Un mercato del lavoro poco mobile, com’è oggi quello italiano, può apparire rassicurante perché più stabile. Ma una riduzione persistente della mobilità può avere effetti negativi sulla produttività e sui salari. E i rischi maggiori li corrono i giovani.
Cosa dicono i dati sui flussi occupazionali
Il mercato del lavoro italiano continua a presentare indicatori aggregati favorevoli. Nel 2025 il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1 per cento ed è ulteriormente diminuito nei primi mesi del 2026. Il numero degli occupati è elevato nel confronto storico. Ma dietro questi dati emerge un fenomeno meno visibile e potenzialmente problematico: il mercato del lavoro sta diventando sempre meno dinamico.
I segnali arrivano dai flussi occupazionali, cioè dai movimenti delle persone tra occupazione, disoccupazione e inattività. Nel 2025 sia gli ingressi nell’occupazione sia le uscite hanno fatto registrare livelli eccezionalmente bassi rispetto al passato (figura 1). I dati relativi al primo trimestre del 2026, disponibili solo a livello aggregato, restano su valori particolarmente bassi. Anche i passaggi da un lavoro a un altro – un indicatore cruciale della mobilità del lavoro – sono scesi ai minimi storici.
Figura 1 – Entrate nell’occupazione e uscite verso la non occupazione, in rapporto alla popolazione tra i 15 e i 74 anni

Colpisce in particolare il fatto che si tratta di un fenomeno tipicamente italiano: sulla base dei dati dell’Eurostat sulle transizioni nel mercato del lavoro, in tutti i principali paesi e nella media dell’area dell’euro non si registra una tendenza tanto marcata quanto quella osservata in Italia.
I dati Istat indicano inoltre che la riduzione dei flussi in entrata nell’occupazione interessa tutte le classi d’età, ma è particolarmente marcata tra i giovani fino a 34 anni, che tradizionalmente rappresentano oltre metà dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Il calo delle uscite dall’occupazione è invece più uniforme tra le diverse fasce anagrafiche. Quindi, sebbene il progressivo invecchiamento della popolazione tenda strutturalmente a ridurre i flussi in entrata, gli ingressi dei giovani diminuiscono anche in termini relativi.
Figura 2 – Flussi in entrata e in uscita dalla condizione di occupato per fascia d’età in rapporto alla popolazione totale
| a) In entrata nell’occupazione | b) In uscita dall’occupazione |


Meno mobilità anche tra lavori
Un ulteriore elemento di interesse riguarda le transizioni job-to-job, cioè i passaggi diretti da un’impresa a un’altra. Secondo i dati Eurostat nel 2025 questi movimenti hanno toccato un minimo sia tra i lavoratori più giovani sia tra quelli adulti (figura 3).
Anche in tal caso il confronto con gli altri paesi europei suggerisce che il fenomeno italiano ha caratteristiche peculiari. In Germania, ad esempio, il rallentamento dell’occupazione registrato nell’ultimo biennio non si è accompagnato a una compressione così forte dei flussi. Dai dati Eurostat un quadro simile emerge anche per la Francia e la Spagna. In Italia, al contrario, tutti gli indicatori di mobilità mostrano una brusca e ampia caduta.
Più stabilità o meno dinamismo?
Fenomeni analoghi di “low hire, low fire” sono stati discussi recentemente anche negli Stati Uniti, dove però il rallentamento è seguito a una fase di mobilità eccezionalmente elevata dopo la pandemia. In Italia, invece, la compressione dei flussi avviene in un mercato del lavoro già storicamente poco dinamico (ad esempio qui).
Le cause del fenomeno italiano non sono ancora del tutto chiare, ma alcune ipotesi appaiono plausibili e probabilmente tutte contribuiscono a spiegare la forte riduzione della mobilità.
Dopo la pandemia, l’alta domanda di lavoro si è accompagnata a un aumento rilevante delle assunzioni a tempo indeterminato. Una quota maggiore di occupazione stabile può avere ridotto i flussi in uscita: chi ha ottenuto un contratto permanente tende meno frequentemente a perdere o lasciare il lavoro.
Inoltre, in presenza di persistenti difficoltà nel reperimento di manodopera, le imprese potrebbero aver reagito al rallentamento delle assunzioni cercando di evitare cali significativi degli organici esistenti per evitare di affrontare costi di reclutamento futuri. In altre parole: meno licenziamenti e meno turnover.
A questi fattori si aggiunge un elemento in parte strutturale: il calo della partecipazione dei giovani. In Italia, a differenza degli altri paesi europei l’attività di studio e la partecipazione al mercato del lavoro sono spesso percepite come alternative. Ad esempio, in Germania un ragazzo su quattro tra i 15 e i 29 anni studia e partecipa al mercato del lavoro, in Francia il 13 per cento, in Italia solo il 4 per cento. La progressiva crescita della scolarità nel nostro paese si è quindi accompagnata a una riduzione della partecipazione dei più giovani. La marcata dinamica dell’ultimo anno è però determinata da fattori prevalentemente congiunturali: probabilmente, a causa dell’indebolimento della domanda di lavoro una quota crescente di giovani ha preferito rimanere a scuola, anziché partecipare al mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di partecipazione della fascia 15-29 anni è diminuito di oltre un punto percentuale rispetto all’anno precedente, una dinamica che non si osserva negli altri principali paesi europei e che sta proseguendo anche nei primi mesi del 2026, limitando i flussi in entrata.
Figura 3 – Probabilità di transizione da un lavoro a un altro a un anno di distanza per classe d’età


Perché la perdita di dinamismo conta
Un mercato del lavoro meno mobile può apparire, almeno nel breve periodo, un segnale rassicurante: meno uscite dall’occupazione significano maggiore stabilità. Ma nel medio periodo una riduzione persistente della mobilità può avere effetti negativi sia sulla produttività sia sui salari.
Una vasta letteratura economica (ad esempio qui) mostra infatti che la riallocazione dei lavoratori verso imprese più produttive rappresenta uno dei principali motori della crescita della produttività aggregata. Quando i flussi occupazionali rallentano, questo meccanismo si indebolisce.
Anche la crescita salariale rischia di risentirne. I cambi di lavoro volontari sono spesso associati a incrementi retributivi, soprattutto nelle prime fasi della carriera (qui). Una minore mobilità riduce quindi non solo le opportunità individuali, ma anche la pressione competitiva sui salari esercitata dalla concorrenza tra imprese.
Il rischio è particolarmente rilevante per i giovani, la cui progressione professionale dipende in larga misura dalla possibilità di accumulare esperienza attraverso transizioni lavorative frequenti. L’Italia potrebbe dunque trovarsi di fronte a un mercato del lavoro solo apparentemente solido.
* Le opinioni qui espresse sono personali e non sono necessariamente imputabili alla Banca d’Italia.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Savino
Vogliamo solo educare i nostri poveri giovani, che sono sempre più poveri pur lavorando. Io non ricordo un baby boomers, nato negli anni ’50 e ’60, cui hanno fatto tutti questi problemi sul mondo del lavoro, eppure la produttività era inferiore e gli stipendi da nababbi.