L’intervento sulla normativa che regola le concessioni autostradali, contenuta nel decreto legge che ha preceduto la proposta di Finanziaria, è animato dallÂ’intenzione di tutelare meglio gli utenti dalle rendite monopolistiche. Cerca di rimettere ordine nel sistema di regolazione del settore, che si è prestato negli anni passati a conflitti e a interpretazioni contrastanti. Ma l’azione appare un po’ troppo unilaterale, e forse con alcuni effetti negativi sotto il profilo della prassi regolatoria. Assai meno convincente è quanto previsto per il futuro dell’Anas.
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Prima del riordino delle leggi di incentivazione sarebbe utile chiedersi quanto siano efficaci quelle esistenti. Uno studio sugli effetti della legge 488 del 1992 e l’indagine Banca d’Italia sugli investimenti delle imprese industriali mostrano che il beneficio di stimolo agli investimenti, pur maggiore per le aziende meridionali, è modesto in rapporto alle risorse impiegate. Per le imprese del Sud gli investimenti addizionali non raggiungono il 30 per cento dei fondi distribuiti e sono circa il 10 per cento per quelle del Centro-Nord.
Se si raffronta il consuntivo del primo semestre 2006 con il piano che fu alla base della ricapitalizzazione di Alitalia, si vede che la sua attuazione ha un ritardo di sei-nove mesi. Ovvero, in un anno non si è fatto poco o nulla. L’errore è stato varare una ricapitalizzazione piena, basata su un piano di risanamento inevitabilmente rigido, di attuazione improbabile, nellÂ’imminenza di elezioni politiche. Né si sono cercate alleanze strategiche. Intanto, la compagnia di bandiera sembra voler enfatizzare molto di più le responsabilità altrui che le proprie.
È sorprendente che in questi giorni si continui a discutere di Tfr a due voci (Confindustria e Governo) e nessuno parli in nome del vero proprietario di quei soldi: i lavoratori. Il trattamento di fine rapporto è un prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese che dà un rendimento piuttosto basso se confrontato con gli andamenti dei mercati. Delle sorti del Tfr devono perciò decidere i lavoratori, non le imprese.
Chi protesta e chi tace
Il disegno di legge Finanziaria prevede attualmente di destinare il 50 per cento dei flussi di Tfr "inoptati", cioè non espressamente indirizzati dai lavoratori ai fondi pensione, ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria, che dovrebbe raccogliere 6 miliardi di euro.
Le imprese – a cui questo provvedimento sottrae gradualmente liquidità – hanno protestato vivacemente e subito. Fragoroso, invece, il silenzio del sindacato. Qualche voce di dissenso si è, in un secondo tempo, levata da Cisl e Uil, ma il compromesso poi raggiunto fra Governo e parti sociali, ignora una volta di più le esigenze dei lavoratori. Si è infatti deciso di circoscrivere il trasferimento del Tfr all’Inps solo alle imprese con più di cinquanta addetti, quelle che hanno meno problemi di liquidità : è una soluzione che può andare bene alle imprese, ma che crea asimmetrie ingiustificabili tra i lavoratori.
Il vero problema
Per effetto delle riforme pensionistiche dell’ultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili, pur conteggiando trenta o quaranta anni di versamenti al Tfr. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40 per cento nei casi migliori, contro l’attuale 65-70 per cento (1). L’unica via per coprire questo "buco" pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati all’accantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto.
Quindi se c’è una discriminante da applicare nel decidere le sorti del trattamento di fine rapporto, non è certo quella della dimensione dell’impresa, ma semmai quella dell’età dei lavoratori: i più anziani possono anche lasciare che il Tfr rimanga in azienda (non ci piace l’idea di trasferire il debito dalle imprese allo Stato). Mentre per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione.
Non c’è tempo da perdere
L’unico elemento positivo dell’accordo raggiunto ieri consiste nell’anticipazione al 2007 della possibilità di conferire il Tfr ai fondi pensione. E’ un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. I fondi pensione oggi in Italia amministrano un patrimonio inferiore a quello delle fondazioni bancarie. I giovani hanno bisogno di accedere a un ampio spettro di fondi pensione ad adesione collettiva. Sono quelli che permettono di contenere i costi amministrativi e di meglio distribuire il rischio fra i diversi aderenti. Ma perchè questo secondo pilastro offra prodotti adeguati ai lavoratori, bisogna che nuovi fondi pensione nascano e crescano e ci sia più competizione fra di loro.
Quindi lo smobilizzo del Tfr è un’occasione irripetibile per dare la possibilità ai giovani di diversificare il rischio, distribuendo i propri risparmi su diversi strumenti previdenziali. Il sindacato ha un ruolo molto importante nell’informare i giovani e nello spingerli a pensare al loro futuro.
(1) Si vedano le simulazioni di Gronchi e Sismondi in M.Messori (a cura di), La previdenza complementare in Italia, Il Mulino, 2006.
Nei primi mesi di questa legislatura sembrano essere state poste le premesse per il più importante potenziamento degli studi di settore dalla loro prima applicazione nel 1998. Solo le misure inserite in Finanziaria dovrebbero portare a un incremento di gettito di circa 12 miliardi di euro nel triennio 2007-2009, di cui 3,3 miliardi nel 2007. In particolare, attraverso l’ampliamento del campo di applicazione degli studi e un utilizzo più esteso e penetrante dei risultati dell’analisi della coerenza del contribuente.
Il 17 ottobre 2006 la popolazione degli Usa tocca quota 300 milioni. Un risultato dovuto all’azione congiunta di una natalità elevata e di una forte ripresa delle immigrazioni, che vanno a occupare gradini diversi della scala sociale. In Europa la situazione non è omogenea. Francia e paesi nordici hanno risposto meglio all’esigenza di coniugare vita lavorativa e familiare e hanno una tendenza demografica favorevole. Anche in Italia la recente crescita della fecondità si è verificata nelle aree dove più alti sono i flussi migratori e il numero di asili nido.
La Finanziaria redistributiva e timida nelle riforme, apprezzata da sinistra e sindacati, accontenta forse pensionati e colletti blu, tra i più restii, con i lavoratori in proprio, ad approvare politiche di austerità . Ma rappresenta un’occasione mancata, perché non coglie la disponibilità di impiegati, dirigenti e in certa misura anche degli operai ad accollarsi, con equità , il peso di politiche di sviluppo che consentano all’economia di tornare a crescere.
Edmund Phelps ha vinto il premio Nobel per l’Economia per aver definito in modo formale il concetto di disoccupazione di equilibrio. Secondo il quale esiste uno e un solo livello di disoccupazione che rende il mercato del lavoro in equilibrio, ovvero rende le aspettative e le richieste salariali coerenti con la capacità delle imprese a remunerare i lavoratori. Se la politica monetaria è oggi più efficace, e l’inflazione a due cifre un ricordo del passato, lo si deve al modello di Phelps, utilizzato da tutte le banche centrali.
La democrazia si sta lentamente diffondendo nel mondo. Ma quanto conta per lo sviluppo economico di un paese? L’evidenza empirica suggerisce che riforme politiche possono aver maggior successo se sono precedute da riforme economiche che accrescono le possibilità di mercato e facilitano l’integrazione internazionale. Al contrario, quando si è tentata una transizione democratica in un contesto economico chiuso e fragile, il risultato è stato molto peggiore. Un modello ben rispecchiato dai casi di Cina e Russia.
I socialdemocratici non hanno saputo offrire ricette nuove a una Svezia che si percepisce in crisi anche se le statistiche affermano il contrario. La coalizione di centrodestra ha vinto le elezioni promettendo di far crescere l’occupazione attraverso incentivi per le aziende e riduzioni delle tasse per i redditi medio-bassi. Si è poi impegnata a intervenire sulla scuola primaria e secondaria e a liberalizzare alcune grandi imprese pubbliche. Dovrà ora dimostrare di saper governare, mentre i socialdemocratici saranno occupati a scegliere un nuovo leader.