La sproporzione tra spese correnti e investimenti è in aumento e sembra legata all’invecchiamento della popolazione. Ciò ha ripercussioni sulla produttività e sulla crescita, tanto da mettere in dubbio la possibilità di mantenere l’attuale livello di welfare.
Gli investimenti e l’invecchiamento della popolazione
Il 23 gennaio 2026, sul Financial Times è comparso l’articolo “Is liberal democracy in terminal decline?” che sviluppa alcune considerazioni sul declino del mondo occidentale partendo dall’evidenza che, dagli anni Settanta, la quota del Pil dedicata agli investimenti pubblici è in caduta, mentre è in significativa ascesa quella per pensioni, sanità e Ltc (long term care).
Del legame tra investimenti pubblici e quota di popolazione anziana si era occupato, nel 2016, uno studio di Philipp Jäger e Torsten Schmidt, “The political economy of public investment when population is aging: A panel cointegration analysis, che conferma la direzione di causalità dall’acuirsi dell’invecchiamento alla contrazione degli investimenti.
La crescente sproporzione tra spese correnti e capitali è aggravata dal fatto che le prime si rivolgono sempre più agli anziani, con ripercussioni sulla produttività e sulla crescita che minano le possibilità di mantenere quel welfarecostruito nel secolo scorso anche grazie agli sforzi di investimento pubblici e privati.
Figura 1 – Panel del Financial Times

In base ai dati del Financial Times, in Austria, Francia, Germania e Giappone la spesa pubblica in conto capitale perde oltre 2 punti percentuali di Pil dal 1970; Regno Unito e Stati Uniti fanno registrare un calo più intenso, pari a circa 4 pp. Per converso, la spesa per pensioni e la parte di quella per sanità e ltc riferibile agli over-65 sono andate assorbendo quote crescenti: dal 1980 (inizio della serie) oltre 10 pp il Giappone, +8 la Francia, +6 il Regno Unito, circa +4 Francia, Germania e Stati Uniti. In tutti e sei i paesi si è aperta una forbice tra i due macro-capitoli di spesa pubblica che i dati mostrano ancora in divaricazione.
Nel paper di Jäger e Schmidt la causalità è spiegata con lo scarso interesse che elettori sempre più vecchi hanno per gli investimenti, che dispiegano i loro vantaggi su archi temporali lunghi, rispetto a programmi di spesa corrente di cui possono essere immediati beneficiari. Il FT, invece, segnala un altro aspetto: la spesa welfare per gli over65 potrebbe limitare le risorse dedicabili alla spesa capitale dato il vincolo di bilancio. Sarebbe interessante cercare una conferma econometrica sostituendo, nell’equazione di Jäger e Schmidt, il regressore della spesa al posto di quello della demografia.
Cosa succede in Italia
E l’Italia? Dal dataset Ameco si ricavano le serie storiche degli investimenti fissi lordi – totali, privati e pubblici – e del Pil. Le spese pubbliche per pensioni, sanità e Ltcsono disponibili secondo due definizioni, Ocse ed Ecofin. Qui si fa riferimento alle serie Ocse che sono più lunghe. Le pensioni comprendono prestazioni di vecchiaia, anzianità e ai superstiti e trattamenti di fine rapporto per la parte a carico pubblico. La spesa sanitaria e Ltc è quella che matura nel Sistema sanitario nazionale. La spesa pensionistica riguarda quasi interamente gli over65 e lo stesso può dirsi della ltc, mentre si può stimare, sulla base dei profili di spesa pro-capiteper fasce di età aggiornati dalla Ragioneria generale dello stato, che oltre il 75 per cento della spesa sanitaria riguardi i 65+.
Figura 2

La figura 2 confronta gli andamenti di investimenti e spesa welfare espressi in percentuale del Pil e in variazione rispetto al primo anno, che per gli investimenti è il 1970 e per la spesa il 1988 (solo per le pensioni il 1980). La spesa ha guadagnato 6,8 pp di Pil dopo un picco di +8,5 pp, trainata soprattutto dalle pensioni. Gli investimenti hanno avuto un andamento relativamente piatto e da metà anni Novanta hanno cominciato a contare circa 1 pp in meno rispetto agli anni Settanta con i valori più bassi toccati nell’immediato pre-Covid. Le risorse una-tantum del Pnrr permettono adesso un recupero.
Figura 3

Studio di Jäger e Schmidt e Financial Times guardano agli investimenti fissi lordi pubblici, ma l’analisi potrebbe essere estesa a quelli totali. Se le prestazioni welfare sono pubbliche lato spesa, lato raccolta delle risorse incidono sui bilanci privati con le contribuzioni sociali e la fiscalità generale. Il tema del possibile spiazzamento delle spese capitali può ripresentarsi anche nei bilanci delle imprese e delle famiglie. Inoltre, alla crescente incidenza della spesa pensionistica corrisponde una quota crescente di redditi degli over 65 che, anche quando con apprezzabili propensioni al risparmio come in Italia, preferiscono investimenti in liquidità e mattone, spesso non convenienti neppure per loro, e raramente arrivano a sostenere la formazione del capitale fisso. Altro punto è la connessione tra spese welfare e debito pubblico: nella misura in cui i bilanci gli stati non chiudono in pareggio, una parte dell’indebitamento risponde alla necessità di finanziare crescenti spese correnti e non investimenti e, nel contempo, la raccolta di risorse con emissione di titoli pubblici limita la parte del risparmio privato che potrebbe andare, direttamente e indirettamente, agli investimenti.
La figura 3 mostra come la divaricazione tra investimenti e spesa per over65 diventi molto più ampia se si considerano gli investimenti totali che dal 1970 perdono circa 9,7 pp di Pil con un arretramento quasi simmetrico rispetto alla crescita della spesa. Il recupero successivo tende a chiudere il gap grazie al Pnrr, ma solo temporaneamente. Anche il legame di lungo periodo tra investimenti totali e spesa welfare meriterebbe una verifica econometrica.
Come salvaguardare il livello delle prestazioni
Non è facile trarre indicazioni per le politiche pubbliche su una evidenza così drastica a livello internazionale. Alla base della caduta tendenziale di lungo termine degli investimenti ci sono molteplici fattori che interagiscono con l’invecchiamento – che comunque mantiene un ruolo nelle varie teorie che tentano spiegazioni, come stagnazione secolare, eccesso di risparmio, difficoltà sul lato dell’offerta. Sicuramente sono utili politiche per la natalità, per l’immigrazione e l’integrazione, ma potrebbero essere troppo lente e non sufficienti visti i continui progressi della vita attesa e i driver extra-demografici della spesa (tecnologia cost-augmenting, “morbo di Baumol”, istituzionalizzazione della Ltc, elasticità al Pil superiore all’unità, etc.).
Per tentare di salvaguardare il più possibile i livelli delle prestazioni, un ruolo cruciale avrà lo sviluppo sistemico del multipillar, non solo per pensioni ma anche per sanità e Ltc, con un sufficiente ricorso all’accumulazione reale su orizzonti medio-lunghi tramite piani di investimento. Questa strada, che aiuterebbe a riassorbire il gap tra investimenti e spesa, implicherebbe per alcuni paesi, tra cui l’Italia, il ridimensionamento del finanziamento a ripartizione, e per altri, tra i quali gli Usa, il ridimensionamento delle coperture assicurative private con eccessivo peso del pooling.
La cura per il welfare è la stessa che serve per la crescita: investire sul futuro.
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Nicola
Ovviamente, sotto la lente non è il welfare system in sé, tra le conquiste più alte e motore di equità e crescita durante il ‘900, ma la sua riorganizzazione all’interno di vincoli e compatibilità attuali e future. Non so se è scelta redazionale pensata, ma dire che si collegamento bene questo pezzo e le due puntate de “La Voce in Mezz’ora” con il Prof. Brusco (tasse) e con il Prof. Favero (debito pubblico e invecchiamento). Grazie.