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Garanzia giovani, solo uno su mille ce la fa

 

Non voglio certo passare per un “manicheo”, tuttavia è difficile non constatare il fallimento della più importante misura di politica del lavoro a favore dei giovani degli ultimi decenni.

Fondazioni bancarie troppo spesso “infallibili” sulle questioni sociali

Il dibattito che non c’è stato

A Tiziano Vecchiato [Nella lotta alla povertà un ruolo per le fondazioni bancarie] va riconosciuto il merito di avere attirato l’attenzione sulle fondazioni di origine bancaria al di fuori di questioni di nomine e di partecipazioni azionarie nelle banche. Sull’(in)opportunità di nomine e partecipazioni si è discusso ampiamente e ritornarvi toglierebbe solo spazio al tentativo di avviare un dibattito su una diversa questione: sulla base di cosa, attivando quali meccanismi e giudicando quali esiti, le fondazioni decidono di spendere le risorse loro affidate.
Il problema sociale sollevato da Vecchiato riguarda la possibilità di “attivare” gli adulti abili al lavoro e beneficiari di un futuro reddito minimo; ci troviamo in accordo con il fatto che questo sia un elemento essenziale nel disegno di una misura universale di contrasto alla povertà. Siamo meno d’accordo con l’altra tesi avanzata da Vecchiato, ossia che le fondazioni di origine bancaria siano adatte e pronte per un ruolo di leadership nell’innovazione sociale.
La questione di cosa le fondazioni fanno non è stata finora oggetto di grandi dibattiti pubblici, ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente. Potrebbero trovarsi presto a svolgere anche ruoli molto delicati – una sorta di Wolf Foundation – per provare soluzioni nuove ad alcuni dei più difficili da risolvere problemi sociali. Ad esempio, il recupero educativo dei minori inseriti nel circuito penale (per i quali la legge di stabilità 2016 prevede iniziative finanziate da un fondo alimentato dalle fondazioni). Oppure l’attivazione al lavoro degli adulti beneficiari di reddito minimo, un’idea abbracciata con entusiasmo da Vecchiato quando afferma che “(…) dove altri non sono riusciti, possono farcela le fondazioni di origine bancaria, perché in questi anni si sono misurate con l’innovazione, mettendo in relazione gli investimenti con i risultati, impegnandosi a valutare gli esiti e l’impatto sociale”.
Pur avendo stima per molto del lavoro svolto dalle fondazioni bancarie negli anni, temiamo che questo tipo di investitura in bianco, in un paese sempre alla ricerca di un qualche deus-ex-machina, possa trasformarsi in un boomerang. Soprattutto se si tiene presente che spesso si trascura un’importante considerazione sull’idoneità delle erogazioni delle fondazioni a incidere sui problemi sociali: un tipo particolare di avversione al rischio, che nel caso delle Fob si manifesta come ritrosia ad ammettere di aver finanziato progetti che si sono rivelati un insuccesso. Nei bilanci sociali o di missione delle fondazioni è difficile, se non impossibile, trovare riferimenti a “programmi che non hanno funzionato”, a “soluzioni promettenti poi rivelatesi inefficaci”. Sembra quasi che le fondazioni siano infallibili.
Peraltro, una forte avversione al rischio pare esistere nelle organizzazioni filantropiche un po’ dovunque, se dobbiamo credere alla netta presa di posizione di un gruppo internazionale di esperti riuniti nel 2011 dalla Rockfeller Foundation per discutere di Risk and Philanthropy. Dalle conclusioni del rapporto apprendiamo che: “I partecipanti all’incontro hanno insistito sul fatto che, per innovare, le organizzazioni filantropiche devono imparare ad accettare l’insuccesso e riconoscere che per ottenere un cambiamento su larga scala una parte delle risorse vadano sprecate. L’occasionale insuccesso deve essere considerato un costo ammissibile dell’innovazione”.
Il problema dell’avversione ad ammettere l’insuccesso è grave: è diffuso, trasversale a ogni tentativo di innovazione, sia scientifica sia sociale, e finisce per distorcere i comportamenti degli attori coinvolti. Gli uni pubblicano solo gli studi riguardanti interventi per i quali si hanno risultati positivi; gli altri spendono le risorse sui soggetti che danno maggiori garanzie di adottare un certo comportamento, anche al prezzo di mirare l’intervento dove c’è meno bisogno.

Il dibattito che dovrebbe esserci

Detto più semplicemente, non ci si può aspettare che le fondazioni sacrifichino tanto volentieri l’abitudine a fare sempre bella figura, in cambio di una sequela di probabili insuccessi. Riteniamo sia urgente un serio dibattito su se e come organizzazioni private con una forte vocazione pubblica, e con un ormai consolidato modus operandi, possano dare risposte rapide ed efficaci ai più difficili problemi sociali del paese. Se questo dibattito si avviasse, le fondazioni potrebbero anche tentare di perdere l’abitudine di documentare solamente quanto spendono per un certo problema o quanti sono i beneficiari, e provare invece a stimare per quanti beneficiari l’erogazione ha fatto la differenza e quanto è costata. Almeno provarci.

Il prestito ipotecario ha bisogno di tempo per crescere

Nel suo articolo pubblicato su queste pagine, Raffaele Lungarella ha ben illustrato la rilevanza che il prestito vitalizio può assumere in Italia: nel paese con la maggiore percentuale di anziani in Europa, un welfare in contrazione e redditi decrescenti, è indiscutibile l’esigenza di poter rendere liquida e fruibile una parte dei 3 mila miliardi immobilizzati nel patrimonio immobiliare degli over 60. È interessante aggiungere alcune considerazioni che nascono dalla mia esperienza sul tema, nel tentativo di spiegare le potenzialità, e talvolta i limiti, di questo innovativo prodotto finanziario.

Nuova legge e supporto istituzionale

Esiste una forte discontinuità tra il mercato sviluppato in base alla vecchia legge (248/2005) e quello che si apre in base alla nuova normativa (44/2015 e relativo regolamento attuativo): il mercato di allora manifestava una crisi di liquidità mentre l’attuale contesto sembra diametralmente opposto; tassi e spread erano ai massimi storici mentre oggi sono ai minimi; mancava all’epoca un supporto istituzionale che ora è ampiamente presente; infine, non c’erano banche interessate al mercato mentre ad oggi si registrano diversi potenziali operatori.
Dal punto di vista istituzionale, la vecchia legge era stata introdotta senza particolare risalto e nell’ambito della lotta all’evasione fiscale, mentre quella attuale nasce da una specifica iniziativa parlamentare che ha raccolto un consenso molto ampio sia alla Camera sia al Senato, che è stata promossa da Abi e da molte associazioni dei consumatori ed è stata completata da un regolamento redatto prima dal ministero dello Sviluppo economico e poi approvato dalla Consulta e dalla Corte dei conti.
Non possiamo giudicare il mercato dei prestiti vitalizi che si svilupperà in base alla nuova normativa guardando a esperienze e prodotti “vecchi”. Al contrario, bisogna lavorare per consentire alle banche di attivarsi operativamente e di offrire questa soluzione ai propri clienti. Nei prossimi mesi arriveranno sul mercato gli istituti che da tempo hanno avviato progetti per la realizzazione di questo prodotto e che aspettavano la versione finale del regolamento per completare il lavoro. Trattandosi di un finanziamento “al contrario” rispetto a quelli tradizionali, la sua implementazione richiede tempo e risorse specialistiche che, data la novità del prodotto, non sono ancora diffuse. Parlando di un regolamento attuativo che è in vigore dal 2 marzo, è necessario aspettare l’uscita delle prime offerte del “nuovo” mercato.
Una volta che il mercato sarà avviato con un numero di operatori sufficientemente rilevante, saranno gli over 60 a godere dei principali benefici, primo fra tutti quello della concorrenza: soluzioni molteplici a condizioni più vantaggiose.

Tassi e percentuali di finanziamento

Su questo tema il regolamento non poteva esprimere alcun vincolo, in quanto la norma primaria aveva indicato e limitato gli ambiti che dovevano essere normati dal Mise focalizzandoli sulle modalità di offerta, sulle norme di trasparenza e su casi e formalità che possono portare alla richiesta di rimborso integrale del finanziamento. In ogni caso, i loan to value (ltv) e i tassi rappresentano le principali leve competitive e non sarebbe opportuno che il regolamento le normasse: vincoli troppo morbidi sarebbero inutili, mentre vincoli troppo rigidi rischierebbero di allontanare gli operatori.
Ricordiamo che si tratta di un prodotto finanziario che di fatto sta nascendo ora in Italia: finché il mercato non sarà sufficientemente ampio e le efficienze operative non saranno consistenti anche i prestiti vitalizi sconteranno costi più alti. Non si può pretendere che questo settore possa avere le stesse condizioni competitive del mercato dei mutui, che da tempo eroga decine di miliardi ogni anno.
Un altro aspetto riguarda invece specificatamente il tema dei loan to value. Taluni hanno la tendenza a ritenere che ltv bassi siano un ingiusto danno per gli anziani. Questa valutazione è indotta, talvolta, dall’analogia con la vendita della nuda proprietà, dove, se la vendita avviene a un valore molto basso, l’anziano viene irrimediabilmente danneggiato. Al contrario, un importo basso con i prestiti vitalizi significa indebitare poco gli anziani e limitare il debito, lasciando così un maggior valore immobiliare “libero” per gli eredi. Loan to value limitati rappresentano anche un modo efficiente per limitare il rischio per le banche, con indubbi e conseguenti benefici sui tassi applicati agli anziani.

Il tempo per crescere

Quando tutti gli istituti che proprio in queste settimane stanno lavorando al prodotto saranno operativi sul mercato e quando si sarà stratificato un consistente portafoglio erogato, ossia quando il prestito ipotecario sarà un prodotto “ordinario”, solo allora sarà possibile confrontarne le condizioni con quelle di altri prodotti. E anche quando il prestito vitalizio sarà una soluzione “di mercato”, molto rimarrà ancora da fare sulla pianificazione del decumulo patrimoniale per gli anziani che ne hanno bisogno. Un tema nuovo, forse poco glamour, ma che diventerà di fondamentale importanza negli anni a venire.

Claudio Pacella, Amministratore delegato di 65Plus, società specializzata in servizi finanziari per la terza età e nel prestito vitalizio

La risposta dell’autore

La fiducia di Claudio Pacella sulla rivitalizzazione del prestito vitalizio ipotecario, dopo un decennio di sostanziale immobilismo, sembra riposta sull’ampliamento delle garanzie per gli istituti finanziatori introdotto con la nuova normativa. Anch’egli, però, sembra dubitare che questo sia sufficiente, se il prestito non diventerà più conveniente per chi lo richiede (con un abbassamento dei tassi di interesse e un aumento della percentuale del finanziamento sul valore della casa). Pacella ci invita ad avere pazienza, per dare tempo al mercato di confezionare un ventaglio di prodotti in concorrenza tra di loro. Tra qualche mese potremo valutare l’effettivo interesse delle banche. Se, malgrado i tassi di interesse ora bassi e l’ondata di liquidità, continueranno a offrire prodotti con una percentuale finanziabile bassa, il prestito vitalizio rischia di continuare ad essere poco competitivo rispetto ad altri strumenti che permettono ugualmente di utilizzare la propria abitazione per ottenere liquidità.

Raffaele Lungarella

Per gli enti locali regole fiscali più semplici *

Nella loro interessante riflessione, Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon discutono soprattutto la nuova regola fiscale introdotta dalla legge di stabilità 2016 per gli enti locali in sostituzione del patto di stabilità interno. Pur apprezzandola, si sostiene che

Come cambieranno i contratti nazionali di lavoro *

Federmeccanica ha fatto una proposta molto innovativa per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro. Ha proposto la trasformazione dei “minimi tabellari”, cioè dei salari minimi che vengono fissati per ciascuno dei livelli di inquadramento dei lavoratori, in “minimi di garanzia”.

Più trasporto pubblico, meno smog: una ricetta cara?

Nelle scorse settimane il tema smog ha fatto prepotentemente ritorno sulle prime pagine dei giornali, come accade ogni qualvolta le condizioni atmosferiche del periodo invernale determinano un superamento dei limiti sempre più stringenti stabiliti dalle normative. E, come in altre occasioni, è riemersa la contrapposizione tra misure “di emergenza” e “strutturali”. Tra queste ultime, per quanto concerne l’ambito della mobilità, sembra essere centrale il ruolo del potenziamento dell’offerta dei servizi di trasporto collettivo.

Atenei tra tasse e qualità didattica

Ringrazio per i commenti ricevuti, utili e interessanti, ad alcuni dei quali ho risposto specificamente. Vorrei tuttavia aggiungere un paio di precisazioni, stimolate dalle reazioni dei lettori.

Cos’è cambiato con la riforma Gelmini

 

Ringrazio gli autori per i commenti ricevuti al mio articolo. Devo dire, però, che alcuni dei commenti hanno un po’ frainteso il senso dell’articolo. Cerco allora di spiegare meglio il mio punto di vista. Indubbiamente, la legge Gelmini non è la panacea di tutti i mali, né la migliore delle riforme possibili. Non ho detto questo. Ho detto solo che rispetto ai concorsi locali che c’erano prima, la Gelmini ha introdotto almeno una valutazione di massima e la verifica di uno standard minimo per l’accesso alla carriera di professore universitario. Gli scambi di favori fra baroni erano all’ordine del giorno prima della Gelmini: “Io faccio associato/ordinario tuo figlio/nipote/allievo e tu il mio”. Molte persone che con i concorsi locali avrebbero vinto a man bassa, con la riforma Gelmini non hanno ottenuto le abilitazioni o non hanno neppure fatto domanda.
È altresì vero che ci sono state differenze non trascurabili fra i diversi settori scientifico-disciplinari. Alcuni settori, rifiutando l’uso di metri di valutazione oggettivi e trasparenti, hanno applicato criteri discrezionali e perciò discutibili, promuovendo non tanto (o non sempre) sempre i più bravi, ma quelli più vicini alla commissione, come è nella tradizione di tutti i concorsi universitari italiani. Soprattutto i settori non bibliometrici hanno mantenuto una eccessiva discrezionalità che non sempre ha premiato i migliori. Ma se si va a chiedere ai giovani di questi settori cosa ne pensano, come presi dalla sindrome di Stoccolma, continuano a dire che occorre mantenere la discrezionalità di valutazione delle commissioni e, sinceramente, a chi scrive cadono le braccia. Viene il dubbio che il sistema sia irriformabile.
Altri settori ancora hanno abbassato troppo l’asticella, promuovendo una percentuale troppo alta e facendo così un grave torto ai più bravi in quel settore che sono stati penalizzati dalla conseguente svalutazione del titolo di abilitazione.
Un problema della riforma è che anziché imporre tutto dall’alto, sta cercando di favorire un processo di learning by doing che per i professori universitari sembra difficile e che rischia di far fallire la riforma come è stato per altre riforme importanti che sono state introdotte senza adeguata discussione e introiezione da parte di chi la doveva attuare. Perciò vi sono ancora tante incomprensioni, talvolta anche dei propri stessi interessi da parte di alcuni attori, come i più giovani e bravi dei settori non bibliometrici di cui si è detto sopra. C’è poi un tentativo di neutralizzare la riforma laddove sottrae potere ai baroni.
Insomma, ci sono tanti aspetti della legge GeImini che richiedono un tagliando. ll tema dell’articolo, però, non era “quanto è bella (o brutta) la riforma Gelmini”. Sembra che non si possa che parlare del tema “riforma sì/riforma no”. Non si può parlare invece di come migliorare la riforma. Ripeto: lo schema della riforma è molto migliorativo rispetto al passato, ma occorre anche apportare dei correttivi. Uno di questi correttivi è capire meglio chi decide quale fra gli abilitati di un dipartimento debba avere la precedenza, in specie in un regime di risorse scarse. La legge Gelmini non ha affrontato questo tema in modo adeguato.
Non ho neppure discusso di sistemi alternativi o di incentivi a scegliere personale dall’esterno. Questo è un altro discorso che non affronto in questo articolo.
Il problema che ponevo è: a parità di esterni chiamati, chi e come bisogna scegliere fra gli abilitati interni ad un dipartimento che vanno pure premiati per il lavoro fatto e non vanno necessariamente messi in competizione con degli esterni? Su questo sono pienamente d’accordo. È bene che una struttura premi chi lavora di più e meglio al proprio interno consentendo loro un necessario passaggio di carriera. Se non fosse così, verrebbe meno l’incentivo a lavorare per quella struttura.
Non ho discusso neppure di incentivi. Potrà essere naturale che decidano gli ordinari, i più anziani, come accade dappertutto. Tuttavia, altrove, nei paesi anglosassoni, pur non mancando le ingiustizie, che in questo mondo non mancano mai, il sistema premia in media i migliori più del nostro. Sarà anche grazie agli incentivi che nel nostro sistema mancano e sono d’accordo su questo con Alberto Rotondi.
Tuttavia, siccome gli incentivi non ci sono ancora e finché le risorse sono e saranno scarse e immagino che il quadro degli incentivi non cambierà per molto tempo ancora, che facciamo? Consentiamo agli anziani di fare quello che vogliono? Cioè di scegliere parenti/amici/allievi meno meritevoli perché a loro conviene fare così? Finché non ci sono le risorse e gli incentivi, riconosciamo il diritto all’abuso? Ecco, questo è il punto dell’articolo. Nel frattempo, finché mancheranno incentivi economici a scegliere i migliori, occorre introdurre criteri oggettivi, trasparenti, misurabili per costringere i più anziani, visto che gli incentivi gli fanno difetto, a scegliere i migliori e non chi fa a loro più piacere o più comodo, facendo perdere anni ed anni di carriera ai più bravi. Tutto qua.
Non entro approfonditamente nel merito dei criteri. Bisogna pensare bene a questo. Alcuni criteri sono però oggettivi e verificabili: il conseguimento di un’abilitazione di prima fascia per una promozione di seconda fascia, il numero complessivo delle abilitazioni, la quantità e continuità della produzione scientifica di un certo livello (magari totale di articoli in riviste di classe A normalizzate per le riviste totali di classe A di quel settore, poiché alcuni settori hanno dichiarato di classe A tutte le loro riviste di settore), fabbisogno della facoltà per il personale appartenente a quel determinato settore, anzianità di servizio del docente etc etc. Ci sono tanti criteri oggettivi che si possono adottare e che limiterebbero facilmente gli abusi attuali. Il punto non è definire i criteri, che spesso sono concorrenti, non discordanti e portano dritto sempre alle stesse persone, ma rendete tali criteri cogenti!
Mi auguro, infine, che il problema sollevato scompaia con le abilitazioni a sportello, che limiteranno l’affollamento, la definizione di asticelle sempre più giuste (non dico più alte) e l’eliminazione dei punti organico e la loro sostituzione con altri strumenti di definizione delle risorse disponibili. In futuro, dovrebbe essere possibile ad un dipartimento di promuovere automaticamente uno studioso meritevole che abbia acquisito un’abilitazione nazionale senza doverlo fare aspettare ingiustamente.

Contante ed evasioni: critiche ricorrenti non giustificate

In tutti gli articoli che ho letto, sui siti più disparati, sulla tracciabilità dei pagamenti, accanto agli apprezzamenti, appaiono commenti critici ricorrenti. Provo ad elencarli ed a dare risposta.

Una precisazione sui contributi alla Verdi

Ho letto con interesse l’articolo pubblicato lo scorso 17 “L’Orchestra Verdi e i masnadieri ministeriali” di Andrea Boitani. In qualità di presidente pro tempore dell’Associazione delle Ico e direttore generale dell’Orchestra della Toscana mi corre l’obbligo di fare alcune necessarie precisazioni per completare l’informazione.

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