Lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non produce solo danni ambientali. Si registra anche un aumento persistente dei decessi per tumore, che emerge dopo decenni ed è particolarmente marcato tra i più giovani. Cosa dice il confronto tra comuni vicini.
Una questione irrisolta
La Terra dei fuochi continua a essere una delle emergenze ambientali più gravi del paese. Il problema, infatti, non appartiene soltanto al passato: ancora oggi le autorità registrano sversamenti e incendi illegali di rifiuti. Dalla fine degli anni Ottanta, la criminalità organizzata ha trasformato lo smaltimento illegale di rifiuti industriali in un’attività sistematica e redditizia. Rifiuti pericolosi vengono interrati, abbandonati sul territorio o scaricati in fiumi e laghi. Una delle pratiche più diffuse è la combustione all’aperto, utilizzata sia per distruggere direttamente i rifiuti sia per ridurne il volume prima dell’interramento. Nel gennaio 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia, riconoscendo una violazione del diritto alla vita per l’insufficiente risposta da parte dello Stato.
In un nostro recente lavoro utilizziamo l’inventario dei siti potenzialmente contaminati dell’Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania). Un sito di sversamento entra nell’inventario quando le analisi preliminari rilevano almeno un inquinante oltre i limiti di legge nel suolo, nel sottosuolo o nelle acque sotterranee. Per essere classificato ufficialmente come contaminato sono necessarie verifiche più approfondite e valutazioni specifiche del rischio che in molti casi non sono ancora state completate. Dopo aver escluso impianti produttivi, distributori di carburante e altre attività legali, abbiamo individuato 1.667 siti riconducibili allo smaltimento illegale. A questi dati abbiamo affiancato i registri Istat sui decessi per comune e causa di morte dal 1980 al 2022.
Sopravento e sottovento
I roghi illegali di rifiuti restano un fenomeno diffuso. Secondo il ministero dell’Interno, nel 2022 se ne sono verificati circa mille, rispetto a una media di circa 2mila all’anno nel decennio precedente e di circa 4mila all’anno fino al 2013. La direzione prevalente dei venti ci permette quindi di distinguere comuni diversamente esposti all’inquinamento prodotto dagli stessi siti. Quando i rifiuti vengono bruciati, una parte degli inquinanti si disperde seguendo le correnti d’aria. Due comuni ugualmente vicini a un sito possono quindi trovarsi in condizioni diverse: uno più spesso sottovento, e dunque più esposto alle emissioni, l’altro sopravento.
Ricostruiamo la direzione storica dei venti presso ciascun sito utilizzando i dati giornalieri di 47 stazioni meteorologiche osservate per dieci anni. Per identificare la localizzazione di ogni comune identifichiamo il punto che dà maggiore peso alle aree più densamente abitate.
Dopodiché, per ogni sito consideriamo i comuni sopravento e sottovento nel raggio di tre chilometri, una distanza coerente con gli studi epidemiologici sull’esposizione alle diossine prodotte da fonti di combustione. In questo modo confrontiamo territori con una presenza simile di siti nelle vicinanze, ma diversamente esposti agli inquinanti trasportati dalle correnti d’aria. Le testimonianze giudiziarie e giornalistiche disponibili non indicano che i clan scegliessero i luoghi di smaltimento in funzione dei venti. Una caratteristica che rende il confronto particolarmente utile per isolare l’impatto dell’inquinamento.
Tuttavia, il vento non è l’unico canale di contaminazione: l’interramento può inquinare suolo e falde, con effetti che possono propagarsi anche attraverso l’acqua e la catena alimentare. Per isolare l’effetto causale dell’esposizione alle diossine, concentriamo la nostra analisi su quella dovuta al vento. Le nostre stime colgono quindi solo una parte del danno sanitario complessivo, che potrebbe essere ancora maggiore.
Gli effetti emergono dopo decenni
Fino alla fine degli anni Ottanta, quando lo smaltimento illegale comincia a diffondersi, i comuni più e meno esposti seguono andamenti molto simili nel numero di decessi per tumore. Le differenze iniziano a comparire molti anni dopo, diventano più evidenti intorno agli anni Duemila e persistono fino alla fine del periodo osservato.
Negli ultimi anni, a parità di vicinanza ai siti, i comuni sottovento registrano in media circa due decessi per tumore in più all’anno rispetto ai comuni sopravento. Considerando l’intera area interessata, si tratta di diverse centinaia di decessi per tumore in più ogni anno. Se il divario dipendesse da differenze preesistenti tra i comuni, lo dovremmo osservare anche prima della diffusione dello smaltimento illegale di rifiuti. La figura 1 mostra che l’effetto è nullo prima della fine degli anni Ottanta e cresce gradualmente molti anni dopo.
Figura 1 – Esposizione sottovento e decessi per tumore, 1980-2022

Tumori e fasce d’età
Gli effetti non sono uguali per tutti i tipi di tumore. Come mostra la figura 2, i risultati più evidenti riguardano quelli dell’apparato respiratorio e quelli alle ossa, alla pelle e alla mammella. Per queste patologie, la letteratura medica ha documentato possibili legami con un’esposizione prolungata a sostanze come le diossine. Per le altre categorie le stime sono meno precise, anche se nella maggior parte dei casi indicano comunque un aumento del numero di morti.
Anche l’età fa emergere differenze importanti. Considerando i decessi per tutte le cause, l’effetto appare particolarmente marcato tra bambini e adolescenti. Le stime per chi ha meno di 20 anni sono più elevate di quelle per molte fasce più anziane, nonostante tra gli adulti il tumore rappresenti una quota molto maggiore delle cause di morte. È un’indicazione che, per i più giovani, le conseguenze dell’esposizione potrebbero andare oltre le sole patologie tumorali.
Figura 2 – Effetti per tipo di tumore e fascia d’età

Altri elementi a sostegno dei risultati
I risultati trovano conferma in una serie di analisi aggiuntive. Non osserviamo effetti simili per cause di morte che non dovrebbero essere legate all’inquinamento, come incidenti stradali e omicidi. Le stime restano inoltre pressoché invariate quando teniamo conto della crescita della popolazione o cambiamo il modo in cui misuriamo l’esposizione. Anche la distanza dai siti fornisce un’indicazione coerente: l’effetto è maggiore nelle aree più vicine e si attenua progressivamente man mano che ci si allontana.
Il costo sanitario della criminalità organizzata
Il risultato amplia il modo in cui valutiamo i costi della criminalità organizzata. Gli studi economici hanno documentato gli effetti delle mafie su imprese, crescita, spesa pubblica e istituzioni. Il nostro studio aggiunge un costo meno visibile: un danno alla salute che può manifestarsi decenni dopo l’attività criminale che lo ha generato.
È proprio la natura clandestina dell’inquinamento a rendere il problema particolarmente grave. Se le emissioni non sono registrate e i siti vengono scoperti solo molti anni dopo, famiglie e istituzioni non possono reagire tempestivamente. Monitoraggio ambientale, individuazione dei siti, bonifiche e sorveglianza sanitaria non sono quindi soltanto politiche ambientali: nelle aree dove la criminalità controlla attività ad alto impatto, sono anche strumenti di contrasto ai costi economici e sociali del crimine.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Davide Cipullo è un Professore Associato di Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Economia e Finanza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. E' affiliato con l'istituto di ricerca economica CESifo di Monaco di Baviera, il Centro Universitario per la Finanzia Regionale e Locale (CIFREL), e l'Uppsala Centre for Fiscal Studies. Ha conseguito il dottorato in economia presso l'Università di Uppsala in Svezia e ha svolto un periodo di ricerca presso la Harvard University. Ha pubblicato lavori di ricerca su riviste scientifiche internazionali come il Journal of Public Economics e l'American Economic Journal: Applied Economics.
Massimiliano G. Onorato è Professore Associato di Economia presso l’Università di Bologna. Ha conseguito il Ph.D. in Economics presso l’Università Bocconi ed è stato Postdoctoral Associate presso il Leitner Program in International and Comparative Political Economy della Yale University. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la political economy, la storia economica e lo sviluppo economico. I suoi lavori sono apparsi su riviste scientifiche internazionali, tra cui “The Review of Economics and Statistics” e “American Economic Journal: Applied Economics”. È autore, con Mark Dincecco, del volume “From Warfare to Wealth: The Military Origins of Urban Prosperity in Europe” (Cambridge University Press), vincitore nel 2018 del William H. Riker Best Book Award dell’American Political Science Association.
Gianmario Pelleschi è dottorando di ricerca in Economia e Finanza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e affiliato al Centro Interuniversitario di Finanza Regionale e Locale (CIFREL). È un microeconomista applicato che si occupa principalmente di political economy ed economia pubblica. Nella sua ricerca combina dati amministrativi e nuove fonti di dati con metodi quasi-sperimentali, sfruttando variazioni nell’esposizione ambientale per studiare relazioni causali e questioni di rilevanza economica e sociale.
Lascia un commento