Il problema dell’Italia non è la fuga dei cervelli, ma il fatto che attrae pochi stranieri laureati. Pesano una domanda debole di lavoro qualificato, carriere lente e poco trasparenti e un contesto che penalizza i giovani in termini di salari e prospettive familiari.
Gli italiani giovani e laureati che vanno all’estero
Negli ultimi quindici anni più di 630mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il nostro paese. Un fenomeno che, insieme al declino demografico, solleva interrogativi importanti sulle prospettive di crescita dell’Italia. Il 42 per cento dei giovani emigrati è laureato, un dato particolarmente significativo perché indica che ha scelto di trasferirsi all’estero tra il 15 e il 20 per cento dei laureati italiani under 35.
L’emigrazione qualificata ha generato una perdita di capitale umano stimata in circa 160 miliardi di euro. Non sorprende quindi che il tema della cosiddetta “fuga dei cervelli” sia tornato al centro del dibattito pubblico, anche alla luce del recente richiamo del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, sull’urgenza di investire in capitale umano e innovazione.
Tuttavia, se il dibattito pubblico legge spesso il fenomeno esclusivamente in termini di perdita, la letteratura economica mostra che la mobilità internazionale dei lavoratori qualificati non è un “gioco a somma zero”. Il punto non è tanto che i giovani partano, quanto che il paese di origine non sia in grado di trasformare questa mobilità in una risorsa.
Dalla “fuga” alla circolazione dei talenti
Il concetto stesso di “fuga dei cervelli” è fuorviante. Nato negli anni Cinquanta per descrivere l’emigrazione di ricercatori britannici verso gli Stati Uniti, suggerisce un depauperamento irreversibile. I dati internazionali raccontano però una storia diversa. Paesi come Germania, Regno Unito o Canada esportano molti talenti, ma ne attraggono altrettanti, mantenendo un saldo complessivo vicino all’equilibrio. In questi casi, la mobilità alimenta l’innovazione invece di impoverirla.
Uno studio sulla circolazione internazionale degli inventori nel periodo 2001-2010 mostra che il Regno Unito ha esportato molti più inventori dell’Italia, soprattutto verso gli Stati Uniti, ma ha mantenuto un saldo negativo comparabile, grazie alla forte capacità di attrarre talenti da altri paesi europei e dal Commonwealth, in particolare dall’India. Ancora più significativo è il caso della Germania, primo esportatore europeo di inventori, ma anche uno dei principali paesi di destinazione, con un saldo vicino allo zero grazie agli elevati flussi in entrata.
Lo stesso vale per Cina e India, oggi tra i maggiori esportatori mondiali di scienziati e inventori: è difficile interpretare la loro traiettoria come una perdita netta di capitale umano. Al contrario, la possibilità di emigrare ha generato un vero e proprio brain gain.
Perché la mobilità può creare valore
L’emigrazione qualificata produce benefici attraverso almeno due canali. In primo luogo, aumenta il rendimento dell’investimento in istruzione, soprattutto nei percorsi tecnico-scientifici. I paesi più avanzati in termini di ricerca e innovazione esprimono infatti una domanda di competenze che spesso i loro sistemi formativi non riescono a soddisfare pienamente. Un caso emblematico è la Svizzera, oggi primo paese importatore di talenti tedeschi, persino davanti agli Stati Uniti.
Se gli studenti italiani scegliessero una laurea o un dottorato in ingegneria basandosi esclusivamente sulle prospettive del mercato del lavoro nazionale, i Politecnici di Milano, Torino o Bari registrerebbero con ogni probabilità un forte calo di iscrizioni. È proprio la possibilità di lavorare anche all’estero a rendere questi percorsi più attrattivi e a rafforzarne il valore.
In secondo luogo, l’esperienza internazionale accresce competenze, reti professionali e capacità innovative, che possono poi essere trasferite al paese d’origine attraverso rientri, collaborazioni o investimenti. Come osservava già negli anni Settanta Jagdish Bhagwati, trattenere forzatamente i talenti è inefficiente: senza un contesto stimolante, il capitale umano tende a perdere valore invece di crescere.
Oggi questi meccanismi sono sempre più evidenti. I professionisti all’estero mantengono legami con il paese d’origine, collaborano a distanza, rientrano temporaneamente o favoriscono investimenti e trasferimenti di conoscenza. Numerosi studi sugli inventori indiani e sugli imprenditori della Silicon Valley mostrano il ruolo centrale di queste reti transnazionali nello sviluppo dei paesi di origine. Anche le grandi imprese seguono questa logica, come dimostra, per esempio, il caso del polo Pfizer creato dall’amministratore delegato Alberto Bourla a Salonicco, sua città natale.
Il nodo italiano
Nulla di tutto questo, però, avviene automaticamente. Perché la mobilità produca benefici servono condizioni favorevoli nel paese di origine: una strategia per l’innovazione, investimenti adeguati e un contesto istituzionale efficiente. Il ricercatore disposto a rientrare o l’imprenditore pronto a investire hanno bisogno di capitale umano, infrastrutture e opportunità credibili.
Se accettiamo, come dovremmo, che una parte dei talenti formati in Italia vada all’estero, dobbiamo anche accettare la necessità di aprirci maggiormente all’immigrazione qualificata. Ciò significa facilitare visti e permessi di soggiorno, rendere più competitivi i salari, ridurre gli ostacoli burocratici e rendere il sistema universitario e produttivo più internazionale. I cervelli italiani e quelli stranieri non sono alternativi, ma complementari. L’innovazione nasce sempre più da reti globali, non da sistemi chiusi.
Il problema emerge quando questi sistemi non funzionano, come nel caso italiano. L’Italia non è il paese da cui partono più laureati, ma è tra quelli che ne attraggono di meno. Pesano una domanda debole di lavoro qualificato, carriere lente e poco trasparenti e un contesto che penalizza i giovani in termini di salari e prospettive familiari.
Limitare il rapporto tra migrazione e sviluppo alla sola “fuga dei cervelli”, e le politiche pubbliche al loro rientro, è riduttivo. Gli incentivi al rientro possono aiutare, ma non bastano. Senza un ecosistema dinamico fatto di università competitive, imprese innovative e istituzioni meritocratiche, il rientro resta episodico. L’esperienza internazionale mostra che la strada più efficace per avere capitale umano qualificato e innovazione non è fermare le partenze, ma favorire la circolazione dei talenti: rafforzare i legami con la diaspora, investire in ricerca, attrarre competenze dall’estero e rendere il paese più aperto.
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Francesco Lissoni è professore ordinario presso la Bordeaux School of Economics, un’unità mista di ricerca dell’università di Bordeaux e del Centre national de la recherche scientifique. E’ inoltre visiting fellow del Dipartimento di Politica Economica dell'università Cattolica di Milano.I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia della scienza e dell’innovazione ed in particolare i processi di diffusione delle innovazioni, tra cui la migrazione internazionale.
Mariapia Mendola è professoressa ordinaria di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, Direttrice del Centro Studi Luca d’Agliano, Research Fellow presso CEPR e IZA. Ha conseguito un PhD in Economics presso l’Università di Milano, un MA in Development Economics presso la University of Sussex e una laurea in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi. Collabora con numerose istituzioni nazionali ed internazionali. I suoi interessi di ricerca di rivolgono all’economia dello sviluppo e all’analisi dei flussi migratori internazionali.
PB
Mi scuso coi colleghi se appariro’ troppo critico in qs commento: non vuole essere mancanza di rispetto. Concordo su tutto quanto scrivete, pero’… quanti anni sono che ci diciamo che il problema non e’ che i nostri migliori phd vanno all’estero, ma che i migliori phd stranieri, europei in primis, non vengono in Italia? Non ci vengono e fanno bene a non farlo, cosi’ come i nostri phd fanno benissimo a fuggire da un sistema universitario (altri ambiti per fare ricerca quasi non ne esistono) che li sottopaga rispetto a quanto prendono all’estero, e che non da’ loro occasioni di essere riconosciuti per quel che valgono. Fondi di ricerca, responsabilita’, carriera… In DE i PO devono andare in pensione a 65 anni, e ho colleghi che potrebbero lavorare bene ancora per un altro decennio, ma se lo fanno non e’ come PO strutturati. Da noi si resta fino a 70 e troppo spesso si e’ bolliti ben prima di quell’età. Manca un turn-over decente, mancano fondi per assunzioni, e soprattutto manca un sano principio di selezione (a partire dal dottorato, e i dottorandi sono i primi a non voler essere selezionati!) e manca un qualsiasi modo per valutare la produttivita’ e la qualità dei ns colleghi ‘strutturati’ (la VQR?:-)) – e per poter poi *sanzionare i non produttivi e/o gli scadenti*.
Tutte qs cose le sapete anche voi… Ma ben venga ricordarle ogni tanto, certo.
Francesco Lissoni
Mille grazie per il commento, non ci sembra poi tanto critico. Ed è vero che alcune cose le ripetiamo da anni. Il messaggio dell’articolo era però, almeno nelle intenzioni, un po’ diverso. Ovvero: invece che formulare le ns politiche per la migrazione altamente qualificata esclusivamente in chiave di rientro dei cervelli all’estero o di incentivi a non partire, sarebbe forse meglio essere un po’ più creativi e considerare due altre linee di azione. Primo, come usare i cervelli all’estero lasciandoli lì dove stanno ora, ma mettendoli in condizione di contribuire alla ricerca e all’economia italiana attraverso collaborazioni, investimenti dall’estero e migrazione circolare (già nel XIX secolo i migranti di successo facevano più volte andata e ritorno tra paese di destinazione e di origine; e oggi un cervello può essere in più posti contemporaneamente, anche se solo virtualmente, quando occorre). Secondo, come attirare studenti e migranti altamente qualificati stranieri così come fanno altri paesi europei con un esodo di cervelli nazionali pari o superiore al nostro. In questo secondo caso, ovviamente, si tratta – come lei dice – di porre condizioni economiche che risulterebbero attraenti anche per gli italiani, ma non solo. Si tratta anche di politiche dei visti, di ricongiungimento familiare, di scelte per la lingua di insegnamento, di riconoscimento dei titoli di studio stranieri e altro ancora che sia specifico di una politica migratoria sinceramente rivolta all’attrazione di talenti (e non esclusivamente rivolta all’esclusione dei migranti indesiderati, condita qua e là di qualche eccezione per quelli desiderabili).
Max
Articolo interessante. Credo che un ulteriore problema per l’Italia sia che, a causa dell’emigrazione, i maggiori rendimenti dell’istruzione (per chi emigra) risultano in larga parte privati, mentre almeno nel sistema italiano gran parte dei costi sono pubblici, dato che l’istruzione terziaria è fortemente sussidiata. Ne consegue che il nostro sistema, in teoria, dovrebbe incentivare molti studenti (stranieri e non) a studiare in Italia dove i costi privati sono bassi per poi trasferirsi all’estero, dove i salari sono più elevati. Sull’equità di un assetto di questo tipo si potrebbe tuttavia discutere, poiché lo Stato non incamera il maggiore gettito fiscale associato ai redditi dei laureati che emigrano. Questa è ovviamente la teoria, perché in pratica l’Italia attrae anche un numero relativamente ridotto di studenti (anche perché gran parte della didattica triennale è in italiano). Attrarre più studenti tramite un’offerta formativa in inglese è forse possibile; attrarre laureati o talenti dall’estero, dati i bassi livelli salariali, al momento sembra invece ancora una chimera.
davide445
Portando una prospettiva diversa, negli ultimi 15 anni la % degli over 40 ad emigrare é il 30% del totale, ossia fatte le proporzioni circa 270.000 anche qui non cifre irrisorie per chi ha gia diversi anni e magari anche una famiglia.
É una prospettiva anche personale perché dopo oltre 50 anni vissuti in Italia (lavorativamente tra Nord Est, Nord Ovest, Centro), dal primo gennaio ho iniziato nuovo lavoro dipendente altamente qualificato in paese EU.
Per quanto sia passato davvero poco tempo, posso dire sono rimasto estremamente stupito a partire dal processo di selezione, condotto con professionalita cortesia e rapidità, per passare al processo di onboarding dove mai nella vita ho trovato un supporto simile, arrivando alla attivita professionale in cui sembra lo scopo sia aiutarti nel lavoro. Si parla di aumenti retributivi dandoli scontati (si parla anche di riduzione di personale, quindi rimane che viene valutato di valore) e di premi annuali.
Merito a mio parere di un diverso concetto di gestione aziendale, ma anche di una normativa piu flessibile che fa si le aziende non sono impaurite ad assumere quando serve, ed i dipendenti capaci hanno molte opportunita di crescita anche esterne se lo desiderano.
Essendo ancora allinizio posso solo augurarmi prosegua in questo modo, i piani sono la famiglia si trasferisca in estate ed a quel punto ad ora trovo davvero pochi motivi per tornare.
Da quello che leggo nella fascia di immigrati in Italia over 40 la percentuale di laureati rimane bassa, altro segno della scarsa attrattivita del mondo del lavoro per personale qualificato (dopotutto un motivo per cui gli italiani se ne vanno ci sarà).
Si le cose da fare le abbiamo dette da anni. Credo il primo passo per renderle possibili sia piu un cambio di legge elettorale per dare maggiore stabilità e qualificazione e facilitare la trasformazione, ed anche un cambio profondo della normativa del lavoro, ancorata a logiche del secolo scorso.
Pietro Della Casa
Sono sostanzialmente d’accordo, a meno del fatto che la frase ” necessità di aprirci maggiormente all’immigrazione qualificata” è ambigua, in quanto sembra indicare che vengano deliberantamente posti ostacoli a tale immigrazione.
Per carità, è possibile che questo avvenga nel pubblico, dove però probabilmente si tratta di un riflesso della generale tendenza a riservare i posti agli “insider”.
In generale il problema è la qualità delle offerte di lavoro: quali retribuzioni, quali prospettive di carriera, presenza di strumenti validi, procedure snelle ed autonomia decisionale.
bob
parallelamente ad una formazione di ” cervelli” o alla capacità di attrarne da tutto il mondo ci deve essere un sistema produttivo adeguato. Un Paese che non fa ricerca ( quella che si fa nel 90% dei casi è finalizzata ad accaparrarsi fondi per creare posti e burocrazia). In un paese dove non esiste più la chimica ( intendo quella fine e non la varecchina) l’elettronica, le telecomunicazioni , industria della mobilità, per non parlare delle rete etc. Cosa rimane di attrattivo? Lo slogan del nuovo Ministero “Ministro del Made in Italy”? Oppure la tanto sbandierata propaganda che esportiamo buon cibo in tutto il mondo?
Cosa può attrarre ?