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Europei oziosi?

Gli europei lavorano meno degli americani? E gli italiani meno degli altri lavoratori europei? Perchè ci sono differenze così grandi fra paesi in termini di ore lavorate? Si tratta di attitudini che rendono i lavoratori di alcuni paesi più “pigri” che in altri stati, oppure di istituzioni che tengono fuori dal mondo del lavoro molte persone?  Mentre in Francia si abbandonano le 35 ore e in Germania si raggiungono accordi aziendali che prevedono un incremento degli orari di lavoro, riproduciamo per i nostri lettori gli interventi di Olivier Blanchard, Tito Boeri, Michael Burda, Jean Pisani-Ferry, Guido Tabellini, Charles Wyplosz e una scheda di Domenico Tabasso.

Il tempo libero, una preferenza europea

Olivier Blanchard

Il modello europeo, che ha ben funzionato nel Dopoguerra, sarebbe ormai obsoleto, almeno secondo alcune analisi. La tesi è che per una buona parte del Dopoguerra, la crescita europea sia stata “di recupero”, fondata principalmente sull’imitazione piuttosto che sull’innovazione.
Oggi che la crescita europea deve fondarsi sempre di più sull’innovazione, che le imprese non possono più isolarsi dalla concorrenza straniera, il modello europeo non funzionerebbe più e per questo l’avvenire sarebbe oscuro.

Scelte diverse

La mia valutazione è più ottimista. Le cose non vanno così male. Negli ultimi trenta anni, la crescita della produttività è stata più elevata in Europa che negli Stati Uniti e oggi i livelli di produttività sono simili. §La principale differenza sta nel fatto che l’Europa ha utilizzato una parte della crescita di produttività per aumentare il tempo libero piuttosto che potenziare il reddito, mentre gli Stati Uniti hanno fatto il contrario.
D’accordo, le cose sono lontano dall’essere perfette. La disoccupazione è elevata in molti paesi e l’Europa soffre di regolazioni eccessive e inefficaci, ma c’è molta azione che non è percepita.
In Europa è in corso un vasto e profondo movimento di riforma: è trascinato da riforme del mercato finanziario e del mercato dei beni, che spingono a loro volta verso una riforma del mercato del lavoro. Riforma, quest’ultima, che ci sarà, anche se non in tempi brevi e non senza tensioni politiche. E le tensioni occupano le prime pagine dei giornali e continueranno a farlo, ma sono un sintomo di cambiamento e non un riflesso d’immobilità.

Qualche fatto

Gli euroscettici citano spesso due fatti: Il prodotto interno lordo per abitante nell’ Parola del GLOSSARIO:
L’Unione Europea (UE) è attualmente composta da 15 membri. Con l’ingresso il 1 maggio 2004 di 10 nuovi paesi, il numero dei membri salirà a 25. Candidati all’ingresso nella UE …… [continua]‘, FGCOLOR, ‘#EEEEEE’, BGCOLOR, ‘#000000’, TEXTCOLOR, ‘#000000’, WIDTH, 200, HEIGHT, 120);” onmouseout=nd(); href=”https://www.lavoce.info/glossario/index.php#U”>Unione europea
a 15 e gli Stati Uniti è rimasta pressappoco costante; lo scarto tra la Francia e gli Stati Uniti è leggermente aumentato.

La produttività del lavoro, misurata dal Pil in ore di lavoro, è aumentata molto più in fretta in Europa che negli Stati Uniti. La produttività europea è passata dal 65 per cento del livello americano nel 1970, al 90 per cento circa d’oggi. La produttività della Francia eccede quella degli Stati Uniti.
Le cifre mostrano tra l’altro che se il numero relativo d’ore di lavoro fosse rimasto lo stesso dall’una e dall’altra sponda dell’Atlantico, l’ Parola del GLOSSARIO:
L’Unione Europea (UE) è attualmente composta da 15 membri. Con l’ingresso il 1 maggio 2004 di 10 nuovi paesi, il numero dei membri salirà a 25. Candidati all’ingresso nella UE …… [continua]‘, FGCOLOR, ‘#EEEEEE’, BGCOLOR, ‘#000000’, TEXTCOLOR, ‘#000000’, WIDTH, 200, HEIGHT, 120);” onmouseout=nd(); href=”https://www.lavoce.info/glossario/index.php#U”>Unione europea
) non è così terribile: un tasso di crescita della produttività ben più elevato che negli Stati Uniti, con l’allocazione di una parte di questo rialzo alla crescita del reddito e di un’altra alla crescita del tempo libero.
È questa una maniera troppo polemica di presentare i fatti? La produttività del lavoro è misurata correttamente? La diminuzione del numero di ore lavorate può essere veramente interpretata come una crescita del tempo libero? E cosa è rimasto del periodo recente, quando gli Stati Uniti sembravano avere accelerato rispetto all’Europa? Per rispondere a queste domande occorre un esame più preciso dei fatti.

La produttività

Le cifre della produttività appena presentate pongono almeno due problemi d’interpretazione.
In molti paesi europei, il tasso di disoccupazione è elevato, più elevato che negli Stati Uniti.
Una disoccupazione alta tocca in misura più che proporzionale i lavoratori poco qualificati. Inoltre, in un buon numero di paesi europei, il rapporto tra il salario minimo e il salario medio è più elevato che negli Stati Uniti, il che comporta, di nuovo, un’esclusione potenziale dall’impiego dei lavoratori poco qualificati. Poiché escludono dall’impiego i lavoratori a bassa produttività, i due fattori tendono a far crescere la misura della produttività del lavoro.
Ma nel comparare la produttività del lavoro tra i paesi, possiamo tentare di tenere conto di questo effetto.
Un modo per farlo, per esempio nel confronto tra Stati Uniti e Francia, è supporre che i salari riflettano la produttività, utilizzare le informazioni date per la distribuzione dei salari americani, completare la distribuzione dei salari francesi tra il salario minimo francese e il salario minimo americano (meno elevato), e infine calcolare l’aggiustamento alla produttività che ne risulta.

Lo studio McKinsey del 1997, uscito nel 2002, ha fatto un calcolo di questo genere comparando la produttività tra la Francia, la Germania e gli Stati Uniti. Il risultato è un aggiustamento del 6 per cento in meno della produttività del lavoro in Francia, che rende pressappoco identica la produttività di lavoro tra i due paesi.

La preferenza per il tempo libero

Si osserva, in Europa, una coincidenza tra diminuzione significativa delle ore lavorate e aumento della produttività. Si deve vedere in questo dato una preferenza degli agenti per il tempo libero rispetto al reddito? Oppure dobbiamo leggerlo come il risultato di distorsioni crescenti, per esempio l’elevata pressione fiscale sul reddito, l’aumento del salario minimo, o i programmi di prepensionamento?
Da un punto di vista contabile, la diminuzione del numero di ore lavorate per persona deriva dall’abbassamento del numero di ore lavorate per lavoratore piuttosto che dall’aumento della disoccupazione o dal calo del tasso di partecipazione.
Applicata per esempio alla Francia tra il 1970 e il 2000, questa formula indica che le ore lavorate per lavoratore sono scese del 23 per cento: da 1.962 ore per anno nel 1970 a 1.550 ore per anno nel 2000. Il tasso di disoccupazione è aumentato di sette punti, dal 2 per cento nel 1970 al 9 per cento nel 2000. Il tasso di partecipazione infine è aumentato del 7 per cento, da 0,42 nel 1970 a 0,45 nel 2000., E la Francia sembra rappresentativa di altri paesi in questa scomposizione.

La diminuzione del numero di ore lavorate per lavoratore è dovuta per lo più al calo del numero di ore lavorate dai lavoratori a tempo pieno, non alla crescita dei lavoratori a tempo parziale. In Francia, per esempio, i salariati a tempo pieno nel 1970 lavoravano in media 45,9 ore, nel 2000 ne lavoravano 39,5.
Dal 1999 la dimunizione è stata più pronunciata per le cosiddette “leggi sulle 35 ore” votate nel 1998 e nel 2000. Le ultime cifre disponibili indicano nel 2001 una settimana lavorativa media di 38,3 ore, con una diminuzione del 18 per cento dal 1970.

I fatti sembrano quindi suggerire che una buona parte della diminuzione del numero delle ore lavorate derivi da una diminuzione del numero di ore lavorate per lavoratore a tempo pieno.
Per sapere in quale misura la diminuzione del numero d’ore di lavoro sia da attribuire a una preferenza per il tempo libero o ai cambiamenti di tassazione, bisogna formulare delle ipotesi sulle preferenze degli individui e l’importanza implicita dell’effetto di sostituzione e dell’effetto di reddito.
Utilizzando come funzione di utilità un logaritmo del consumo e del tempo libero, Prescott (2003) ha sostenuto che i cali del numero di ore lavorate in Europa possono essere attribuiti all’innalzamento delle tasse. Tuttavia, le sue ipotesi su utilità e grande elasticità dell’offerta del lavoro si possono rifiutare.

Più importante ancora, la comparazione tra i paesi europei suggerisce una debole relazione tra diminuzione delle ore lavorate e aumento dell’imposizione fiscale.
L’Irlanda ne è un buon esempio. In quel paese il numero medio di ore lavorate per lavoratore è sceso da 2.140 nel 1970 a 1.670 nel 2000, cioè del 25 per cento. Le ore lavorate per lavoratore a tempo pieno sono diminuite secondo la media europea. Non si può certo dire che questa diminuzione si inserisce nel contesto di un mercato del lavoro immobile: l’Irlanda ha conosciuto, in questo periodo, una crescita esplosiva, un’immigrazione importante, un rialzo dei tassi di partecipazione mentre la disoccupazione è calata. Inoltre, il rialzo della imposizione fiscale media è stato debole: circa 3 per cento in più, contro l’8 per cento degli Stati Uniti.


*Questo intervento riprende un saggio per il Journal of Economic Perspectives

Il tempo libero degli europei

Tito Boeri

Guido Tabellini

Nell’ Blanchard) che questo rifletta semplicemente le loro preferenze: gli europei scelgono di lavorare meno degli americani perché più di loro apprezzano il tempo libero. Se così fosse, ne deriverebbero implicazioni politiche profonde. Gli europei non dovrebbero preoccuparsi del divario di reddito con gli Stati Uniti perché il reddito non sarebbe una misura adeguata del benessere. Né dovrebbero preoccuparsi perché lavorano un numero minore di ore, dal momento che si tratterebbe di una loro scelta. Piuttosto, dovrebbero compatire i poveri americani, incapaci di comprendere che cosa è davvero importante nella vita. Purtroppo, però, questa visione panglossiana del mercato del lavoro in Europa non è confermata da una attenta analisi dei dati.

Cerchiamo di chiarire i fatti.


Le ore lavorate sono relativamente basse nei grandi paesi dell’Europa continentale: Francia, Germania, Italia e Spagna. Utilizzando dati Ocse, possiamo scomporre in due componenti il divario di ore lavorate in media tra questi paesi e gli Usa. Primo, l’Europa ha un più basso tasso di occupazione. La quota di popolazione attiva che lavora è minore rispetto agli Usa. Questo fattore spiega circa due terzi del divario con gli Stati Uniti. Secondo, il lavoratore medio europeo lavora un numero di ore inferiore: questa componente, che spiega il restante terzo del divario, riflette in parte la diffusione del lavoro part-time in Europa. Un quarto della differenza in ore lavorate per lavoratore tra Stati Uniti e i quattro grandi paesi europei è attribuibile al part-time. Nel caso della Germania, arriva a spiegare quasi metà della differenza.

Nel complesso, i dati suggeriscono che la ragione principale per cui gli europei lavorano meno degli americani è che molte persone in Europa non lavorano affatto. Certo, il lavoratore medio europeo ha una settimana lavorativa più breve – e meno settimane lavorative in un anno – dei colleghi americani. Ma questo non è il fattore più importante (vedi Tabasso).

Scelte politiche, non individuali

Se consideriamo come fattori quali il sesso o l’età incidano sulle scelte di lavoro, di nuovo troviamo differenze sistematiche tra Europa e Stati Uniti. In Europa, la quota di donne in età lavorativa che lavora è del 10 per cento inferiore a quella degli Stati Uniti, mentre la proporzione di persone sopra i cinquantacinque anni ancora al lavoro è del 19 per cento più bassa. La differenza nel tasso di disoccupazione è in gran parte dovuta alla maggiore disoccupazione giovanile in Europa. Mentre la prevalenza del lavoro part-time fra le donne, i giovani e gli anziani è di gran lunga maggiore in Europa. E il calo di ore lavorate per lavoratore verificatosi negli anni Novanta in alcuni paesi europei – Olanda, Irlanda e Germania – riflette appunto l’incremento dell’occupazione femminile.

Tutti questi fatti indicano che le peculiarità europee hanno a che vedere più con le politiche pubbliche che con libere scelte individuali. Il basso tasso di partecipazione al lavoro degli anziani è semplicemente il risultato dei generosi sistemi pensionistici europei. E il basso tasso di occupazione tra i giovani e le donne riflette una regolamentazione del mercato del lavoro che protegge gli occupati e accresce il loro potere contrattuale, ma che esclude gli altri dal lavoro. Anche la media più bassa di ore lavorate tra gli occupati non prova che gli europei hanno una maggiore preferenza per il tempo libero. Al margine, un’ora di lavoro in Europa è tassata con un’aliquota di circa il 50 per cento, contro il 30 per cento degli Stati Uniti, con un potere di acquisto nettamente inferiore. Gli incentivi più deboli, e non la diversità nelle preferenze, spiegano perché il giorno lavorativo è più corto in Europa. Ancora una volta, questo è legato a politiche pubbliche e in larga parte a politiche redistributive che beneficiano gli anziani. Sempre le politiche pubbliche – l’imposizione per legge delle 35 ore settimanali – spiegano perché la Francia sia l’unico paese dell’

In altre parole, la politica, non la psicologia, spiega le differenze tra Europa e Stati Uniti. Quanto prima ci renderemo conto di questo fatto, tanto più saremo capaci di eliminare le distorsioni che costringono tanti europei a rimanere poveri e fuori del mercato del lavoro.

 

* Una versione preliminare di questo articolo è apparsa sul Financial Times del 4 giugno 2004

Europa anestetizzata

Michael Burda

Il dizionario francese Le Petit Robert definisce “pigrizia” come “un gusto per l’ozio, il comportamento di chi abitualmente evita la fatica” – e la frase suona inevitabilmente cruda perché traduzione di traduzione. Su questa base, chi oserebbe asserire che un paese, e ancor di più un intero continente, è pigro? Se paragonati ai loro antenati che lavoravano 60-70 ore alla settimana nelle miniere di carbone, nelle acciaierie o nelle fabbriche tessili del 1880, certamente i lavoratori francesi, tedeschi e italiani di oggi possono sembrare pigri: secondo l’Ocse infatti lavorano in media meno di 28 ore settimanali. Tuttavia, perché lamentarsi di questo? Un enorme progresso tecnico ha reso le nostre società ricche abbastanza da desiderare di godersi i frutti del lavoro, desiderose di consumare di più, ma anche di avere il tempo di consumare: non serve avere un paio di sci da 500 euro, se non si ha il tempo per usarli.

Economie anestetizzate

Ma torniamo al presente. I lavoratori francesi, tedeschi e italiani sembrano pigri anche in confronto ai loro colleghi contemporanei degli altri paesi Ocse. Prendiamo il concetto di “ore lavorate pro capite a settimana“, il miglior indicatore di come una società utilizza la propria forza lavoro perché include sia il margine intensivo – i lavoratori possono lavorare più o meno ore – sia il margine estensivo: un dato volume di lavoro può essere spalmato su di una quota maggiore o minore di popolazione attiva. Utilizzando questa misura, nel 2002 il francese, tedesco o italiano in età lavorativa, lavorava in media 14-15 ore a settimana (Ilo) contro le 18 ore della Danimarca, le 20 di Svezia, Gran Bretagna e Svizzera e le 22 degli Stati Uniti, per non parlare di giapponesi o coreani. Queste differenze sono semplicemente troppo grandi per essere casuali, e gli economisti devono spiegarne le cause e le conseguenze.

Il diagramma della figura qui sotto indica una relazione positiva tra lavoro pro capite e prodotto pro capite. Anche l’Ocse, nell’ultimo Employment Outlook, arriva alle stesse conclusioni. Questo è vero nonostante il fatto che gli europei continentali preferiscono concentrare tutto il lavoro su circa la metà della popolazione potenzialmente attiva, mentre i britannici, gli scandinavi e gli americani lo spalmano su circa tre quarti. Probabilmente, tedeschi, francesi e italiani mantengono una così alta produttività per ora lavorata perché usano una gran quantità di impianti e macchinari, non perché posseggano tecnologie migliori. Ma “pigrizia” è una parola sbagliata per indicare il fenomeno. Una migliore descrizione di quello che sta accadendo alle grandi economie della Vecchia Europa consiste nel definirle “anestetizzate” .  La motivazione a lavorare e produrre è stata soffocata da quella combinazione di tasse e trasferimenti che è la caratteristica del welfare state europeo. L’economista americano Edward Prescott sostiene che il rendimento effettivo netto da lavoro in Europa è così basso perché sono alte le tasse e i contributi sociali.


Il lavoro dentro e fuori casa

Ma la questione non è così semplice. I nostri studenti imparano che ogni modifica nei salari netti induce un effetto di reddito e un effetto di sostituzione. Mentre una riduzione del salario netto stimola gli europei a lavorare meno, prendersela più comoda e consumare meno (l’effetto di sostituzione), l’effetto di reddito dell’essere direttamente e indirettamente tassati a morte dovrebbe motivare gli europei a lavorare di più, compensando l’effetto dell’incentivo negativo sul lavoro. Perchè allora in Europa si lavora meno che in economie dove il lavoro è meno tassato?  La soluzione del mistero è che oggi le economie europee restituiscono sotto forma di trasferimenti larga parte delle entrate fiscali e dei contributi sociali a quelle stesse famiglie della classe media che le pagano. In Germania e Francia i trasferimenti dallo Stato alle famiglie ammontano a circa un terzo del Pil, in Italia al 30 per cento, contro un quarto in Gran Bretagna e in Olanda, solo un quinto in Svezia e un decimo negli Stati Uniti. In Germania, i sussidi alla classe media spaziano dal sussidio al reddito per i figli, che arriva fino a 300 euro al mese per bambino, al robusto finanziamento per la costruzione della casa, agli aiuti per chi vive lontano dal posto di lavoro, alle tasse universitarie gratuite e così via. Questi trasferimenti a coloro che già lavorano neutralizzano l’effetto di reddito, cosicché prevale l’effetto di sostituzione – meno lavoro e più tempo libero.

È semplicemente fuorviante enfatizzare le diversità nell’attitudine al lavoro di Stati Uniti e Francia o Germania: in realtà, sono molto simili. Due economisti del lavoro, Richard Freeman e Ronald Schettkat, hanno recentemente confrontato alcuni dati sull’uso del tempo nelle famiglie americane e tedesche. Hanno scoperto che la quantità di tempo libero della donna media è la stessa negli Stati Uniti e in Germania (per le donne americane 38 ore, per le tedesche 37 ore), così come più o meno è lo stesso il numero di ore lavorate per settimana (55 contro 53 ore). La differenza cruciale è che le donne tedesche (così come gli uomini) lavorano molte più ore al di fuori del mercato: dedicano ai lavori di casa oltre nove ore a settimana in più delle americane. La somma del lavoro fuori e dentro casa è molto simile nei due paesi. (La sola altra differenza degna di nota è che gli americani guardano la televisione sei ore alla settimana in più dei tedeschi).

Naturalmente, le interpretazioni per queste affascinanti scoperte sono tante quanti sono i partiti politici. La più assurda è quella secondo la quale i tedeschi amano stare in casa a lavare i pavimenti, tinteggiare le pareti e riparare rubinetti, vittime di una sorta di masochistico amore per il “fai da te”. Altre e più plausibili spiegazioni puntano sugli alti livelli di assistenza sociale e salari minimi, così come sulla difficoltà di avviare e far progredire una piccola impresa. Al di là delle appartenenze politiche, tuttavia, possiamo essere d’accordo su di una considerazione. I tedeschi, e gli europei in generale, non sono pigri, semplicemente rispondono agli incentivi: lavorano dove il lavoro offre il più alto rendimento privato. 

Quanto lavorano gli italiani

Domenico Tabasso

Alla luce dei recenti accordi aziendali che prevedono un incremento delle ore di lavoro in grandi imprese operanti in Francia e Germania, si è tornato a discutere del divario di ore lavorate fra Europa e Stati Uniti e delle asimmetrie in quanto a grado di utilizzo del fattore lavoro che sono presenti all’interno della stessa Unione Europea. Molte analisi, tuttavia, sono basate su una lettura troppo frettolosa dei dati. È quanto mai opportuno allora provare ad analizzare il contesto del mercato del lavoro italiano partendo da numeri che permettano davvero un confronto con la situazione di altri Stati europei e con gli Stati Uniti. In questo compito, un aiuto rilevante è quello che viene offerto dai dati delle inchieste sulle forze lavoro europee, regolarmente condotte dall’Eurostat e nelle quali un’intera sezione viene dedicata all’analisi degli orari di lavoro.
Sulla base di queste informazioni è possibile calcolare gli orari medi di lavoro, sia annuali che settimanali, di diversi lavoratori europei.

Quanto lavorano i dipendenti

La prima osservazione non può non riguardare il numero di ore effettivamente lavorate dai lavoratori italiani, rispetto ai colleghi di altri paesi.

La tabella 1 ci aiuta a sintetizzare il quadro di insieme del carico di lavoro annuale degli occupati dipendenti, fornendo un confronto tra Europa e Stati Uniti sulla base dei dati dell’Ocse sul numero di ore di lavoro annue per occupato. Le note dolenti, per il vecchio Continente non mancano. Come già evidenziato su questo sito da Pietro Garibaldi , la differenza fra i dati americani e quelli italiani è degna di nota; ma ancor più evidente è il gap fra gli Stati Uniti, da una parte, e Francia e Germania, dall’altra. Se infatti il dato d’oltreoceano si attesta poco oltre le 1700 ore di lavoro annuo, e quello italiano intorno alle 1600, nelle due “locomotive d’Europa” si riscontra una media vicina alle 1450 ore. E proprio con riguardo a Francia e Germania le differenze appaiono aumentare nel corso degli ultimi anni. Nel 1995 il numero di ore di lavoro italiane erano pari al 94% di quello statunitense e nel 2001 tale percentuale era pressoché invariata, a differenza di quanto osservato in Francia e Germania, dove le percentuali tra il 1995 e il 2001 sono calate rispettivamente del 6 e del 4%. Con riferimento, dunque, a dati che rapportino il numero di ore di lavoro al numero di occupati, la performance italiana appare complessivamente più vicina a quella degli Stati Uniti che alle nazioni dell’Europa Continentale.

Tabella 1

Numero di ore di lavoro annuo per lavoratore occupato

1995

2001

Italia

1636

1619

Germania

1520

1444

Francia

1567

1459

Spagna

1815

1807

Regno Unito

1739

1707

Stati Uniti

1737

1724

È poi possibile un’analisi dei dati su base settimanale. Prendendo in considerazione i maggiori paesi europei, il numero di ore di lavoro in Italia risulta essere esattamente il linea con la media europea oltre che decisamente superiore a quello di Francia e Germania. Ciò vale sia per le ore di lavoro settimanali che per il numero di settimane lavorative in un anno. A proposito di questo ultimo dato è possibile aggiungere che in base a statistiche elaborate dall’Ilo (International Labour Organization), il numero di settimane lavorate da un cittadino americano nel 2002 è risultato essere pari a 40,5, dunque in linea con i dati europei. Tuttavia, puntare a una comparazione precisa fra le due banche dati sarebbe poco corretto: i dati europei si riferiscono ai soli occupati dipendenti, mentre quelli dell’Ilo si riferiscono all’insieme dei lavoratori statunitensi.

Tabella 2

Ore di lavoro settimanali

Settimane di lavoro in un anno

Settimane di vacanza

Settimane interamente non lavorative non per ferie

Settimane parzialmente non lavorative non per ferie

Italia

37.4

41

7.9

1.8

0.3

Francia

36.2

40.5

7

2.2

0.5

Germania

35.2

40.6

7.8

1.9

0.3

Regno Unito

38.2

40.5

6.5

1.8

1.6

Spagna

38.8

42.2

7

1.3

0.4

Vacanze e permessi

Dunque, da dove deriva la (peraltro diffusa) convinzione che i ritmi lavorativi italiani siano più blandi rispetto agli a quelli degli altri paesi industrializzati? Le ultime colonne della tabella 2 possono indirizzarci verso una prima risposta: le vacanze dei lavoratori italiani risultano più lunghe rispetto a quelle degli occupati europei. In media un dipendente italiano dispone di 7,9 settimane di vacanza all’anno, contro le 7 di francesi e spagnoli e le 6,5 dei britannici. E tuttavia, volendo calcolare il numero complessivo di giorni non lavorati è necessario tener conto dei giorni persi non solo per ferie, ma anche per motivi quali assenze per malattia, maternità, permessi. L’Italia è fra i paesi in cui questi permessi vengono meno utilizzati (anche perchè ci sono meno donne che lavorano).  quindi, quando si guarda  al numero complessivo di settimane non lavorate, non si notano forti differenze fra l’Italia (10 settimane all’anno) la Germania (anch’essa 10). la Francia  (9,7) e la Gran Bretagna (9,9).

Contrappunto europeo

Jean Pisani-Ferry

La ragione del ritardo europeo, afferma in sostanza Blanchard, è che noi preferiamo il tempo libero al reddito.
I suoi dati non sono contestabili: se tutti gli europei d’età attiva avessero la stessa produttività di quelli che tra loro sono impiegati e se lavorassero tanto quanto gli americani, il nostro reddito pro capite sarebbe appena al disopra del livello americano invece d’essere inferiore di un terzo (in Francia, sarebbe più elevato).
La discussione ci conduce, da una parte, all’interpretazione di questi numeri, dall’altra all’analisi delle tendenze recenti.

Una scelta cosciente?

Torniamo indietro di un decennio o di un ventennio. Gli Stati Uniti faticavano a cogliere i guadagni di produttività. Gi economisti s’interrogavano arcigni sul “paradosso di Solow”, secondo cui i computer si vedono dappertutto, salvo che nelle statistiche. L’Europa coniugava la ricerca a oltranza di guadagni di produttività con l’esclusione dal mercato del lavoro di un buon numero di lavoratori, a cominciare da quelli meno qualificati. Le economie europee apparivano capaci di risultati invidiabili in termini di produttività, ma inadatte a creare posti di lavoro.

Le comparazioni del livello di produttività del lavoro sulle quali si poggia Blanchard, portano le tracce di questo passato recente. Rinviano all’immagine d’imprese efficaci nell’ambito di società malate di sotto-impiego.

Tuttavia, la cartina di tornasole di un’economia non è la produttività di quelli che hanno conservato un impiego, ma la produttività dell’insieme di fattori di produzione in una situazione dove tutti quelli che sono esclusi dall’impiego fossero reintegrati.

Olivier Blanchard, che è accurato, opera una doppia correzione. Ottiene che la produttività del lavoro, così corretta, è in Francia al livello di quella degli Stati Uniti, invece di essere superiore del 5 per cento.Mentre la produttività globale dei fattori è inferiore del 10 per cento. Non tiene conto della durata del lavoro, che invece ha influenza, nella misura in cui orari più corti si accompagnano in generale a una produzione oraria più elevata. Una valutazione recente di Gilberte Cette calcola questo effetto al 5 per cento. In totale, dunque, la produttività del lavoro sarebbe in Francia del 5 per cento inferiore al livello americano, e la produttività globale dei fattori dell’ordine del 15 per cento inferiore al livello americano, ciò corrisponde alla metà dello scarto di reddito pro capite. Tutto ciò è notevole e va sottolineato.

Quanto allo scarto di reddito che si spiega effettivamente con il tasso d’attività e la durata del lavoro, possiamo veramente attribuirlo a una scelta sociale positiva o meglio, nel gergo degli economisti, a una preferenza per il tempo libero?
L’affermazione è poco contestabile per i lavoratori a tempo pieno dei paesi dove il livello di sottoimpiego è basso. Lo è di più laddove forme di divisione del lavoro sono state adottate come risposta alla disoccupazione. Lo scarto di reddito si ritrova dove incontriamo le diverse forme di sottoimpiego, come il contratto a tempo parziale o il prepensionamento. Ovviamente, gli individui che si trovano in situazioni d’inattività finiscono per rivendicare l’emarginazione che subiscono.

Si creano nuove norme sociali, che danno alle patologie l’apparenza di cose normali. Non è da qui che si deduce che i cittadini o i salariati hanno fatto coscientemente una scelta a favore del tempo libero piuttosto che del reddito. Spesso la scelta non dipende da loro.
È molto difficile calcolare la parte dello scarto di reddito che corrisponde effettivamente a preferenze sociali differenti. Blanchard parte dall’ipotesi che l’abbassamento del 18 per cento della durata del tempo di lavoro dei salariati a tempo pieno, registrata in trenta anni in Francia, derivi dalla preferenza per il tempo libero. Ma alla luce delle polemiche sulle 35 ore, questo fatto è controverso. Questa evoluzione darebbe conto di un abbassamento di reddito pro capite del 12 per cento circa: la preferenza al tempo libero spiegherebbe un po’ più di un terzo dello scarto tra Francia e Stati Uniti.

Tutti questi calcoli fastidiosi ci portano in definitiva a una conclusione: è inesatto affermare: “la principale differenza tra l’Europa e gli Stati Uniti è che gli abitanti del Vecchio Continente utilizzano una parte della crescita di produttività per aumentare il tempo libero piuttosto che il reddito”. Il nostro scarto di reddito riflette almeno un altro problema d’efficienza economica.

Rischio Europa

Charles Wyplosz sottolinea il rischio politico di una strategia che tenda a contenere gli ostacoli interni ricorrendo all’Europa. Da un punto di vista economico, egli sottolinea l’assenza d’argomenti convincenti a favore della coordinazione delle riforme strutturali. Da un punto di vista strategico, infine, è preoccupato del rischio che i paesi più refrattari alle riforme, la Francia e la Germania, si servano della coordinazione per frenare i loro colleghi e imporre lo status quo.
Ho molta simpatia per il suo argomento politico. Dall’apertura delle frontiere a quella dei mercati dei servizi alla concorrenza, passando per la riduzione dell’inflazione e la riduzione del deficit di bilancio, la Francia ha fatto compiere all’integrazione europea il ruolo che i paesi malgovernati affidano al Fmi o alla Banca Mondiale.
L’argomento economico di Charles Wyplosz è un po’ meno convincente. Le interdipendenze nell’ambito dell’Unione monetaria forniscono un motivo per coordinare le riforme strutturali. La portata del suo terzo argomento è debole. Dalla Carta sociale in avanti, il fantasma di una coalizione di pesi morti è regolarmente riproposto, in particolare in Gran Bretagna. Fa eco a quello di chi spera di bloccare le riforme agendo a livello europeo. I timori di alcuni, che sono le speranze di altri, tardano talvolta a materializzarsi.

L’inquietudine Wyplosz è tuttavia legittima. Le difficoltà economiche attuali delle nostre economie sono di tale natura da rimettere in discussione l’adesione al progetto comunitario. L’economia europea va male, e i cittadini non sanno più se l’Unione può essere una parte del problema o la soluzione.
Davanti a questi fatti gli europei esitano. Hanno problemi a scegliere tra i modelli che si offrono: fissare obiettivi comuni e mettere al loro servizio strumenti più potenti di sovranità collettiva, o al contrario concepire l’Unione come un ordine concorrenziale nell’ambito del quale gli sforzi degli Stati più virtuosi e intraprendenti verrebbero ricompensati. O meglio: pretendono di cercare ispirazione nel primo modello, ma si dirigono pian piano verso il secondo.

La tensione tra obiettivi legittimamente ambiziosi e realizzazioni più che modeste è troppo grande perché si possa sopportarla a lungo. In altre parole, o gli obiettivi saranno rivisti depotenziandoli – per ammettere che la crescita, l’impiego e la coesione sociale sono fondamentalmente degli obiettivi nazionali. Oppure l’Unione dovrà darsi mezzi nuovi al servizio degli obiettivi comuni.
Mezzi che non dovranno consistere in nuovi trasferimenti di sovranità, non giustificati da criteri economici, ma dovranno consistere nella definizione di un metodo più efficace e più incisivo per condurre le azioni congiunte. Il bilancio comunitario dovrà essere una parte essenziale di tali metodi.

Quanto ai francesi, è urgente che facciano una scelta tra gli obiettivi che assegnano all’Europa e quelli che pongono a loro stessi. Comprensibilmente per la nostra cultura centralizzatrice, la confusione permanente tra responsabilità nazionali e comunitarie finisce per costare molto al dibattito democratico. La cultura centralizzatrice non favorisce nemmeno la mobilitazione attorno alle priorità del paese. Essere europeo, non vuol dire attendere tutto dall’Europa.

* Questo contributo è ripreso da En Temps Réel

I ritardi dell’Europa

Charles Wyplosz

Ancora più inquietante è che l’Europa – tranne eccezioni come la Svezia – tarda a ricavare profitto dalle nuove tecnologie dell’informazione che hanno dato un’accelerazione alla crescita americana. Rapidamente, senza dubbio, questo ritardo iniziale sarà colmato, poiché l’Europa non ha mai veramente indietreggiato nel campo tecnologico, ma l’allarme esiste. Non mancano né persone molto qualificate né imprese di punta, ma la diffusione d’una tecnologia che rimette in discussione le abitudini, ha bisogno di una flessibilità che sembra aver fatto difetto.

L’Europa è oggi caratterizzata dallo spreco della più preziosa delle risorse, il capitale umano, e dall’anchilosi quando l’adattamento è necessario.
All’origine c’è un conservatorismo sociale che riesce a bloccare le evoluzioni naturali. Non è da molto tempo che il mondo ha accelerato le sue mutazioni, ma l’Europa non si attrezza per seguire quel movimento. La parola d’ordine è “acquisito”, come in “diritti sociali acquisiti” o in “diritti comunitari acquisiti”: un termine che ne ricorda un altro, il”privilegio” nell’Ancien Régime. Un modo di dire che indica l’impossibilità rimettere in discussione quanto si è già negoziato una volta. Tutte le riforme sono viste come una rinuncia e non come un’opportunità. Ma la salvezza attraverso l’Europa può rivelarsi illusoria.

L’Europa a due velocità

I paesi europei non sono tutti nella stessa posizione. Si possono identificare due paesi che decadono vistosamente, come Francia e Germania e altri che crescono, come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo, la Gran Bretagna, la Finlandia e l’Austria. E poi altri ancora la cui sorte è incerta, recentemente più favorevole a Danimarca e Svezia, meno favorevole per l’Italia.

Che cosa fanno i paesi che avanzano e cosa quelli che indietreggiano? La differenza cruciale è tra chi ha la capacità di fare le riforme e chi fa fatica a adattarle al suo sistema.
Contrariamente a opinioni diffuse, le riforme che garantiscono maggiore elasticità nell’affrontare il cambiamento mondiale non sono necessariamente sinonimo di regressione sociale.
I paesi del Nord Europa, ad esempio, sono quelli che offrono il più alto livello di protezione sociale, grazie alla spesa pubblica più elevata. Ma ciò non impedisce alle loro economie d’essere dinamiche, e continuano a progredire nella classifiche mondiali in termini di prestazioni e d’innovazioni; anche se incontrano un periodo nero, come è accaduto alla Svezia.
Il loro “segreto” non è banale: quando si presenta un problema, le parti sociali negoziano riforme per risolverlo. È un passaggio lento, ma condiviso con l’opinione pubblica, e dunque sfocia nelle necessarie riforme.

Il contrasto tra grandi e piccoli paesi è notevole. I piccoli paesi sembrano più agili con la loro flessibilità, ma esistono importanti eccezioni a questa regola. Sono due i grandi paesi che si sono trasformati radicalmente negli ultimi venti anni: la Spagna con l’uscita dal “Franchismo” e la Gran Bretagna sotto la frusta di Margaret Thatcher. Tra i piccoli paesi, invece, la Grecia è ancora in fase di recupero, ma dovrà presto metter mano alle riforme, mentre nei numerosi paesi “in transizione”, il cambiamento sembra incerto sulla via da prendere. Soprattutto, però, l’Europa soffre nei suoi tre grandi paesi: Germania, Francia e Italia.
La disinvoltura apparente dei piccoli paesi a negoziare le riforme, si può spiegare in parte con la loro grande omogeneità. È più facile accettare i sacrifici quando i benefici ricadono direttamente su persone vicine. D’altro canto, sono naturalmente più aperti agli scambi internazionali, e quindi sentono più direttamente e più fortemente l’obbligo della competitività.

Ma ci sono anche altri aspetti, di natura più politica. Nei piccoli paesi, gli accordi europei sono presi sul serio, tanto dai governi quanto dalle opinioni pubbliche, che non hanno nessuna speranza di influire sulle decisioni. L’Europa è percepita come una potenza, a volte utile, a volte dolorosa, con la quale bisogna assolutamente venire a patti. Al contrario, i grandi paesi, possono spesso ottenere compromessi a loro favorevoli: il contrasto tra il trattamento riservato all’Irlanda, rispetto alla Germania e alla Francia sul rispetto del Patto di Stabilità e crescita, è rilevante.
A questo punto sorge una domanda: a cosa potrebbe somigliare un’Europa ideale che sapesse mettere da parte le sue molteplici eccezioni nazionali, reali o immaginarie?

Due divisioni

Esistono due modi per affrontare questa domanda, secondo l’idea che ci si è fatta dei governi.
Il primo approccio parte dalla visione che i governi servono all’interesse collettivo. Questo ci consente di sviluppare alcuni principi razionali:

– Il principio di sussidiarietà, un buon punto di partenza nella misura in cui lo Stato-nazione resta, nel migliore e nel peggiore dei casi, la base della legittimità democratica. Questo principio stabilisce che, senza argomenti solidi, tutte le funzioni devono restare decentralizzate, cioè mantenute come competenza nazionale.
– Il principio d’efficacia, che giustifica la centralizzazione per una migliore organizzazione collettiva.
– Il principio d’eterogeneità, che porta a riconoscere i particolarismi nazionali, se sono importanti, e giustifica il mantenimento delle competenze nazionali, anche se il risultato è inefficiente.

Il secondo approccio, al contrario, parte dal principio che i governi non sono sempre alla ricerca dell’interesse collettivo, ma operano in un groviglio d’interessi particolari. Immancabilmente, le riforme che servono all’interesse collettivo si scontrano con gli interessi particolari. Per raggiungere tale scopo, ogni governo deve perciò costruire coalizioni di elettori e di sostenitori finanziari, e dunque difendere i loro interessi particolari, anche se questi non coincidono con quelli collettivi.
Di fronte a questi blocchi che ostacolano la crescita economica, l’idea è di far sentire il peso dell’Europa sui governi recalcitranti.
Entrambe queste visioni, apparentemente inconciliabili, hanno un elemento di verità. Il pragmatismo consiste, quindi, nel domandarsi in quale misura i governi, di fronte agli ostacoli politici nazionali, debbano cercare la salvezza in una Europa più fortre. Questo è il senso degli sforzi federalisti.

Ma la salvezza attraverso l’Europa può rivelarsi illusoria. I paesi che riescono meglio a adattare le loro economie sono ricompensati da risultati migliori. Quando servono l’interesse generale, le riforme pagano, e si vede. Inevitabilmente, dunque, i governi europei sono in competizione gli uni con gli altri. E la competizione può anche giocare un ruolo di pungolo. Offre argomenti ai governi alle prese con gli interessi particolari: i migliori risultati dei paesi concorrenti possono essere utilizzati per mobilitare l’opinione pubblica al servizio dell’interesse generale.
Al contrario, la centralizzazione rischia di condurre allo scontro governi controllati dagli interessi particolari, con la conseguenza di ridurre gli inviti a un’azione riformatrice
La sola soluzione razionale, dunque, è di procedere caso per caso.

* Questo contributo è ripreso da En Temps Réel

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Confronto di competitività

  1. Alessadro Pirola

    Trovo molto convincente la tesi secondo cui la bassa offerta di lavoro nei paesi europei sia dovuta all’elevata tassazione più che a una maggiore preferenza x il tempo libero, ma allora avremmo davvero bisogno di scossa “reaganiana” secondo i dettami degli offertisti.. Ovviamente x neutralizzare l’effetto di reddito (che porta ad un aumento del consumo di tempo libero) occorrerebbe tagliare anche lo stato sociale.
    E poi un’altra questione: perchè l’elevata produttività oraria che compensa in parte il basso rapporto ore lavorate/popolazione non è dovuta a un buon livello tecnologico delle imprese europee? Se ho ben capito Lei sostiene che in Europa vi è un rapporto capitale/lavoro insolitamente alto.
    La ringrazio x l’eventuale risposta e complimenti x il sito

    • La redazione

      Grazie per i complimenti. Certo l’alta produttività del lavoro in europa si spiega anche con un rapporto capitale/lavoro abbastanza elevato. Quanto allo stato sociale, non necessariamente si tratta di tagliare, quanto di riformarlo in modo tale che stimoli l’impiego anzichè pagare chi sta fuori dal mercato del lavoro. Cordiali saluti

  2. Dorigo Giacomo

    Lei come proporrebbe questa ristrutturazione? Secondo lei sarebbe possibile avere scuola e sanità pubbliche e gratuite per evitare gli effetti di disparità presenti negli USA, pur creando un sistema di incentivazione al lavoro? Inoltre come mai gli Svedesi lavorano più di Francesi e Tedeschi pur avendo anche loro uno stato sociale molto forte?

    • La redazione

      Non è solo questione di dimensioni dello stato sociale. Conta la composizio9ne della spesa sociale. Gli svedesi hanno politiche di attivazione che subordinano la concessione di un sussidio di disoccupazione alla ricerca attiva di un posto di lavoro. Hanno anche infrastrutture che facilitano la riconciliazione di lavoro e vita famigliare.

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