Un Senato federale può essere utile per risolvere i problemi aperti dalla riforma del Titolo V. A due condizioni. Deve rappresentare i territori e costruire meccanismi decisionali efficienti. La proposta appena approvata in prima lettura non soddisfa nessuna delle due. La contestualità imperfetta non funziona, mentre sono forti i rischi di conflitti tra le Camere. E se dobbiamo scegliere un modello straniero, meglio guardare agli Stati Uniti che alla Germania.
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Il Parlamento esamina una riforma costituzionale molto profonda, che modifica la forma dello Stato e quella del Governo. Tutto questo avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica. Forse delusa da altri interventi, che sul momento sono sembrati risolutivi degli antichi problemi della politica italiana, ma che alla prova dei fatti hanno dato risultati ben scarsi. È però un atteggiamento sbagliato. Si tratta infatti di dare al sistema una nuova coerenza interna, che questi stessi interventi hanno reso necessaria.
Servono o no i blocchi domenicali? Calcoli approssimati indicano che “equivalgono” a una riduzione media del 10 per cento al giorno delle polveri inquinanti. Senza dimenticare che le domeniche a piedi hanno anche un valore educativo, segnalano i costi di un uso eccessivo dell’auto. Ma una soluzione permanente al problema del congestionamento da traffico passa per gli strumenti del mercato, come l’istituzione della tariffa d’ingresso nelle città , utile anche per far quadrare i bilanci dei comuni in tempi di tagli ai trasferimenti statali.
Così come l’abbiamo sperimentato per quasi mezzo secolo, paritario e indifferenziato, il sistema delle due Camere non ha probabilmente più motivo di esistere. Ma non era privo di senso e non ha funzionato male. Il Senato federale, come proposto dalla riforma costituzionale, potrebbe invece ostacolare la capacità decisionale del Governo, che altri interventi puntano a rafforzare. Una contraddizione di cui essere consapevoli, anche se le due logiche non sono incompatibili.
Nel dibattito sulla nuova Ire si parla molto di sostenibilità finanziaria e del suo eventuale impulso alla crescita. Passano sotto silenzio invece gli effetti sulla distribuzione del reddito. L’Ire è un’imposta di natura proporzionale e non progressiva, com’è l’Irpef e come vorrebbe la Costituzione. Né il meccanismo delle detrazioni fiscali permette un sostanziale recupero di progressività . Sarebbe così la minoranza di contribuenti con i redditi più alti ad avere i maggiori benefici. Esattamente l’opposto di quanto accade negli altri paesi europei.
La Banca centrale europea non cambia politica monetaria per rispondere all’apprezzamento dell’euro. Troppe incertezze per decidere un taglio dei tassi. Potrebbe però ricorrere a interventi sul mercato dei cambi acquistando le principali valute asiatiche. I vantaggi sarebbero un tasso di cambio della divisa europea coerente con l’andamento del ciclo economico in Europa e in Asia, senza effetti distorsivi nell’allocazione delle risorse nell’area euro. E l’espansione della liquidità potrebbe favorire la ripresa.
Presentazione Eugen White
Presentazione di Luigi Guiso
Presentazione Marco Pagano
 Aumentare per legge le ore lavorate può distruggere posti di lavoro. Diminuire il prelievo fiscale e contributivo soprattutto sui salari più bassi può invece servire ad aumentare il numero delle ore lavorate portando più persone ad avere un impiego. Ma i tagli promessi del Governo non sembrano motivati solo da criteri di efficienza economica; guardano anche alle prossime elezioni europee. Se il Governo vuole convincerci del contrario deve accompagnare ogni taglio alle imposte con un pari risparmio nella spesa. Gli effetti benefici sull’economia di una riduzione delle imposte sono maggiori quando non comportano un aumento del disavanzo.