Ancora una volta il dibattito pensionistico italiano è interamente assorbito dalle preoccupazioni di breve periodo. Ma per chi sappia guardare lontano, i risparmi generati dallo “scalone” non sono la vera priorità . Ciò che importa è il completamento della riforma contributiva per la definitiva costruzione di un sistema pensionistico equo e sostenibile. E lÂ’elenco degli interventi da fare è davvero lungo.
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I lavoratori italiani non sembrano percepire il trattamento fiscale particolarmente favorevole attribuito alla previdenza complementare. I calcoli mostrano che già dopo dieci anni di contribuzione al fondo pensione il valore dell’investimento supera del 14,2 per cento quello ottenibile con una pensione “fai da te” conseguita acquistando titoli. Dopo trenta anni lo scarto è del 23,8 per cento. Il risparmio d’imposta è tanto più alto quanto più elevata è l’aliquota marginale Irpef. L’unico rischio è che in futuro questo regime venga rivisto.
Molti contratti collettivi prevedono che la contribuzione del datore di lavoro sia vincolata all’adesione del lavoratore ad un fondo chiuso. E che sia interrotta se il lavoratore decide di trasferire i capitali accumulati o il Tfr a un fondo diverso. E’ auspicabile che il legislatore intervenga per vietare clausole simili. Si dovrebbe anche imporre ai gestori dei fondi chiusi di accettare adesioni dalla generalità dei lavoratori e non solo dagli appartenenti alla categoria. Crescerebbe la possibilità di scelta e la concorrenzialità del sistema.
La reazione italiana al rapporto Ocse sulle pensioni ha sollevato un vespaio che ha tolto credibilità al nostro governo, rendendo ancora più difficile il negoziato in corso sulla riforma. Non si voleva far apparire il nostro sistema come troppo generoso. Ma se i “tecnici” del ministero della Solidarietà sociale avessero letto con cura le tabelle, avrebbero potuto notare che non lo è affatto. E magari anche che le stime dell’Ocse ipotizzano che vi sia nel frattempo una revisione dei coefficienti di trasformazione.
Il sistema pensionistico tedesco è stato il primo al mondo a essere istituito. Il calcolo della pensione si basa su quattro elementi, che riflettono la posizione pensionistica individuale e la distribuzione del reddito tra lavoratori e pensionati. Ha garantito un livello di reddito adeguato e sicuro anche dopo la fine della vita lavorativa. L’invecchiamento della popolazione ha però minacciato le fondamenta stesse del sistema e ha imposto le riforme di primi anni Duemila.
La normativa sui fondi pensione prevede che gli iscritti possano richiedere anticipazioni della posizione individuale maturata, fino al 75 per cento del totale dei versamenti effettuati. E’ un regime molto liberale, giustificato dalla necessità di mantenere le stesse regole che vigono per il Tfr. Ma comporta il rischio di compromettere la possibilità di garantirsi una rendita pensionistica complementare per l’età anziana. I lavoratori vanno sensibilizzati sulle gravi ripercussioni di un ricorso anticipato al risparmio previdenziale.
Una proposta per correggere le pensioni retributive, legandole a soglie qualificanti di età anagrafica e anzianità . Si accelera così la fase di transizione, lasciando però flessibilità nel pensionamento dopo i cinquantasette anni. Incentiva il prolungamento volontario delle carriere e si presta a essere estesa al settore pubblico. Ma l’accordo sulle soluzioni tecniche si troverebbe più facilmente se la riforma previdenziale fosse inserita nella prospettiva più ampia di un rinnovamento della rete di sicurezza sociale.
Offrire più informazioni sui costi e sulle caratteristiche del sistema pensionistico, in modo neutrale, aumenta significativamente la disponibilità ad accettare riforme. Lo dimostra un “esperimento controllato”. E allora invece di sedersi in riunioni semi-segrete con chi rappresenta i pensionati, il governo dovrebbe impegnarsi in una massiccia campagna per informare tutti i cittadini dei dettagli dell’ordinamento attuale, delle iniquità perpetrate a danno delle generazioni future, degli oneri sui contribuenti di oggi e di domani, e dei possibili rimedi. In seconda pagina le principali soluzioni proposte dai cittadini ed emerse dall’indagine condotta dalla CE&Co.
Quando i giovani dÂ’oggi si avvicineranno alla pensione scopriranno di essere più poveri in termini di ricchezza previdenziale dei loro padri. Carriere contributive molto più discontinue e un sistema contributivo meno generoso li porteranno a lavorare fino a quasi 70 anni. Aumentare l’età di pensionamento, rivedere i coefficienti di trasformazione e investire nella previdenza complementare già oggi sarebbe un esercizio di equità intergenerazionale. Ma i giovani non sembrano né invitati né interessati al dibattito dove si decide soprattutto del loro futuro.
Moltissimi lavoratori non hanno ancora scelto cosa fare dei loro accantonamenti per il Tfr. Alcune simulazioni e informazioni per aiutarli a
farsi un’opinione. Perchè chi non sceglie si troverà in posizione svantaggiata rispetto agli altri.”