Il ministero dell’Economia ha ceduto alle Fondazioni bancarie quote della nuova Cassa depositi e prestiti per un miliardo di euro. L’investimento ha un rendimento minimo garantito ed è previsto il diritto di recesso: le azioni privilegiate acquistate dalle Fondazioni appaiono così strumenti di debito più che quote partecipative. Quello scelto dal Governo è un modo rapido per ricapitalizzare la Cassa, in vista di una successiva privatizzazione. Ma sarebbe stato meglio vendere sul mercato parte delle partecipazioni dello Stato nelle imprese pubbliche.
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Con il decreto pre-natalizio è stata introdotta una variante accelerata alla normativa sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese. I pochi cambiamenti sono per lo più concentrati nella fase di avvio della procedura. Non convincono il rafforzamento dei poteri del ministro né la limitazione dell’applicazione alle grandissime aziende, ma il decreto non è di per sé un salvataggio né un aiuto di Stato. È invece il frutto della mancanza di una riforma generale e un’occasione perduta per ampliare la gamma degli strumenti di soluzione delle crisi.
Difficoltà di finanza pubblica, vincoli internazionali e innovazioni finanziarie richiedono interventi per garantire e migliorare la trasparenza dei conti pubblici. Va risolta la discrasia oggi esistente tra i principi contabili nazionali e i principi contabili europei e va disaggregata per componenti la contabilità di cassa del settore statale. I nuovi interventi sul patrimonio statale, ottenuti spostando attività e oneri di finanziamento su enti definiti come esterni al settore pubblico, richiedono invece l’elaborazione puntuale di conti patrimoniali per il settore pubblico.
La tradizionale suddivisione delle competenze di vigilanza per soggetti è poco funzionale nei mercati finanziari sviluppati. In molti paesi, la scelta è stata dunque tra il regolatore unico e la divisione dei poteri di controllo tra due distinte autorità . L’Italia ha mantenuto finora un apparato ibrido e la necessaria riforma può arrivare sull’onda della crisi Parmalat. Il modello a due autorità sembra il più adatto al nostro paese, ma non è sufficiente per tutelare i risparmiatori. Serve un ampliamento dei poteri di intervento e sanzionatori, cui deve però corrispondere una più forte trasparenza dei processi decisionali.
La Parmalat è un’ottima azienda messa in crisi dalla “speculazione finanziaria”: è il concetto che giustifica l’intervento del Governo, ma è probabilmente solo una favola. In realtà , Parmalat ha distrutto valore e ricchezza per anni ed è stata tenuta in piedi solo dalla finanza e dalle banche. Poco appetibili e certo non di interesse nazionale anche le attività industriali. Così il decreto varato alla vigilia di Natale prosegue su una pessima strada e contribuisce a minare il poco credito di cui ancora godono le imprese italiane sui mercati internazionali
Un intervento di riordino del sistema di vigilanza e controllo sui mercati finanziari non è più rinviabile. Un nuovo modello di regolamentazione coerente con il nostro ordinamento e praticabile senza eccessive discontinuità istituzionali, è quello per finalità . Deve essere garantita l’indipendenza delle diverse autorità , ma queste risponderanno al Parlamento della realizzazione degli obiettivi fissati. Passi ulteriori verso il regolatore unico non sembrano praticabili né auspicabili.
Sotto l’albero di Natale abbiano trovato l’ennesima legge ad hoc varata per sanare ex-post situazioni di crisi, il decreto Parmalat, e la proroga del
condono fiscale ai redditi del 2002. Confermano l’immagine di un paese in cui le regole esistono solo per essere disattese. Per far fronte alla diffidenza degli investitori esteri spaventati dalla truffa consumatasi in quel di Collecchio e per ridurre l’incertezza servirebbero, invece, regole credibili. Per far sì che vengano rispettate bisogna cominciare a premiare chi ne denuncia le violazioni. E informare sulle situazioni in cui vi è meno trasparenza. Cercheremo di dare, con il vostro aiuto, il nostro contributo nel 2004.
Il mondo della finanza si basa sulla fiducia e si presta quindi ad abusi difficilmente identificabili da qualsiasi controllo esterno, se perpetrati con la connivenza dei dipendenti chiave. Fedeli alla dirigenza dell’impresa non solo per un malinteso senso di lealtà , ma anche perché “parlare” significa compromettere la carriera futura. La soluzione è premiare chi denuncia episodi di criminalità economica, con un compenso proporzionato all’entità della frode.
Poche imprese quotate in Borsa. Management locale e azionariato senza ricambio, se non di padre in figlio. Banche “legate al territorio”. A Parma come altrove, le aziende fanno politica e controllano l’informazione, aumentano il loro potere con artifici contabili e sviluppando rapporti poco chiari con il mondo creditizio. È questo il quadro del capitalismo italiano, non solo di quello di provincia. Perché l’Italia ha potenzialità e meriti, ma deve ancora imparare le regole del grande gioco dell’imprenditoria globale.
Continua il dibattito sulla riforma previdenziale avviato da lavoce.info. Un intervento di Elsa Fornero sottolinea come la libertà di scelta del momento della pensione, subordinata a un vincolo di equità attuariale, sia di gran lungo preferibile all’innalzamento per legge dell’età pensionabile. Nella loro replica alle opinioni fin qui raccolte, Tito Boeri e Agar Brugiavini evidenziano il rischio che il confronto tra Governo e parti sociali possa non partire mai. Perché le alternative al progetto governativo implicano interventi che entrano in vigore fin da subito, senza aspettare il 2008. Riproponiamo ai lettori anche le opinioni di Pierpaolo Baretta (Cisl), Giulio de Caprariis (Confindustria), Beniamino Lapadula (Cgil) e Gabriele Olini (Cisl).