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Categoria: Stato e istituzioni Pagina 86 di 90

Il Patto in Comune

La Finanziaria chiede molto agli enti locali in termini di miglioramento dei saldi. Ma non è vero che le risorse addizionali offerte non sono sufficienti a garantire i servizi, almeno per l’aggregato. E’ vero però che per i comuni in disavanzo la correzione richiesta è robusta, superiore in media al doppio di quella complessiva per il settore pubblico. Questi problemi sono esacerbati dalla scelta della spesa corrente come criterio per la distribuzione dei sacrifici. E le sanzioni vanno modificate; così rischiano di essere controproducenti. In seconda pagina, una scheda di approfondimento.

Quanto vale il Patto di stabilità interno

Il contributo degli enti territoriali alla manovra finanziaria può realisticamente essere solo marginale, attorno ai 2-3 miliardi di euro al massimo. Anche se non necessariamente implica un risparmio per l’erario, è una buona idea sostituire i vari vincoli sulla spesa locale con uno sul saldo. Contemporaneamente, però, andrebbe rimosso il blocco sulle addizionali regionali e comunali. Restano da risolvere le questioni di quale saldo utilizzare e se inserirvi la spesa per investimenti. Tuttavia, per il futuro serve un sistema adeguato di sanzioni e incentivi.

Una proposta di riforma istituzionale

LÂ’’esito del referendum di giugno, che ha bocciato la riforma del centro-destra, non esclude la possibilità di revisioni della Costituzione, purché ampiamente condivise e di portata limitata. Sarebbe necessario intervenire sulle regole istituzionali del federalismo fiscale, introdotte dalla riforma del Titolo V del 2001, la cui applicazione si è rivelata eccessivamente complessa. In questa direzione, una proposta che ripensa la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, le modalità di finanziamento dei governi locali, il ruolo delle Province e corregge il bicameralismo perfetto.

Riformare si può

Vincere le resistenze politiche ed elettorali alle riforme strutturali è possibile. Governi con ampie maggioranze parlamentari e internamente coesi possono imporre alle opposizioni parlamentari interventi che interessino un vasto strato dell’economia e che favoriscano, nel medio periodo, il loro elettorato. Per Governi meno forti, è invece necessaria una fase di costruzione del consenso politico attraverso la concertazione tra le diverse forze in campo. Soprattutto, però, serve informazione sui costi e i benefici presenti e futuri delle riforme.

Una riforma in dieci punti

La riforma costituzionale incide sul 40 per cento degli articoli della Costituzione vigente. Diminuiscono deputati e senatori. Ma sono previsti almeno tre procedimenti legislativi. Il Senato è sottratto al circuito fiduciario Parlamento-Governo. Nei rapporti tra Stato e autonomie locali alle norme pro-devolution si affiancano quelle anti-devolution. Nuove funzioni per il Presidente della Repubblica. E con il premierato si instaura un modello costituzionale inedito, che elimina alcuni dei sistemi di pesi e contrappesi tra esecutivo e legislativo.

Costituzione, dove cambiarla

Le riforme utili e necessarie sono quelle che adeguano le istituzioni alle circostanze esterne, non quelle che cercano di forzare in una qualche direzione lo sviluppo della società politica e delle istituzioni. Il decentramento e il federalismo sono tendenze generalizzate in tutti i paesi occidentali. La trasformazione della pubblica amministrazione anche. L’Unione Europea pure. Ma con tutti questi temi, la riforma costituzionale non fa i conti. Come dimostrano le scelte pericolose e inefficaci su premierato e Senato federale.

Il federalismo dietro il referendum

Più chiari i rapporti tra livelli di governo se la riforma costituzionale esce confermata dal referendum? Non proprio: il limite principale delle nuove norme è di prevedere troppi decisori. Il rischio è la confusione e la crescita della spesa. Se è vero che si supera il bicameralismo perfetto, si definisce “federale” un Senato che ha pochi legami con i territori. Quanto al federalismo fiscale, rimane del tutto inalterato l’articolo 119, che invece andrebbe modificato. E con le norme di transizione c’è il rischio che a Regioni ed enti locali sia tolta ogni autonomia sulle proprie entrate.

Un referendum da riformare

Innalzare il numero di firme necessarie a supporto di un referendum da 500mila a un milione, e abolire il quorum. Due semplici modifiche che portano notevoli benefici. Il costo di proporre un referendum sarebbe più alto, e di conseguenza la “qualità” o rilevanza media dei referendum aumenterebbe. Il risultato della consultazione sarebbe deciso solo dagli elettori effettivamente interessati, e non più dagli indifferenti e disinformati. Sarebbe più lineare l’analisi del voto, mentre i partiti dovrebbero prendere posizioni più chiare.

Vero o falso? Capitolo secondo

Già in campagna elettorale abbiamo assistito allo spettacolo di chi “la spara più grossa” nel dibattito politico, e abbiamo dunque cercato di fare un po’ di chiarezza su dati e cifre, spesso citati a vanvera. Sul referendum costituzionale, anche se si tratta di una tematica apparentemente più ristretta, si rischia lo stesso. Questa settimana riproponiamo dunque il nostro “Vero o falso?” Informeremo i lettori (contando anche sul loro aiuto) su sviste o eventuali errori.

Il match point del doppio turno

Il problema dell’Italia non è la sostanziale equivalenza in termini di consenso delle due coalizioni. Anzi, significa che il sistema politico italiano ha ormai trovato un suo schema bipolare e competitivo. La questione è invece la legge elettorale, che va cambiata. Il maggioritario a doppio turno, già utilizzato nell’elezione dei sindaci, unisce due pregi: limita la capacità di ricatto dei partiti estremisti e consolida gli incentivi all’aggregazione tra le forze politiche in due schieramenti contrapposti. E va abbandonato il bicameralismo perfetto.

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