per il potenziamento del trasporto scolastico di studenti disabili. La parte vincolata del Fsc nel 2023 era pari a 580 milioni, quella non vincolata era di 3,81 miliardi di euro.
Poi ci sono i trasferimenti dal ministero dell’Interno ai comuni, le cosiddette “spettanze”. Dal 2019 al 2023 sono aumentate di 430 milioni. L’aumento è però stato trascinato dai trasferimenti vincolati una tantum (+ 500 milioni), come ad esempio i contributi ai comuni per l’aumento dei costi dell’energia (Dl 17/2022), i contributi eccezionali a sostegno della spesa per investimenti e per le spese complementari al Pnrr. Sono saliti, anche se solo di 30 milioni, i trasferimenti vincolati ricorrenti. Tra i principali abbiamo il rifinanziamento dei piani di sicurezza, spese elettorali e per il risanamento dei comuni in deficit strutturale.
I trasferimenti non vincolati ricorrenti sono invece diminuiti nello stesso periodo di 120 milioni. Tra questi ci sono i ristori di gettito Imu/Tasi, i contributi per minori introiti da addizionale Irpef dovuti a modifiche dell’imposta nazionale, gli incentivi alle fusioni e i contributi “ordinari” a Roma Capitale.
I trasferimenti ai comuni al netto dell’inflazione
Vediamo quello che è successo in termini reali, rapportando tutto a valori 2018. La figura 1 mostra che nel 2018 la stragrande maggioranza dei finanziamenti comunali era non vincolata. Tuttavia, nel 2020 e 2021 per via dell’emergenza Covid e del Pnrr, il finanziamento raddoppia in termini reali con fondi per lo più vincolati a spese straordinarie legate all’emergenza. Complessivamente, tra il 2018 e il 2023. i trasferimenti totali sono aumentati in termini reali dell’8 per cento. Se però guardiamo solamente a quelli ricorrenti, i trasferimenti vincolati sono diminuiti dell’8 per cento (parte dell’istogramma in viola), i trasferimenti non vincolati (in arancione) sono scesi del 21 per cento e il Fsc non vincolato (in blu scuro) di circa il 5 per cento.
Figura 1

I comuni sembrano molto concentrati sulla discussione dei criteri di divisione dell’unico vero aumento straordinario, senza vincoli di destinazione, avvenuto con l’ultima legge di bilancio, dove sono previsti 310 milioni aggiuntivi, da spalmare nel corso dei prossimi cinque anni. Tuttavia, sarebbe molto più rilevante occuparsi della diminuzione del valore reale della parte di fondi non vincolati ricorrenti e del Fsc non vincolato. Secondo i nostri calcoli c’è una perdita di circa 460 milioni all’anno, pari al 10 per cento rispetto a quanto ricevevano nel 2018. Potrebbero essere recuperati, attingendo magari a parte dell’extragettito erariale Irpef dovuto al fiscal drag. Alla perdita va dedicata attenzione, anche perché l’ultimo rapporto Ifel conferma una ingiustificata distanza tra le remunerazioni dei lavoratori degli enti locali e quelli dei ministeri e agenzie pubbliche, che sta portando a una fuga e a un impoverimento della qualità dei dipendenti degli enti locali.
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Savino
Lo Stato non dovrebbe mai cantare vittoria per le maggiori entrate che derivano dalla presenza di una forte inflazione, che penalizza i cittadini come lavoratori e consumatori.