Il quorum del 50 per cento dei votanti per la validità dei referendum abrogativi comporta varie problematiche. La soluzione non è abolire la soglia, ma sostituirla con una di approvazione. È una riforma possibile, purché si converga su una proposta precisa.
Il problema del quorum di partecipazione
All’ultima chiamata in ordine di tempo alle urne, gli italiani hanno votato su una riforma costituzionale della giustizia con un’affluenza superiore a tutti i referendum abrogativi degli ultimi venti anni. Il motivo è semplice: era un referendum confermativo, privo di quorum. Il paradosso è ben noto, ma i problemi del quorum sono più profondi di quanto il dibattito attuale suggerisca.
I quesiti abrogativi richiedono che la metà degli aventi diritto al voto si rechi alle urne. La ratio è chiara: il referendum dovrebbe passare solo quando la questione interessa una quota sufficiente di cittadini, e quando la maggioranza è per il sì — il quadrante nordest della figura 1.
Figura 1

Nota: il grafico mostra l’esito del referendum: il referendum passa solo nel quadrante in alto a destra, dove la quota di cittadini che partecipa alla consultazione supera il 50% degli aventi diritto (asse orizzontale) e la maggioranza di questi è favorevole al sì (asse verticale, sopra la linea tratteggiata). In assenza di comportamenti strategici, tutti i contrari votano no, e la partecipazione potenziale coincide con la partecipazione effettiva.
I sostenitori del “no” hanno però una scelta: andare alle urne e votare “no” o astenersi. In assenza di coordinamento, si dividono tra chi si astiene per far mancare il quorum e chi, per senso civico o perché si aspetta che il referendum possa raggiungere il quorum, vota “no”, creando distorsioni nell’esito finale.
La figura 2 mostra in maniera analitica le distorsioni quando i contrari si dividono equamente tra “no” e astensione. La quota di astensione del 50 per cento è illustrativa, ma l’ipotesi di mancato coordinamento tra i contrari riflette la realtà: nei referendum abrogativi dell’ultimo decennio, i “sì” sono stati in media il 75 per cento, lontano dal 100 per cento che ci aspetteremmo se tutti i contrari si fossero astenuti.
Figura 2

I falsi negativi e i falsi positivi
Chiamiamo “partecipazione potenziale” la somma di coloro che hanno votato “sì”, “no” e delle astensioni strategiche. È la partecipazione che osserveremmo in assenza di astensione strategica, cioè se tutti i contrari che si sono astenuti per calcolo strategico votassero “no”. Quando è bassa, i sì devono battere non solo i “no”, ma anche l’astensione. I favorevoli devono essere ben più del 50 per cento dei partecipanti potenziali. Questa situazione crea ampio spazio per falsi negativi (area arancione), ossia abrogazioni che dovrebbero passare secondo la logica della figura 1, ma che non passano perché le astensioni strategiche fanno mancare il quorum. È il caso che probabilmente caratterizza l’esperienza italiana recente.
Ma c’è anche una distorsione speculare, certamente meno discussa: sopra un certo livello di partecipazione potenziale, il “sì” può vincere anche quando la maggioranza è contraria — area rossa, il falso positivo. Ciò accade se i sostenitori del “no” disperdono i voti dividendosi tra chi vota “no” e chi si astiene, e il quorum viene comunque raggiunto. Per quanto meno discusso, questo caso diventa rilevante proprio nei referendum che interessano una quota più ampia dell’elettorato.
Il sistema attuale è spesso difeso o attaccato come eccessivamente favorevole al “no”. In realtà è qualcosa di più distorsivo: produce esiti imprevedibili che possono andare in entrambe le direzioni.
Una maggioranza qualificata mobile e invisibile
Il quorum produce di fatto una maggioranza qualificata implicita che varia con la partecipazione. Sempre assumendo che la metà dei contrari si astenga, quando la partecipazione potenziale è sopra il 75 per cento basta appena il 33 per cento di favorevoli; quando è al 55 per cento la soglia sale all’82 per cento. Il legislatore ha scritto un quorum di partecipazione, ma il risultato è una maggioranza qualificata che si è alzata col tempo senza che nessuno l’abbia deciso.
Il voto è segreto, l’astensione no
C’è poi un ulteriore problema. Il voto è segreto, l’astensione no — può essere negoziata, concordata, persino imposta, anche semplicemente organizzando un weekend fuori porta nei giorni del referendum. Quando la strategia vincente per chi si oppone è non presentarsi, si apre uno spazio per pressioni sociali che il segreto del voto era stato progettato per chiudere.
La soluzione c’è, ma non è l’abolizione del quorum
L’abolizione secca del quorum, oggi l’unica proposta alternativa sul tavolo, eliminerebbe certamente l’astensione strategica, ma con essa anche la garanzia contro le minoranze organizzate. La soluzione è sostituire il quorum di partecipazione con un quorum di approvazione: il referendum passa solo se i “sì” superano i “no” e raggiungono una soglia minima degli aventi diritto — per esempio il 25 per cento.
Con le regole attuali il referendum passa se sono soddisfatte due condizioni: i “sì” superano i “no”, e l’affluenza supera il 50 per cento. Un voto per il “no” diminuisce la probabilità che valga la prima condizione, ma aumenta la probabilità che valga la seconda. Un “no” può dunque aumentare o diminuire la probabilità di abrogazione — ed è qui che sta il paradosso. Con il quorum di approvazione, un voto per il “no” può solo ridurre la probabilità che il “sì” vinca. La scelta razionale per chi è contrario è una sola: andare a votare “no”. Questa soluzione eliminerebbe alla radice l’astensione strategica mantenendo tuttavia una forte garanzia contro le minoranze organizzate.
La linea blu della figura 3 mostra la frontiera di approvazione con un quorum approvativo del 25 per cento. Con questa regola passerebbero le abrogazioni nel quadrante nordest della figura, più una quota di referendum che, nonostante non raggiungano il 50 per cento dei voti, hanno una quota di “sì” sufficiente a superare il referendum approvativo.
Figura 3

Seppur fuori del quadrante nordest, queste abrogazioni non sono da considerare distorsioni perché i “sì” sarebbero sufficienti a prevalere anche su una quota aggiuntiva di “no” sufficiente a far raggiungere il quorum. Sono abrogazioni che nel sistema attuale non passano solo perché mancano i “no” necessari a raggiungere il quorum — il che appare paradossale.
Questa regola, adottata ad esempio dalla Danimarca per i referendum costituzionali. seppur con una soglia più elevata, risolve tutti i problemi descritti: elimina l’incentivo all’astensione strategica, stabilizza la soglia e mantiene la segretezza del voto. E fa tutto ciò senza sacrificare le garanzie contro le minoranze organizzate che l’abolizione secca invece elimina. Ci sarebbe anche un effetto collaterale positivo: più partecipazione.
Esiste oggi una potenziale maggioranza trasversale favorevole a riformare il quorum referendario. Perché si traduca in risultato, è importante che converga su una proposta precisa e digeribile. Il rischio altrimenti è che il frazionamento delle posizioni porti anche qui a un falso negativo. Con conseguenze, questa volta, ancora più profonde.
*Le opinioni espresse su lavoce.info sono personali e non rappresentano la posizione della Commissione Europea.
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Simone Ferro è economista presso il Competence Centre on Microeconomic Evaluation del Joint Research Centre (Commissione Europea). In precedenza è stato ricercatore postdoc presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Milano. Ha conseguito la laurea presso l'Università Bocconi, maturato un'esperienza presso la Fondazione Rodolfo Debenedetti e ottenuto un dottorato di ricerca presso la Queen Mary University of London.
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