I giovani medici vorrebbero restare in Italia. Ma per trattenerli in patria non conta solo lo stipendio. Contano anche le condizioni di lavoro: carichi e turni, stabilità contrattuale e opportunità di ricerca, formazione e crescita professionale.

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Giovani medici che partono

La fuga dei medici italiani non è un fenomeno nuovo. Qualche anno fa la campagna “Offre l’Italia” della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri  denunciava che circa 1.500 giovani medici all’anno, formati nelle università italiane con ingenti costi per il bilancio pubblico, andavano a specializzarsi all’estero e non tornavano, mentre migliaia di laureati rimanevano bloccati nel collo di bottiglia tra laurea e specializzazione. Chi partiva, osservava allora la Federazione, trovava fuori dall’Italia condizioni retributive e organizzative migliori, rendendo difficile il ritorno a casa.

La risposta al problema è stata spesso cercata aumentando i posti di specializzazione. Ma una volta formato lo specialista rimane aperta un’altra domanda: che cosa lo convince a costruire la propria carriera in Italia anziché all’estero?

L’indagine fra gli studenti di medicina

Un nostro recente studio prova a rispondere all’interrogativo. Abbiamo intervistato un campione di 527 studenti di medicina dal quarto al sesto anno, intenzionati a specializzarsi, iscritti a 12 università distribuite tra Nord, Centro e Sud Italia. Invece di chiedere loro se intendano emigrare, il questionario li ha posti di fronte a una serie di scelte tra offerte di lavoro alternative nel loro ambito di specializzazione, che differiscono per paese, reddito netto, stabilità del contratto, opportunità di ricerca e formazione, condizioni di lavoro e rapporto tra competenze e mansioni. È un esempio di esperimento a scelte discrete (o Discrete Choice Experiment).

La nostra analisi non misura quindi partenze effettive, ma preferenze dichiarate che possono cambiare nel corso del tempo. Ha però un vantaggio importante: consente di mettere sulla stessa scala salario e caratteristiche non monetarie del lavoro. In pratica, permette di stimare quanto reddito un giovane medico sarebbe disposto a sacrificare per avere, ad esempio, maggiore stabilità, migliori condizioni di lavoro o più opportunità di crescita professionale.

Un risultato centrale è che per convincere un giovane medico italiano a lavorare nel paese europeo estero che preferisce, anziché in Italia, servono in media circa 13.500 euro netti in più all’anno, con un’incertezza di stima compresa tra circa 11 e 16mila euro, a parità delle altre caratteristiche del lavoro. Non è esattamente il ritratto di una generazione che non vede l’ora di andarsene, e suggerisce che sulla decisione di lavorare in Italia o all’estero non conta solo quanto si guadagna.

Anche le altre caratteristiche del lavoro hanno infatti un valore economico elevato. Gli studenti sarebbero disposti a rinunciare in media a un importo di circa 12.700 euro l’anno, con un’incertezza di stima tra circa 11 e 14mila euro, per passare da carichi pesanti, con frequenti straordinari e turni notturni, a buone condizioni di lavoro. Per buone opportunità di ricerca e formazione sarebbero disposti a rinunciare in media a circa 11mila euro, con un’incertezza di stima tra circa 9 e 13mila euro. Anche la sicurezza del posto è molto apprezzata.

Quanto contano stabilità e opportunità di crescita professionale

Tuttavia, non è solo questione di “buoni lavori” in generale: quella che emerge nei dati è una differenza di preferenze netta tra Italia ed estero. Restando in patria, rispetto a un posto a tempo determinato, gli studenti sarebbero in media disposti a rinunciare a quasi 14mila euro l’anno, con un’incertezza di stima tra circa 10.400 e 17.500 euro, pur di avere un posto a tempo indeterminato. Per un lavoro all’estero, invece, la disponibilità a rinunciare a reddito in cambio della stabilità è molto più bassa. Una possibile lettura è che, per molti giovani medici, l’estero possa rappresentare una fase temporanea della carriera: si può accettare maggiore incertezza contrattuale in cambio del valore di un’esperienza formativa internazionale. L’Italia sembra invece essere il luogo nel quale molti immaginano di stabilirsi e costruire una carriera di lungo periodo: stabilità e opportunità di crescita acquistano quindi un valore rilevante. Anche le opportunità di sviluppo professionale – ricerca e formazione – risultano particolarmente apprezzate nei posti italiani. Le buone condizioni di lavoro, invece, sono molto apprezzate indipendentemente dal paese. Infine, le stime mostrano che la propensione a emigrare non è uguale per tutti: tra chi è più propenso a partire tendono a essere sovrarappresentati giovani con caratteristiche formative e personali specifiche – il che significa che il brain drain rischia di essere anche una perdita selettiva, non solo numerica.

Attenzione alle condizioni di lavoro, non solo agli stipendi

I risultati suggeriscono dunque una prospettiva diversa sulla cosiddetta “fuga dei medici”. Se la risposta più immediata alla “fuga di medici” è pensare che l’Italia debba rincorrere gli stipendi dei paesi più ricchi, lo studio mostra che possiede già qualcosa che i datori di lavoro stranieri devono pagare per compensare: una preferenza per restare. La questione è allora come non dissiparla. Il salario è una leva, ma anche le condizioni di lavoro contano: carichi e turni, stabilità contrattuale e opportunità di ricerca, formazione e crescita professionale incidono tutte in misura rilevante sulle scelte migratorie dei futuri medici.

Le politiche per trattenere i medici dovrebbero quindi guardare alla qualità complessiva della carriera offerta. Un posto stabile ma con poche prospettive, carichi elevati e scarse occasioni di formazione può consumare rapidamente il vantaggio che deriva dalla preferenza per vivere in Italia.

Questo è forse il messaggio più utile per il dibattito italiano. Concentrare la discussione solo su quanto aumentare gli stipendi rischia di essere fuorviante: il problema non è soltanto quanto pagare i giovani medici, ma quale lavoro e quale carriera offrire loro.

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