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La “volpe del deserto” e i due milioni di clandestini in Libia verso l’Italia

Alla luce dell’ennesima tragedia dell’immigrazione clandestina consumatasi al largo delle nostre coste, riproponiamo un contributo di alcuni studiosi dell’Università di Bari in cui si commentano le affermazioni del Ministero dellÂ’Interno che paventava lÂ’arrivo di “due milioni di poveracci” in Italia. Una cifra che non sembra fondata su alcun riscontro empirico. Meglio dosare le parole o spiegare su quali dati si fondano queste stime allarmistiche.

Quanto lavorano gli italiani

Molte delle tesi sulla presunta pigrizia degli europei e degli italiani si basano su dati che vengono mal interpretati. Utilizzando le informazioni fornite dalle inchieste sulle forze lavoro di Eurostat, si vede che per il numero di ore di lavoro dei lavoratori dipendenti italiani è il linea con la media europea. Anche nei giorni di lavoro complessivamente persi per motivi di salute, maternità e permessi, non c’è grande differenza fra il nostro paese e il resto d’Europa.  Mentre il divario con gli Stati Uniti si spiega soprattutto col nostro basso tasso di occupazione: abbiamo più persone in età lavorativa che non lavorano del tutto.

Il tempo libero degli europei

Non è vero che gli europei lavorano meno degli americani perché sono pigri o perché hanno scelto di godersi la vita. I dati suggeriscono che le asimmetrie fra Europa e Stati Uniti derivano dalle politiche pubbliche più che da libere scelte individuali. Il basso tasso di partecipazione al lavoro degli anziani è semplicemente il risultato di sistemi pensionistici generosi. Mentre la scarsa occupazione di giovani e donne riflette una regolamentazione del mercato del lavoro che protegge gli occupati, escludendo molte altre persone dal lavoro.

Fondazioni tartassate

La manovra correttiva appena approvata cancella la riduzione del 50 per cento dell’aliquota fiscale finora prevista per le fondazioni bancarie perché enti non a fini di lucro. I benefici per il bilancio dello Stato saranno relativamente modesti e soggetti a un probabile contenzioso. Possono essere consistenti invece gli effetti sulle risorse disponibili per servizi e interventi vari garantiti dal settore privato non profit. Non sarebbe meglio incentivare, anziché comprimere, il ruolo delle fondazioni nel traballante welfare mix italiano?

Breve storia della contrattazione articolata

Dopo il gran rifiuto della Cgil di Epifani alla proposta di dialogo della Confindustria sulla struttura della contrattazione collettiva ripercorriamo le tappe della contrattazione articolata in Italia, dallÂ’autunno caldo allÂ’accordo del 1993. Perché se ne può trarre una lezione. Rivendicare come fa la Cgil un maggior peso del contratto nazionale e quindi opporsi alle proposte che tendono a spostare il baricentro della contrattazione dal centro verso la periferia, può comportare il rifiuto di Confindustria di stipulare il contratto nazionale. Questo è già accaduto nei primi anni ’80.

Il conflitto di interessi sotto il mantello di Harry Potter

La legge sul conflitto di interessi ha abolito il problema invece di risolverlo. I criteri di incompatibilità sono definiti rispetto alla figura del gestore delle attività economiche e non si estendono alla figura del proprietario. Tutto l’intervento di contenimento del conflitto di interessi è scaricato sulla verifica ex-post degli atti di governo. E questo compito improbo è sorprendentemente affidato all’Autorità antitrust, le cui competenze tecniche riguardano l’analisi delle decisioni delle imprese e non dei governi.

Sono stati anni difficili?

Con la ripresa dovrebbe migliorare la situazione dei conti pubblici in Europa: rischia di essere un ragionamento troppo ottimista. La riduzione dei tassi di interesse conseguente al rallentamento del ciclo può avere un effetto particolarmente favorevole per i paesi altamente indebitati, come il nostro. Paradossalmente, è del tutto possibile che l’Italia non tragga grande beneficio dalla modesta ripresa, ma ne soffra le conseguenze in termini di più alti tassi di interesse europei. Il nuovo Dpef dovrebbe tener conto di questi fattori.

Contratti: a chi serve lo status quo

L’attuale sistema di contrattazione rischia di impedire a molti lavoratori, soprattutto ai più deboli, di partecipare a incrementi di produttività. Permette anche forti differenziali salariali a favore di un gruppo ristretto di lavoratori che operano in imprese coperte dagli accordi di secondo livello. La Cgil professa la necessità di aumentare la quota dei salari sul prodotto e ha fatto dell’egualitarismo un proprio cavallo di battaglia. Alla luce di questi obiettivi, farebbe bene ad accettare di discutere di riforme degli assetti contrattuali, anziché ergersi a difesa dello status quo.

Una manovra omeopatica

Nel decreto legge varato per correggere lÂ’andamento dei conti pubblici nel 2004, la componente strutturale è di circa il 12 per cento, concentrata sulle entrate. I tagli alle spese sono invece tutti una tantum. E’ dunque marginale l’influenza sulle prospettive per il 2005, che vedono un disavanzo tendenziale intorno al 4,5-5 per cento del Pil, senza contare il punto percentuale necessario per finanziare la riduzione delle imposte.

Eredità

Sembra difficile sostenere che il governo di centrodestra abbia ereditato da quello precedente una situazione dei conti pubblici fortemente deteriorata o che il rallentamento dell’economia mondiale abbia pesato in maniera determinante sugli andamenti di finanza pubblica dopo il 2001. Se così fosse, tra l’altro, i conti pubblici non registrerebbero un ulteriore e pronunciato deterioramento proprio nel 2004, quando si manifestano i primi segnali di una seppur timida ripresa. Mentre è arduo il compito che attende il prossimo ministro dell’Economia.

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