Il decreto energia interviene sugli Ets, con un provvedimento che ricalca quello della Spagna. A prima vista, sembra poter ridurre il prezzo dell’elettricità. Ma non fa i conti con alcuni problemi, a partire dal via libera dell’Europa, per nulla scontato

I contenuti del decreto energia

Il decreto varato dal Consiglio dei ministri del 18 febbraio contiene numerosi interventi finalizzati a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e del gas. Per quanto riguarda l’energia elettrica, la misura più importante e che ha suscitato più dibattito, riguarda la sterilizzazione dei costi della CO2 per ridurre i prezzi all’ingrosso.

Ci concentriamo qui sul meccanismo introdotto dal decreto, mentre in un altro articolo si discutono le ipotesi di riforma dell’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Emissions Trading System).

I prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica si formano su una serie di mercati, il più importante dei quali è il cosiddetto mercato del giorno prima (Mgp). Tale mercato, che si chiude alle ore 12 del giorno precedente a quello della consegna fisica dell’energia, ha l’obiettivo di costruire una “scaletta” di produzione indicando, in ogni unità di tempo, quali impianti dovranno entrare in funzione per soddisfare la domanda. La curva di offerta (detta curva di ordine di merito) viene costruita aggregando le offerte in ordine crescente. Le offerte esprimono il prezzo minimo al di sotto del quale ciascun impianto non è disponibile a produrre energia. Generalmente, assumono valori prossimi ai costi marginali di quello stesso impianto. Il punto in cui la curva dell’offerta curva incrocia quella della domanda individua un prezzo di equilibrio, riconosciuto a tutte le offerte accettate in quell’intervallo (figura 1). Conseguentemente, l’impianto più costoso necessario a servire la richiesta (ossia il meno costoso tra quelli potenzialmente disponibili per soddisfare l’ultima unità di domanda) riceve un prezzo pari (all’incirca) ai propri costi marginali; tutti gli altri impianti accettati ricevono un prezzo superiore ai rispettivi costi marginali. Con la differenza, detta rendita inframarginale, coprono i costi fissi e remunerano il capitale investito.

Figura 1 – Funzionamento della borsa elettrica

In Italia, per la maggior parte del tempo, il costo marginale è determinato da impianti a gas. Le principali voci che concorrono ai loro costi marginali (e dunque ai prezzi di equilibrio del sistema) sono il costo della materia prima e quello dei certificati di emissione, che tutti i produttori termoelettrici devono procurarsi per compensare la CO2 prodotta. È la conseguenza dell’Emissions Trading System (Ets), un meccanismo europeo finalizzato ad applicare il principio “chi inquina paga” in ambito climatico (ne parliamo nel secondo articolo). Quindi, a parità di altri elementi, l’applicazione dell’Ets incrementa sia i prezzi dell’energia elettrica, sia le rendite inframarginali. È importante sottolineare che non è un difetto del sistema, è la ragione stessa per cui esiste.

La Spagna presa a modello

Il decreto del governo interviene creando un meccanismo molto simile al “tope al precio” utilizzato nella Penisola iberica durante la crisi energetica del 2022-2023. Il governo lo ha rivendicato come uno strumento per “disaccoppiare” i prezzi dell’energia elettrica da quelli del gas (ne avevamo parlato qui). In pratica, il decreto agisce attraverso due passaggi. Primo: gli impianti a gas ricevono un sussidio pari al costo della CO2. In tal modo ne vengono ridotti i costi marginali e si assume che presenteranno offerte ridotte in pari misura e questo abbasserà i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso. Secondo: il sussidio è finanziato tramite una componente tariffaria specifica applicata ai consumatori finali.

Dal punto di vista dei produttori a gas, l’operazione è neutrale: invece di incassare dalla vendita di energia elettrica un prezzo sufficiente a coprire interamente i loro costi marginali, ne incassano una parte dal mercato e una parte (equivalente al costo della CO2) attraverso il sussidio. I consumatori sono i principali beneficiari, perché – a fronte di un onere tariffario in più – potranno acquistare l’energia a prezzo ridotto. La Relazione tecnica stima costi per 4,5 miliardi di euro l’anno, benefici per 7,5 miliardi e quindi un beneficio netto di 3 miliardi (corrispondenti a 9,3 euro/MWh, attorno all’8-9 per cento dell’attuale livello dei prezzi). La moltiplicazione dei risparmi è possibile perché il gas, che soddisfa circa il 40 per cento della produzione domestica di energia elettrica, è marginale (e quindi influenza il prezzo) in un numero molto maggiore di ore. A farne le spese sono essenzialmente i produttori da fonti diverse dal gas (leggi: rinnovabili) che perdono ricavi e margini.

I tre problemi del decreto

Sulla carta, quindi, la misura sembrerebbe ben congegnata. Ci sono, però, tre problemi, che potrebbero pregiudicarne l’efficacia. In primo luogo, c’è un aspetto formale. Il provvedimento deve essere sottoposto al vaglio della Commissione europea (infatti lo stesso decreto ne subordina l’applicazione al via libera di Bruxelles). Nel caso del “tope iberico”, a cui si ispira, la Commissione diede il suo benestare per la natura emergenziale del meccanismo e soprattutto la limitata capacità di interconnessione della Spagna con la Francia. Questa volta sarà più dura. Infatti, il meccanismo non è emergenziale e non ha vincoli di tempo: di fatto, equivale a una sospensione dell’Ets (o quanto meno dei suoi effetti) nel nostro paese. Possono esserci valide ragioni per farlo, ma la decisione andrebbe presa a livello europeo, altrimenti si rischia un processo disordinato. A quel punto, infatti, chi impedirebbe agli altri paesi di fare ciascuno a modo suo?

Secondo, l’Italia è fortemente interconnessa col resto d’Europa: l’import di energia elettrica soddisfa all’incirca il 15 per cento del nostro fabbisogno. Abbiamo collegamenti diretti con Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, Grecia, Corsica e Montenegro e, indirettamente, scambi transfrontalieri con il resto dell’Europa centro-settentrionale. Se, dunque, i prezzi italiani all’ingrosso dovessero scendere al di sotto di quelli di altri mercati – per esempio quello tedesco – il nostro paese finirebbe per diventare un esportatore di energia e, soprattutto, di sussidi. Questo eroderebbe il vantaggio di prezzo e potrebbe persino annullarlo – oltre a comportare maggiore consumo di gas e, quindi, emissioni.

Terzo, l’ipotesi di fondo del decreto è che il sussidio alle centrali a gas verrà interamente trasferito a valle. Che questo accada non è affatto ovvio. Lo stesso provvedimento, pertanto, impone all’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) di vigilare sulla condotta degli operatori del mercato, e in particolare di garantire che le loro offerte ne rispecchino i reali costi marginali (più eventuali costi opportunità). La questione è complicatissima e il mercato italiano certo non brilla per trasparenza, come dimostra l’indagine condotta l’anno scorso dalla stessa Autorità. In generale, comunque, questi sistemi di controllo dei prezzi non funzionano, come non hanno funzionato, in passato, quelli simmetrici di divieto di traslazione delle varie tasse sugli extraprofitti.

In sintesi, all’apparenza il decreto mette in campo uno strumento incisivo, ma non è scontato né che sia giuridicamente fondato, né che abbia reale efficacia.

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