Fenomeni come il ghosting e l’ostracismo digitale richiedono risposte che vadano oltre il piano individuale. La scuola, le famiglie e le istituzioni hanno tutte un proprio ruolo da svolgere per promuovere un uso consapevole e regolato delle piattaforme.

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La solitudine e il fenomeno del ghosting

La solitudine è sempre più riconosciuta come un tema di salute pubblica, con impatti concreti soprattutto sui giovani. Un comportamento sempre più diffuso nell’era digitale è il “ghosting”, ovvero sparire improvvisamente dalla vita di qualcuno interrompendo ogni contatto. Non è più solo una questione di maleducazione online.

È un fenomeno che incide in modo significativo sul benessere psicologico e sulle relazioni sociali. “Visualizzato” e poi più nulla. Nessuna risposta, nessuna spiegazione, nessun messaggio finale. Oggi il ghosting accade nelle relazioni sentimentali, nelle amicizie, sul lavoro e perfino nei colloqui di assunzione. È diventato così comune che molti lo considerano quasi normale. Ma dietro l’apparente normalità si nasconde un problema molto serio: il suo impatto sulla salute mentale. I microdati europei mostrano che chi lo subisce sta significativamente peggio: quasi sei volte di più in distress psicologico.

Cos’è, dal punto di vista della salute mentale

Essere ghostati significa vivere un rifiuto improvviso senza una vera chiusura. Chi sparisce non dice “non voglio più sentirti”. Semplicemente smette di esistere nella relazione.

Dal punto di vista psicologico questo può essere molto doloroso.

Gli studiosi parlano di “ostracismo sociale”: una forma di esclusione che colpisce bisogni fondamentali come sentirsi accettati, importanti e riconosciuti.

Le ricerche mostrano che chi vive frequentemente esperienze di rifiuto o esclusione tende ad avere livelli molto più alti di stress psicologico, ansia e tristezza.

Pancani e colleghi dell’Università Cattolica hanno mostrato che l’esperienza minaccia bisogni psicologici fondamentali e produce affetto negativo persistente. La letteratura medica mostra esiti analoghi per ansia e depressione.

I microdati della EU Loneliness Survey 2022, promossa dal Joint Research Centre su 25.646 cittadini Ue (mille italiani), permettono di osservare il fenomeno in modo indiretto: la survey non chiede “sei stato ghostato”, ma misura quanto frequentemente i rispondenti si sentano rifiutati, esclusi e isolati – un indicatore proxy, cioè una misura indiretta, del vissuto che il ghosting produce. Il senso di rifiuto e isolamento misurato dalla survey è ricavato da scale psicologiche validate a livello internazionale, usate qui come strumento di stima per elaborazioni originali.

In Italia, un giovane su quattro

Il 10,2 per cento degli italiani dichiara di sentirsi “spesso rifiutato”, valore di poco inferiore alla media Ue-27 (12,2). L’aggregato nasconde un gradiente per età netto: tra i 16-29enni la quota è 24,8 per cento, cinque punti sopra la media Ue-27 della stessa fascia. Scende al 12,3 nei 30-49enni, al 5,7 nei 50-64enni, al 4,6 oltre i 65 anni. Le donne (12,2) si sentono rifiutate più degli uomini (8,0).

Figura 1 – Quota di chi “spesso si sente rifiutato/a” per fascia d’età

L’associazione con la salute mentale colpisce. Un indice di distress psicologico ispirato alla scala Kessler — uno strumento standardizzato che misura sintomi di nervosismo, disperazione, irrequietezza, depressione e senso di inutilità su una scala da 0 a 25 — passa da 7,0 in chi “mai” si sente rifiutato, a 12,5 fra chi vi si trova “talvolta”, fino a 17,1 fra chi vi si trova “spesso”. La quota nel quarto della popolazione Ue-27 con distress più alto sale dal 14 all’79 per cento: in Italia chi vive frequentemente il rifiuto ha quasi sei volte la probabilità di alto distress.

Figura 2 — Indice di distress psicologico per livello di rifiuto, Italia

Il telefono nella tasca dei giovani

Buona parte del fenomeno passa dalle chat. In Italia un 16-29enne su tre (35 per cento) apre WhatsApp o simili almeno sedici volte al giorno; tra gli over 30 la quota crolla al 6,6 per cento. Tra chi è in formazione si arriva al 31 per cento, tra i disoccupati in cerca attiva al 20. Le donne usano la chat in modo compulsivo più degli uomini (11,8 contro 9,4 per cento), ma il vero spartiacque è generazionale.

L’uso intensivo si associa al rifiuto in entrambe le età. Chi apre la chat sedici volte al giorno o più riferisce rifiuto frequente nel 22,4 per cento dei casi, contro l’8,8 di chi le consulta meno. Per i 16-29enni il rifiuto frequente sale dal 22 al 31 per cento fra gli utenti intensi — un divario coerente, pur con margini d’errore ampi. Avere contatti remoti quotidiani con gli amici, invece, non è associato a maggior rifiuto: anzi, è leggermente più basso (9,3 contro 10,8 per cento). Conta dunque il modo d’uso, non lo strumento: il check compulsivo del telefono — coerente con la letteratura sull’attaccamento ansioso — è quello che cattura il segnale.

Figura 3 – Rifiuto frequente per fascia d’età e uso intensivo delle chat (Italia)

E sul lavoro

Fra gli occupati italiani il 14 per cento si sente isolato sul lavoro “sempre” o “quasi sempre”. Il dato risale al 18 per cento fra chi non riceve mai sostegno dal proprio manager, e in questo sottoinsieme l’indice di distress è oltre un terzo più alto (11,2 contro 8,2). Il ghosting lavorativo non è solo un comportamento di candidati irrispettosi: è anche il riflesso di organizzazioni in cui l’isolamento relazionale è la norma.

Cosa fare

Fenomeni come il ghosting e l’ostracismo digitale richiedono risposte che vadano oltre il piano individuale. Sul versante della prevenzione, la scuola ha un ruolo centrale nell’insegnare competenze relazionali e digitali fin dall’adolescenza; le famiglie possono promuovere un uso consapevole delle piattaforme; le istituzioni dovrebbero valutare forme di regolazione che incentivino design meno addictive e più rispettosi del benessere psicologico degli utenti.

Nel mondo del lavoro, il problema non si risolve con semplici norme anti-ghosting: servono ambienti organizzativi meno isolanti e una formazione manageriale capace di valorizzare comunicazione, rispetto e qualità delle relazioni. I dati mostrano che i lavoratori privi di supporto del proprio manager presentano livelli di distress significativamente più alti: investire nella qualità della relazione manageriale non è solo una questione di cultura aziendale, ma di salute pubblica.

Più in generale, la solitudine e il rifiuto sociale vanno trattati come priorità di politica sanitaria, con programmi di supporto psicologico accessibili, campagne di sensibilizzazione rivolte ai giovani e sistemi di monitoraggio che integrino indicatori di benessere relazionale nelle indagini nazionali sulla salute.

Tabella 1 – Uso intensivo delle chat per fascia d’età (Italia)

Caveat metodologici

(i) “Rifiuto/esclusione” è proxy di vissuto, non misura diretta di ghosting subito. (ii) Campione Italia n=1.000; tutte le stime con pesi campionari, IC al 95% e coefficiente di variazione. (iii) Soglia “alto distress” = quarto superiore della distribuzione UE27. (iv) Cross-section: associazioni, non rapporti causali.

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