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IL RIGORE CHE MANCA

Il Patto per l’euro, concordato al Consiglio europeo, contiene una lista di obiettivi auspicabili, ma nessuna indicazione su come realizzarli. In compenso sono state decise condizioni più blande per la Grecia. È una storia che si ripete da qualche tempo: prima l’Europa, e la Germania in particolare, fa la voce grossa con i paesi non virtuosi, poi ai primi segni di nervosismo dei mercati, cede. Andrà ancora peggio dopo il 2013, quando entrerà in azione l’Esm (European stability mechanism). Ai politici europei non resta che sperare che la situazione migliori, per evitare futuri incidenti.

UN PATTO PER L’EURO E UNA SPERANZA PER L’EUROPA

Approvato venerdì scorso dai governi dell’Unione monetaria, il Patto per l’euro utilizza il metodo della co-operazione intergovernativa, con l’obiettivo di rafforzare la convergenza tra le economie dei paesi membri. Un salto più deciso verso il coordinamento e l’integrazione delle politiche economiche in Europa sarebbe auspicabile, ma non è attualmente realistico: dobbiamo quindi accontentarci di questo e sperare che funzioni. Deludenti le conclusioni del vertice sulla gestione del debito pubblico: qui manca ancora un disegno chiaro e lungimirante.

UN MECCANISMO ANTI-CRISI PER L’EURO *

Il Patto di stabilità e crescita stabilisce che nessun paese membro possa avere un deficit superiore al 3 per cento del Pil, né possa avere un debito pubblico superiore al 60 per cento del Pil. Si tratta però di regole mai applicate seriamente. E la crisi ha fatto il resto. Ricorrere agli Eurobond sarebbe un nuovo grosso sbaglio. Meglio invece un nuovo meccanismo anti-crisi a tre fasi: il Meccanismo europeo di stabilità.

REVISIONE DEL PIL, EFFETTO TROMPE-L’OEIL

L’Istat ha pubblicato il dato del Pil 2010: +1,2 per cento rispetto al 2009. Nelle stime preliminari del Pil,  pubblicate il 15 febbraio, l’Istat registrava una crescita del 1,1 per cento rispetto al 2009, anno in cui il  Pil italiano era sceso del 5,0 per cento sul 2008.
Si tratta di una revisione al rialzo di uno 0,1 per cento? Non proprio. L’Istat ha semplicemente rivisto il dato dell’anno precedente. Il Pil del 2009 è sceso, sul  2008 non del 5 per cento, ma del 5,2 per cento.  Lo stesso livello di Pil del 2010 si applica dunque a un più basso livello del Pil 2009. Per questo la crescita risulta maggiore.
Ricordiamo che in tempi di grandi crisi è fondamentale tenere come riferimento i livelli a cui eravamo prima della recessione: il nostro Pil è ancora dello 5,2 per cento più basso rispetto al primo trimestre 2008.

MILLEPROROGHE PER IL NUOVO MILLENNIO

Duecentoventuno commi, centonovantasei in più del testo originario. Le nuove procedure di bilancio ci hanno consegnato una Finanziaria (si chiama ormai Legge di stabilità) più snella, ma decreti omnibus più grassi e pieni di nuove norme oltre che di semplici proroghe. Diminuisce cosi la trasparenza delle decisioni di politica economica. Ha fatto bene il Presidente della Repubblica a porre il problema.

GLI EFFETTI (NEGATIVI) DEL NUOVO PATTO DI STABILITÀ *

La crisi economica e finanziaria globale ha provocato un deterioramento dei saldi di finanza pubblica dei paesi europei. E per questo la Commissione europea ha proposto nuove e più stringenti regole di bilancio. Una simulazione sui possibili effetti mostra che la loro meccanica applicazione porterebbe la Grecia al fallimento e avrebbe conseguenze negative su Italia e Spagna. Ma anche nei paesi più virtuosi i costi economici potrebbero essere elevati. Accanto alle misure di disciplina fiscale, sono necessarie azioni di politica economica per sostenere la crescita.

Italia e Germania dopo la crisi: l’andamento del Pil

 

UN PACCHETTO ALLA NINÌ TIRABUSCIÒ

Più che di una scossa si tratta di una mossa inventata in fretta e furia per prendere tempo. Solo così si spiega l’improvvisazione di questo piano che era stato annunciato dal presidente del Consiglio come in grado di “portare la crescita economica italiana oltre il tre-quattro per cento”.
Di provvedimenti da prendere per dare una spinta allÂ’economia italiana ce ne sarebbero molti. E parecchi a costo zero. Ecco un breve elenco di interventi di liberalizzazione fondamentale per alleggerire i costi di fare impresa e i bilanci delle famiglie. Nel settore trasporti occorre istituire un’autorità indipendente di regolazione con particolare attenzione al settore ferroviario, dove più urgente appare l’applicazione di regole trasparenti, certe e non discriminatorie a fronte dell’ingresso di nuovi operatori. Bisogna rivedere le norme (alcune delle quali approvate proprio negli ultimi anni) che di fatto ostacolano l’ingresso di nuovi concorrenti nel settore. Si tratta di liberalizzare per davvero le Poste, non limitandosi ad istituire una direzione autonoma al ministero dello Sviluppo (lÂ’ ”ego te baptizo carpam” del ministro dello Sviluppo Media(se)tico, Paolo Romani, per sfuggire alle sanzioni di Bruxelles). In considerazione delle tendenze degli enti locali a ritardare l’attuazione della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, varata dal governo nel 2008 e completata col regolamento attuativo del 2010, è necessario anche mettere in campo misure per incentivare economicamente il processo, premiando gli enti locali che si muovono speditamente (nella direzione giusta) e penalizzando quelli che invece fanno melina.
Ma il Consiglio dei ministri riunito per dare "una scossa" alla crescita ancora una volta ha deciso di non decidere, rinviando ai posteri ogni intervento. E’ l’unico modo di interpretare la riscrittura di tre articoli della Costituzione, di scarsa utilità pratica e che comunque vedrebbero la luce in tempi lunghissimi (il CdM ha forse dimenticato la giustamente complessa procedura per le modifiche costituzionali?). La riforma degli incentivi alle imprese entrerà in vigore solo nel 2012 nella migliore delle ipotesi e riguarda comunque l’utilizzo di 2 miliardi di euro. Cambio delle procedure, ma non risorse aggiuntive, per la banda larga: tutte ancora da scrivere e approvare nelle prossime settimane. Rivisitazione del Piano per il Sud e del Piano casa rimasti al palo. Sparito del tutto il ddl sulla concorrenza: entrato nel Consiglio dei ministri, non ne è mai uscito; eppure poteva essere varato quasi un anno fa.
Sfidiamo chiunque non sia in malafede a sostenere che le misure varate dal Consiglio dei ministri possano incidere per più di uno 0,01 per cento sulla crescita del Pil. Meglio chiedere a Monica Vitti di inventarsi un’altra mossa.

LA RETORICA DEL 5 PER MILLE

Il 5 per mille mostra sempre più la corda. Non solo è costantemente a rischio di sopravvivenza. Ma si sta rivelando anche uno strumento inadatto a sostenere il volontariato e gli enti non profit. Comporta costi rilevanti di pubblicità per i privati e di gestione per l’amministrazione pubblica. Finisce col finanziare a pioggia, e con importi modesti, enti con le finalità più disparate. La sua efficacia andrebbe confrontata con quella delle agevolazioni fiscali previste per le stesse finalità. Enti locali e finanziamenti virtuosi al terzo settore.

UN’ALTRA STORIA D’IRLANDA

Che cosa sarebbe accaduto in Irlanda, a parità di altre condizioni, se non vi fosse stato quel fenomeno, non considerato nell’articolo di Alberto Bagnai, di bolla immobiliare innescatasi all’inizio dell’ultimo decennio e implosa dal 2008 in avanti? Una possibile risposta è che la Repubblica d’Irlanda, oggi, non avrebbe quasi conosciuto la crisi economica e finanziaria che invece ben conosce.

LA BOLLA D’IRLANDA

L’economia e la politica economica sono il regno del relativo più che dell’assoluto, e quindi della misura e delle distinzioni più che delle visioni tolemaiche. Giacché l’Irlanda è un paese molto piccolo demograficamente, con molta manodopera ben istruita che parla correntemente inglese, non è sorprendente che in un periodo storico di straordinaria apertura del commercio mondiale abbia fondato la propria crescita sull’attrazione di capitali multinazionali e sugli scambi commerciali. Ciò che sorprende, invece, è che il modello di crescita della tigre celtica non sia stato governato con maggiore decisione, evitando la bolla immobiliare che ha poi finito in larga parte per determinare la crisi attuale.
Leggendo in almeno due fasi la storia d’Irlanda raccontata dal professor Bagnai si può introdurre una discontinuità nel modello di crescita irlandese, più o meno tra il 1998 e il 2002. È l’Economist a indicare questa interessante chiave di lettura. (1) Non è solamente l’ingresso nell’euro, infatti, a modificare il quadro macroeconomico, ma la crescita del settore immobiliare. La cosiddetta tigre celtica è già svanita quando il settore di punta diventa l’immobiliare. A quel punto infatti la crescita non è più trainata dalle esportazioni, ma dalla bolla immobiliare e dalla domanda interna: più che di crescita reale si tratta di crescita di prezzi, valori e investimenti in costruzioni, di cui una maggiore parte in edilizia residenziale. Questo tipo di crescita, sostenuto dal favore per l’indebitamento privato accordato dalle banche, mina alle fondamenta i risultati del periodo precedente. Un’altra storia d’Irlanda avrebbe potuto scriversi, dal 1999 o dal 2002 in avanti, senza questa lievitazione asimmetrica dei prezzi a favore dei settori più protetti dell’economia nazionale.

I DATI CHE SPIEGANO LÂ’ULTIMO DECENNIO

Un dato importante per capire ciò che è avvenuto in Irlanda nell’ultimo decennio è quello dei metri quadri di nuove aree edificabili. Questo dato chiama a responsabilità innanzitutto i governi locali: si passa da circa 10 milioni di metri quadri di permessi di costruire autorizzati nel 1998, già in aumento rispetto alla media del decennio Novanta (intorno a 5 milioni di mq. annui), a 16 milioni di metri quadri nel 2001. Il continuo aumento di aree edificabili autorizzate raggiunge il suo massimo nel 2007, proprio un anno prima della crisi dei valori e dei volumi immobiliari, che inizia a sgonfiare rapidamente la bolla nel 2008. Solo nel 2009, quando la bolla si sgonfia, i nuovi permessi di costruire tornano al valore del 1998. La costruzione di infrastrutture costituisce una minima parte dei permessi, in gran parte dovuti ad abitazioni e a edilizia non residenziale.

Tabella 1. Permessi di costruire durante il “boom” edilizio

Permessi di costruire, in milioni di metri quadri
Anni Mq. % per scopi residenziali
1998 10.2 59.8
2001 16.2 64.2
2002 14.4 61.1
2005  20 66.0
2007  24 50.8
2008 16.8 58.3
2009 10.2 57.8

Fonte: Central Statistics Office Ireland

Leggendo con attenzione le statistiche si comprende che la crescita dei prezzi delle case usate è perfino più rapida di quella delle nuove. Una volta innescato, il boom edilizio coinvolge i vecchi proprietari ed è alimentato da crescenti margini di intermediazione commerciale.
La curva blu, nel grafico 1, evidenzia chiaramente il ritmo accelerato della crescita dei volumi dellÂ’industria delle costruzioni dal 2002 fino alla caduta, che inizia nel 2007. Questo andamento è approssimato solo dalla Spagna, che ha tuttavia una curva più morbida, come relativamente più morbido è lÂ’andamento dei volumi immobiliari italiano e di altri paesi dell’Unione Europea, e la media UE a 27. (2)

Fonte: Eurostat, reported by Ireland Statistics

N.B. Le serie storiche riportate sono utili a leggere la variazione annuale dei valori immobiliari in ciascun paese e non per comparare il livello dei prezzi tra paesi.

Quando arriva la crisi i cosiddetti settori tradizionali dell’economia irlandese, in ambito manifatturiero, tornano al livello di produzione della fine degli anni Novanta, mentre il settore moderno dell’economia (così definito nelle stesse statistiche irlandesi), su cui operano non solo le multinazionali ma anche imprese locali, non conosce alcuna crisi, proseguendo la crescita della produzione, o rimanendo stabile. Questo settore è soprattutto composto di beni di consumo non  durevoli (computer, informatica, ottica, chimica e farmaceutica, eccetera). L’indice di produzione industriale non mostra alcuna significativa flessione nemmeno per alcuni comparti di trasformazione agroalimentare. Non è quindi l’economia solida ed esportatrice a entrare in crisi, ma il mercato interno, drogato dalla bolla immobiliare, a ridimensionarsi pesantemente.

THE IRISH TIMES E “L’ANIMA SEMPLICE DELLA CLASSE LAVORATRICE”

In un numero del The Irish Times campeggia una storiella sulla crisi economica irlandese. (3) La storiella, in forma di lettera e sostanzialmente corretta, è firmata da una “anima semplice della classe lavoratrice, che non ha potuto studiare”. La storia racconta di come le banche irlandesi abbiano preso a prestito enormi somme di danaro da speculatori e investitori sui mercati monetari, per poi prestare questi danari a investitori e speculatori irlandesi, che a un certo punto non riescono a restituire i debiti.
A quel punto il governo interviene in soccorso delle banche, aumentando la spesa corrente e ricorrendo di nuovo agli speculatori e investitori internazionali per finanziare i propri bond.
Anche la crescita della disoccupazione negli ultimi due anni si spiega con l’aumento della popolazione in età lavorativa, connessa al boom immobiliare. I residenti in Irlanda sono cresciuti, dal 1991 al 2010, di circa 1 milione (erano 3,5 e sono oggi 4,5 milioni), ma di ben 600mila dal 2002 in avanti. Anche se dovessero oggi emigrare 500mila degli attuali residenti, l’Irlanda di domani non sarebbe più quella dell’inizio degli anni Novanta, grazie al primo decennio di crescita in cui sono cambiate la sua struttura produttiva e le capacità della forza lavoro, nella trasformazione industriale e nel terziario più innovativo. (4) Il boom immobiliare degli ultimi dieci anni ha contribuito invece solo a cambiare il panorama, riempiendolo di molte case vuote: la quota di mutui erogati per fini diversi dall’acquisto della “prima casa” è infatti costantemente cresciuta, andando ben oltre il 50 per cento. (5)

(1) “The party is definitely over. How wage cuts and tax rises might preserve the gains of Ireland’s Celtic Tiger years”, The Economist, March 19, 2009.
(2) La speculazione immobiliare si sposta dal 2007 nei paesi dell’Est Europa che non adottano ancora l’euro. L’inflazione immobiliare è connessa a un allentamento, quando non alla vera e propria violazione, delle regole edilizie (su proprietà dei terreni, concessioni e permessi di costruire), e alla mobilità dei capitali. Non è da attribuirsi direttamente alla moneta unica, anche se la possibilità di uniformare i prezzi degli immobili a “standard internazionali” può costituire chiaramente una opportunità per gli speculatori che operano nei paesi e nelle regioni più arretrate e periferiche.
(3) “Irish economic crisis – made simple”, in The Irish Times, September 23, 2010.
(4) LÂ’emigrazione potrebbe forse frenare la discesa dei salari reali.
(5) Nel 2004 la percentuale di acquirenti di case che comprano “per la prima volta” è del 48 per cento.

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