Negli annunci del governo la cancellazione parziale della tassa automobilistica è stata giustificata da una duplice finalità: compensare gli aumenti dei carburanti e abolire una tassa “odiata”. In entrambi i casi la scelta si scontra con alcune criticità.
Se l’obiettivo è compensare l’aumento della benzina
La cancellazione parziale della tassa automobilistica – che riguarda principalmente gli autoveicoli posseduti da soggetti privati fino a 80 kW di potenza corrispondenti a circa il 30 per cento del parco auto, per una perdita complessiva di gettito di 2,2 miliardi – ha assunto, negli annunci del governo, una duplice finalità, che rende difficile decifrarne pienamente il significato e valutarne l’opportunità.
Da un lato, l’abolizione del bollo auto sostituisce gli interventi emergenziali di riduzione delle accise adottati per compensare gli effetti dell’aumento dei prezzi del petrolio e sostenere il reddito dei consumatori. Si tratta, dunque, di una finalità di natura congiunturale, per fronteggiare tensioni, auspicabilmente temporanee, sui mercati energetici. Coerentemente, anche l’intervento sul bollo auto dovrebbe configurarsi come una misura temporanea.
Il fatto che il decreto legge preveda la cancellazione per il solo 2027 è coerente con questa prospettiva. In più, come è stato sottolineato (qui), un intervento sul bollo potrebbe presentare, rispetto al taglio delle accise, il vantaggio di trasferire più direttamente il beneficio ai consumatori, proprio per i diversi meccanismi di traslazione delle due misure. La riduzione dell’accisa, infatti, non si trasferisce necessariamente per intero sul prezzo finale del carburante: a seconda delle condizioni di domanda e offerta e del grado di concorrenza del mercato, una parte del beneficio può tradursi in maggiori margini per le imprese produttrici e distributrici di idrocarburi. L’esenzione dal bollo, invece, equivale sostanzialmente a un trasferimento forfettario ai possessori dei veicoli-potenziali acquirenti di carburante, lasciando ai produttori e distributori uno spazio assai minore per appropriarsi del beneficio.
Tuttavia, rispetto alla finalità congiunturale, la cancellazione parziale della tassa automobilistica presenta due criticità. La prima è che il suo carattere temporaneo è tale soltanto per ragioni di copertura finanziaria. In realtà, la cancellazione provvisoria di fatto si è dovuta immediatamente tradurre in una promessa di eliminazione permanente sul piano politico – come chiaramente annunciato da molti esponenti del governo – perché dall’abolizione di un prelievo così “saliente” è molto difficile tornare indietro.
La seconda criticità sta nella non coincidenza tra le platee interessate, rispettivamente, dagli interventi sulle accise sugli idrocarburi e dall’abolizione della tassa automobilistica, ovvero nei differenti effetti redistributivi prodotti dalle due misure. Nel primo caso, sono coinvolti tutti gli utilizzatori di veicoli privati, sia persone fisiche sia imprese, in proporzione all’intensità del loro utilizzo; nel secondo, soltanto le persone fisiche che possiedono veicoli, indipendentemente dall’impiego. Le due platee possono essere molto differenti: si pensi, ad esempio, a una seconda automobile utilizzata poco nell’ambito del nucleo familiare o a quella di una persona anziana che ne fa un uso soltanto occasionale.
Se l’obiettivo è togliere una tassa “odiata”
Il secondo obiettivo perseguito dal governo con l’abolizione del bollo auto è quello di eliminare un prelievo particolarmente impopolare tra i contribuenti, “odiato” o “inviso” secondo le dichiarazioni di diversi esponenti della maggioranza. Coerentemente con questa finalità, l’intervento dovrebbe avere carattere strutturale e, dunque, permanente.
Il fatto che il bollo auto sia forse un prelievo così poco gradito ai cittadini potrebbe dipendere dal fatto che il suo obiettivo ambientale – scoraggiare l’impiego dei veicoli privati che generano esternalità negative sull’ambiente – non è così diretto e trasparente. Infatti, pur essendo il suo ammontare differenziato in funzione della potenza del veicolo e della sua classe ambientale, con riduzioni ed esenzioni per i veicoli ibridi o elettrici, il bollo auto è collegato al possesso del veicolo e non all’intensità del suo utilizzo.
Ma allora, più che cancellare la tassa automobilistica, si sarebbe dovuto rivederne la struttura, rendendo più mirato e diretto il suo collegamento con l’obiettivo di orientare i comportamenti dei cittadini verso forme di mobilità più sostenibili dal punto di vista ambientale, disincentivando il ricorso ai veicoli privati. Per esempio, si sarebbe potuta circoscrivere la cancellazione del bollo auto ai soli nuclei familiari che possiedono effettivamente un unico veicolo, anziché applicarla, come previsto dal decreto legge, a un veicolo – quello di minore potenza – posseduto da soggetti che possono essere proprietari anche di altri automezzi.
In ogni caso, soprattutto se dovesse assumere carattere strutturale, la cancellazione del bollo auto potrebbe determinare effetti redistributivi difficilmente giustificabili e che comunque richiedono di essere valutati attentamente. La limitazione dell’esenzione ai soli veicoli di potenza relativamente contenuta, infatti, non garantisce che il beneficio si concentri sui contribuenti con redditi più bassi. Al contrario, potrebbe finire per avvantaggiare soprattutto i possessori – individualmente o nell’ambito del nucleo familiare di appartenenza – di seconde auto, che presumibilmente hanno una maggiore capacità economica.
Un taglio anche all’autonomia delle regioni
Un’ulteriore criticità, ancora una volta rilevante soprattutto qualora la cancellazione del bollo auto dovesse assumere carattere strutturale, riguarda il fatto che si tratta di un tributo regionale. Le regioni, oltre a vedersi attribuito il gettito, dispongono infatti di margini di autonomia nella determinazione delle aliquote e nella previsione di maggiorazioni, riduzioni ed esenzioni. La compensazione, anche integrale, del minor gettito derivante dall’abolizione parziale del bollo auto – pari a meno di un terzo del gettito complessivo del tributo, che ammonta a circa 7,5 miliardi di euro – attraverso l’attribuzione di una compartecipazione a un tributo erariale cancellerebbe inevitabilmente gli spazi di autonomia. Si porrebbe inoltre, in prospettiva, il problema di stabilire se cristallizzare il gettito della compartecipazione al livello corrispondente a quello del bollo auto oggi abolito oppure prevedere un qualche tipo di dinamica nel corso del tempo, eventualmente collegata all’evoluzione del parco automobilistico.
Infine, in termini più generali, bisognerebbe interrogarsi sul fatto che rinunciare a un gettito di 2,2 miliardi di euro per abolire il bollo auto significa rinunciare a risorse che potrebbero essere impiegate, in modo efficace e con evidenti vantaggi redistributivi, per rafforzare il trasporto pubblico locale: aumentando il numero delle corse, rendendolo gratuito per gli studenti, adeguandolo maggiormente alle esigenze dei diversi territori. Perché, alla fine, la politica di bilancio è sempre una questione di priorità: scegliere quali prelievi significa anche scegliere quali interventi di spesa non finanziare.
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Professore ordinario di Scienza delle finanze nell'Università di Bologna. Attualmente è componente del -Comitato scientifico per le attività inerenti alla revisione della spesa pubblica istituito presso il MEF. Durante il 2022 è stato presidente della Commissione tecnica per i fabbisogni standard presso il MEF e tra il 2014 e il 2022 componente del Consiglio direttivo dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Nel passato ho fatto parte della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e della Commissione tecnica per la finanza pubblica presso il MEF.
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