Eni si è difesa dalla maggior concorrenza dovuta alla liberalizzazione del mercato del gas mantenendo direttamente o indirettamente il controllo su tutta la filiera. Così, i prezzi finali restano elevati. E’ perciò necessario continuare con la politica di liberalizzazione, fino a una completa separazione proprietaria tra società che gestisce le infrastrutture e imprese che esercitano le attività di vendita di gas. Il passaggio a una vera e propria Borsa presuppone però una crescita della liquidità ottenibile solo con operazioni di gas release.
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Le promesse del presidente del Consiglio sulla riduzione della pressione fiscale assommano ad almeno un punto e mezzo di prodotto. Più o meno quanto sarebbe necessario per ottenere una pur minima riduzione del debito, due punti. Per raggiungere entrambi gli obiettivi servirebbero interventi sulla spesa di 35-40 miliardi. E allora che cosa sceglierà di fare il governo? Ridurre il debito servirebbe per mettersi al riparo dai rischi di mercato ed evitare le censure internazionali. Ma, a meno di due anni dalle elezioni, è più probabile che opti per il taglio delle tasse.
Sembra difficile sostenere che il governo di centrodestra abbia ereditato da quello precedente una situazione dei conti pubblici fortemente deteriorata o che il rallentamento dell’economia mondiale abbia pesato in maniera determinante sugli andamenti di finanza pubblica dopo il 2001. Se così fosse, tra l’altro, i conti pubblici non registrerebbero un ulteriore e pronunciato deterioramento proprio nel 2004, quando si manifestano i primi segnali di una seppur timida ripresa. Mentre è arduo il compito che attende il prossimo ministro dell’Economia.
La necessità delle grandi opere non sembra essere messa in discussione da nessuno. Ma le ricerche indipendenti dimostrano che i costi sono ben superiori ai benefici. E per coloro che dovrebbero utilizzarle, imprenditori e cittadini, non sono una priorità . Eppure quella del cemento è una tentazione a cui difficilmente i politici resistono perché assicura una visibilità immediata, mentre i problemi di efficienza sono nascosti o comunque rimandati nel tempo. Così anche lÂ’opposizione finisce per lanciarsi in pericoli “inseguimenti” dei piani governativi.
Il Governo Berlusconi era partito come governo liberalizzatore, volto ad alleggerire la presenza pubblica nell’economia e a lasciare spazio agli investimenti privati. Ma l’unica vera privatizzazione del triennio è la vendita dell’Eti, il monopolio tabacchi. Per il resto, solo cessioni di quote marginali o privatizzazioni “all’italiana”, ovvero con una presenza pubblica dominante in imprese nominalmente “privatizzate” da diversi anni. Una contraddizione ha paralizzato l’azione di Tremonti: liberalizzare il sistema industriale, ma anche mantenerne il controllo.
Affidiamoci ai numeri per capire come il ministro lascia i conti pubblici. Tremonti si è trovato ad operare in condizioni cicliche ben peggiori dei suoi predecessori. Sulle entrate, il vero neo sono stati i condoni: delle altre una tantum, non ha fatto un uso molto più alto dei governi precedenti. Non c’è stato alcuno sforzo di ridurre la spesa, ma questa non è neanche esplosa come alcuni sostengono: anzi, nel 2002 e 2003 la crescita della spesa primaria e dei consumi pubblici (inclusa la spesa per personale) in termini reali è stata più bassa che nel biennio precedente.
Misurata contro le aspettative, la gestione Tremonti può essere vista come una delusione. Ma misurata contro molti predecessori, è ben lungi dall’essere stata un disastro. La spesa non è esplosa, anzi in termini reali essa è aumentata meno che nel periodo precedente, nonostante la situazione ciclica sfavorevole e anche escludendo le entrate una tantum contabilizzate in detrazione di spesa. E Tremonti ha ereditato un indebitamento netto già pericolosamente vicino alla soglia del 3 percento. Ma, a parte gli artifici contabili, il ministero dell’ Economia ha spesso proiettato un’ immagine di improvvisazione e, in alcuni casi, di incompetenza.
Il suo progetto di riforma fiscale è rimasto incompiuto non solo perché costosissimo, ma anche perché sono emersi gli importanti effetti redistributivi impliciti nel passaggio a un’imposta sui redditi a due aliquote, 23 e 33 per cento. I tagli alle tasse legati alla Tremonti bis e al primo modulo di riforma Irpef non si sono autofinanziati perché non si sono trasformati in un sostegno alla domanda. Resta, però, la riduzione permanente del gettito. Mentre le conseguenze di scudo e condono fiscale sull’attività di accertamento sono state e saranno molto gravi.
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Poche leggi sono entrate in vigore così rapidamente e con effetti così vasti e duraturi. O così prontamente accolte dal mercato. La carta prepagata Mediaset sul digitale terrestre, peraltro studiata nei laboratori della Rai, ne è un esempio. Intanto, la ripresa del mercato pubblicitario va a tutto vantaggio di televisione e radio, mentre la carta stampa continua a soffrire. Se lo stesso grado di attenzione e di compattezza politica dedicato alla legge sul riordino del sistema delle comunicazioni fosse stato riservato anche ad altri temi, all’economia per esempio, forse l’Italia sarebbe oggi in una situazione migliore.