Il ministro dell’economia ha ragione a bloccare un salvataggio troppo costoso per Alitalia. Occorre distinguere ciò che pertiene alla sfera del mercato, e ciò che invece attiene alla sfera del servizio pubblico. Che forse interessa solo alcune zone del paese e sarebbe perciò lecito chiedere di sapere quanto costa. Se i due ambiti fossero separati, sarebbe il mercato a giudicare se c’è un futuro per la compagnia di bandiera. Senza dimenticare che l’Unione europea ha da tempo dichiarato il settore aperto alla concorrenza e gli aiuti di Stato non sono tollerati.
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La durata del mandato del governatore non ha niente a che vedere con la maggiore trasparenza degli investimenti e i più rigorosi controlli societari. Anche se un riassetto della governance delle autorità di vigilanza è utile perché contribuisce a migliorarne l’efficienza. Ma nel sistema delineato dal recente progetto di legge è troppo forte e incisivo lo spazio dell’intervento governativo. Mentre per tutelare davvero il risparmio vanno rafforzati poteri e indipendenza delle autorità di controllo.
Il costo del denaro non influenza solo l’intensità ciclica della domanda aggregata, ma determina la qualità degli investimenti e delle forme di risparmio. I bassi tassi attuali potrebbero perciò essere un sostegno artificiale a una crescita qualitativamente insufficiente, mentre l’Europa, e l’Italia in particolare, necessita di incentivi a investire capitale di rischio in progetti innovativi ad alta profittabilità attesa. Senza contare che anche per il risparmiatore i tassi bassi hanno svantaggi e possono far danni.
Il progetto di legge sulla tutela del risparmio prevede un riordino per funzioni delle autorità di controllo. Una scelta ragionevole che però si arena nelle ipotesi di attuazione. Amplia infatti eccessivamente le competenze del Cicr. Soprattutto crea un nuovo organismo per la vigilanza di stabilità dai molti poteri, ma senza alcuna responsabilità verso risparmiatori. E demanda in sede politica il coordinamento fra autorità , con evidenti pericoli per la loro indipendenza.
Ancora su inflazione reale e percepita. Cercando di calcolare tassi differenziati per verificare se l’aumento del costo della vita ha colpito alcune famiglie più di altre, modificando così la distribuzione del reddito. Il tasso di inflazione incide in misura leggermente superiore sulle famiglie più ricche, ma le differenze sono piuttosto contenute. E se basata sui prezzi dei beni che pesano maggiormente nei rispettivi panieri, l’impressione di rincari generalizzati consistenti vale per le classi di reddito più alte come per le più basse.
I dati statistici confermano che nell’ultimo biennio le retribuzioni lorde nel settore privato sono cresciute meno dell’inflazione. Per quelle nette, ovvero la remunerazione che i lavoratori dipendenti possono effettivamente spendere, la stagnazione dura ancora da più tempo. E il confronto con la crescita dei redditi in termini reali negli altri paesi europei evidenzia un notevole divario. Il modello di relazioni industriali definito nel 1993 non può non risentirne.
La sensazione di un paese non solo fermo, ma che va indietro, trova ragione nell’accresciuta variabilità nel tempo dei redditi familiari di una popolazione più vecchia, dunque più avversa al rischio. Diminuisce il benessere, non il reddito medio degli italiani, aumenta il disagio, non la povertà . Questo il messaggio principale che emerge dall’ultima indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane.
Al di là dei dati, che pure sembrano segnalare un abbassamento del tenore di vita medio, condizione oggettiva e percezione soggettiva di povertà non sempre coincidono. Vale soprattutto per i lavoratori a reddito fisso. Per loro diminuisce il potere di acquisto degli stipendi, ma anche la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita per sé o per i propri figli. Tanto più quando la stessa laurea non è garanzia di mobilità sociale.
Si chiamano matrici di transizione. Guardandole si capiscono molte cose su quanto è successo alle famiglie italiane negli ultimi tre anni.
Si riaccende la polemica sui vantaggi e svantaggi della moneta unica. Ma un confronto con quello che sarebbe potuto accadere se non avessimo aderito all’Unione monetaria, mostra come il miglioramento dei conti pubblici italiani sia interamente dovuto alla caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico indotta dall’euro. Nell’ultimo triennio, però, questo dividendo è stato usato in misura crescente per finanziare maggiori spese e non ulteriori riduzioni dell’indebitamento. Proseguire su questa strada, ci espone al rischio che il dividendo stesso svanisca.