Ma quanto costa il lavoro femminile perso dopo la maternità?

Il congedo paritario è stato bocciato in Parlamento perché troppo costoso per la finanza pubblica. Ma il sistema attuale spinge molte madri ad abbandonare il lavoro dopo il parto. Con la maternità che diventa una penalizzazione occupazionale per le donne.

Un sistema squilibrato

Il 24 febbraio 2026, pochi giorni prima dell’8 marzo, la Commissione bilancio della Camera ha bocciato la proposta di congedo parentale paritario. Il testo prevedeva cinque mesi obbligatori e non trasferibili per ciascun genitore, retribuiti al 100 per cento. La Ragioneria generale dello Stato ha stimato un costo di circa 4 miliardi annui a regime. Il dibattito si è concentrato su queste cifre. Ma una domanda è rimasta sullo sfondo: quanto costa il sistema che già abbiamo?

Il congedo italiano si articola su tre livelli. La maternità obbligatoria dura cinque mesi, retribuiti all’80 per cento (spesso integrati al 100 per cento). Il congedo di paternità è di dieci giorni, retribuiti al 100 per cento. Il congedo parentale facoltativo arriva fino a dieci mesi complessivi da distribuire tra i genitori, con tre mesi riservati a ciascuno, e un’indennità che scende fino al 30 per cento.

Il congedo parentale viene usato dal 63 per cento delle madri ma solo dall’8 per cento dei padri. I mesi riservati ai papà restano in gran parte inutilizzati: un’indennità al 30 per cento è difficile da sostenere in molte famiglie. Ed è proprio qui che si apre il divario di genere nelle carriere, alla nascita del primo figlio.

Il confronto internazionale rende il quadro ancora più nitido. Con soli dieci giorni di congedo paterno obbligatorio (contro una media Ocse di oltre dodici settimane), l’Italia registra anche uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa, una delle quote più alte di donne che lasciano il lavoro alla nascita del primo figlio e il tasso di natalità più basso dell’Ocse dopo la Corea (1,2 figli per donna). I costi di lungo periodo di questo insieme di squilibri per l’economia italiana sono documentati e la scelta di non intervenire sul congedo di paternità li perpetua.

Una scelta obbligata nel momento peggiore

I mesi dopo il parto sono un passaggio cruciale nella vita lavorativa di una donna. Le scelte fatte in quel periodo – rientrare al lavoro, ridurre l’orario, lasciare il posto – possono avere conseguenze che durano anni. Ed è proprio allora che il sistema italiano offre il sostegno più inadeguato.

Il congedo parentale garantisce la protezione del posto, ma è in gran parte retribuito al 30 per cento. Per molte famiglie non copre i costi dei primi mesi di vita di un figlio, anche perché i servizi per la prima infanzia sono scarsi e costosi.

A questo punto entra in gioco una peculiarità del sistema italiano: le madri che si dimettono entro il primo anno del bambino hanno diritto alla Naspi, l’indennità di disoccupazione, più generosa ma senza tutela del posto. Di fatto, uno strumento pensato per chi perde involontariamente il lavoro finisce per funzionare come una forma di congedo. Non è una politica per la maternità, ma la conseguenza di un sistema che non offre alternative quando rientrare al lavoro diventa troppo oneroso.

Il prezzo di quella scelta

Un recente studio mostra che quando i trasferimenti della Naspi diventano più generosi, circa il 10 per cento in più di madri lascia il lavoro, rinunciando alla protezione del posto in cambio di più liquidità immediata. Ma il costo nel lungo periodo è alto.

Le madri indotte a lasciare il lavoro perdono in media tra 28mila e 35mila euro di reddito nei quattro anni successivi al parto. Non si tratta di riduzioni di orario o salario, ma quasi sempre di uscita dal mercato del lavoro: finiti i sussidi, molte non rientrano. Il sistema trasforma così un problema di liquidità e servizi che mancano in abbandono dell’occupazione, proprio nel momento in cui quelle scelte pesano di più sulle carriere.

Il ruolo delle norme sociali

Ma la questione è più ampia. Il congedo non è solo sostegno al reddito: è una politica che modella anche le norme sociali. Finché è quasi esclusivamente la madre a stare a casa dopo il parto, l’idea che la cura dei figli sia una responsabilità femminile resta radicata.

L’esperienza danese è indicativa. Nel 2022 la Danimarca ha introdotto undici settimane di congedo riservate ai padri. Uno studio mostra che la riforma ha alzato la quota di congedo utilizzata dai padri ma, soprattutto, ha cambiato le norme sociali: i genitori che hanno utilizzato la misura mostrano atteggiamenti più paritari nella divisione del lavoro di cura e il divario di ore lavorate e di reddito tra uomini e donne si riduce già nei primi anni dopo la nascita.

È un effetto che la proposta bocciata avrebbe potuto attivare anche in Italia: non solo redistribuire risorse, ma modificare le norme sociali che rendono la maternità una penalizzazione occupazionale quasi esclusivamente femminile.

Quanto costa non riformare

I 4 miliardi stimati dalla Ragioneria sono un costo visibile. Il lavoro femminile perso è un costo che non compare nel bilancio: meno occupazione, meno reddito, meno gettito fiscale, disuguaglianze che si allargano nel tempo. La proposta bocciata aveva limiti reali, ma rinunciarvi ha un costo altrettanto reale.

Un sistema più efficace dovrebbe sostenere le madri subito dopo il parto, quando i vincoli sono più stringenti, con trasferimenti più adeguati e protezione del posto garantita e rendendo il congedo paterno sufficientemente lungo e adeguatamente retribuito da essere usato davvero. A queste misure si dovrebbe accompagnare un’espansione dei servizi per l’infanzia. Altrimenti, qualsiasi riforma del congedo rischia di spostare il carico di cura senza ridurlo.

La domanda non è se possiamo permetterci di riformare il congedo parentale. È se possiamo permetterci di accettare che la nascita di un figlio resti una penalizzazione occupazionale quasi esclusivamente femminile.

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  1. Valentina

    C’è un altro aspetto da considerare: se una donna fa un lavoro poco retribuito tende ancora di più a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio e questo anche perché il nostro sistema è generoso con chi non lavora. Facendo due conti con Isee per l’asilo ecc. forse conviene non lavorare se il lavoro di partenza era un lavoro pagato poco. Risultato: se una donna ha un lavoro interessante, retribuito adeguatamente, magari continua a lavorare, le altre no. Le donne che lasciano il lavoro difficilmente lo ritroveranno proprio perché magari facevano lavori di bassa specializzazione.

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