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Stima del Pil potenziale: metodo e buon senso

Il recente contributo di Carlo Cottarelli, Federico Giammusso e Carmine Porello ha riacceso il confronto sui metodi di stima del prodotto potenziale e sui riflessi sulla finanza pubblica nel calcolo dei saldi aggiustati per il ciclo. In particolare, la critica ai metodi adottati dalla Commissione europea si concentrata sulla stima del Nawru, ovvero del tasso di disoccupazione di lungo periodo compatibile con una dinamica stabile del livello dei prezzi (o, meglio, dei salari unitari). Come abbiamo evidenziato in un nostro precedente intervento, la stima del Nawru per l’Italia e per gli altri paesi periferici  risente troppo del livello corrente della disoccupazione. In altri termini, utilizzando un filtro statistico abbastanza complesso (Kalman filter), che sottende però delle scelte arbitrarie su alcuni parametri fondamentali, si tende a considerare come strutturale buona parte della disoccupazione osservata in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo.
LA POSIZIONE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Kieran Mc Morrow e Werner Roeger, economisti del Directorate-general for economic and financial affairs (Dg Ecfin) della Commissione europea, hanno difeso questo risultato sostenendo che “il Nawru può aumentare anche se le istituzioni del mercato del lavoro rimangono invariate a causa della loro scarsa flessibilità implicita all’aggiustamento (rigidità dei salari reali e nominali)”. Con questa affermazione, in realtà, si conferma però che il Nawru stimato dalla Commissione è distorto nel breve periodo. Essendo il Nawru una grandezza di lungo termine non dovrebbe infatti risentire della rigidità (di breve termine) dei salari. Questo punto è ben messo in evidenza da uno studio condotto dalla stessa Commissione, e sempre dalla Dg Ecfin (Labour Market Developments in Europe 2013, European Economy 6|2013). Paradossalmente è quindi la stessa Dg Ecfin che avanza dubbi sulle stime del Nawru ottenute mediante le tecniche basate esclusivamente su filtri statistici, dedicando proprio un approfondimento sulla ciclicità dal Nawru. Da queste altre stime emerge che il Nawru aggiustato per le caratteristiche istituzionali di un paese, quali ad esempio il cuneo fiscale e la presenza di politiche attive nel mercato del lavoro, per i paesi periferici è ben più basso di quello utilizzato dalla Commissione per valutare l’osservanza dei criteri di finanza pubblica del fiscal compact. Quest’ultimo è pari per l’Italia a circa l’11 per cento nel 2014, contro un Nawru “strutturale”, ovvero non influenzato da fattori ciclici, pari al 9 per cento.  Se la Commissione avesse utilizzato il Nawru strutturale per calcolare il Pil potenziale dell’Italia il nostro deficit aggiustato per il ciclo sarebbe stato pari al +0,1 per cento del Pil nel 2014, piuttosto che al -0,6 per cento ufficialmente considerato. Con una stima del Nawru più contenuta saremmo quindi già in avanzo (al netto degli effetti ciclici).
UNA STIMA CHE SI AUTOAVVERA
Va sottolineato che, comunque,  qualsiasi metodo venga utilizzato per la misura del Nawru -o più in generale del Pil potenziale- deve tener conto che la stima ottenuta, proprio per effetto delle regole del fiscal compact, non è esogena. In altre parole, il valore stimato del Pil potenziale influenza esso stesso il livello del potenziale. Un potenziale più alto lascia infatti spazio per manovre fiscali espansive, che se ben pensate e realizzate posso offrire un ulteriore stimolo alla crescita corrente e a quella potenziale, attraverso ad esempio maggiori investimenti in infrastrutture. Viceversa, un potenziale più basso costringe un paese ad attuare politiche fiscali restrittive, che ne possono compromettere le capacità di crescita. In sintesi, le stime del potenziale possono essere “autorealizzanti”: un valore stimato alto favorisce il raggiungimento di questo obiettivo favorevole, un valore basso viceversa spinge l’economia a convergere verso tassi di crescita più bassi. L’impianto del fiscal compact, basato quasi esclusivamente sull’ortodossia dell’austerità espansiva, che rinnega nelle fondamenta la teoria keynesiana, determina il risultato perverso che ex-post Mc Morrow e Roeger avranno ragione nel sostenere che il Nawru per l’Italia è superiore al 9 per cento semplicemente per il fatto che la Commissione ha il potere di imporre questo livello attraverso l’applicazione di una metodologia che tende a sovrastimare la disoccupazione strutturale in fasi di ciclo economico avverso.
QUESTIONi DI METODO E BUON SENSO
Per mostrare quando sia importante questo aspetto abbiamo condotto una simulazione utilizzando il modello macro-econometrico per l’Italia del Cer. In un primo momento abbiamo considerato l’effetto sull’output gap, ovvero sulla differenza tra il Pil corrente e quello potenziale in percentuale del potenziale, dall’impiego della stima del Nawru della Commissione. Successivamente abbiamo invece stimato l’output gap ipotizzando un Nawru pari al 2018 a poco più del 9 per cento. La perdita cumulata di Pil potenziale nel periodo sarebbe superiore a un 1 punto e mezzo (grafico 1). L’effetto sul deficit strutturale, ovvero aggiustato per il ciclo economico e delle una tantum, è pari in media a 4 decimi di Pil, oltre 6 miliardi di euro l’anno.

Grafico 1. Stima degli effetti del Nawru sul Pil potenziale e sul deficit strutturale dell’Italia

Schermata 2014-11-14 alle 11.50.38Nota: nel grafico è riportato il Pil potenziale e il deficit strutturale ricalcolato mediante il modello macro-econometrico del CER replicando, da un lato, le ipotesi della Commissione Europea circa la dinamica del Nawru e, dall’altro, ipotizzando un Nawru in flessione fino al 9,5% del 2018
Fonte: CER
Nella risposta di Cottarelli, Giammusso e Porello al commento di Mc Morrow e Roeger viene inoltre posto in evidenza come usare le stime sul Nawru realizzate da altri istituti, pur se autorevoli come Fmi e Ocse, non aggiunge molto al dibattito in quanto è il metodo utilizzato che porta alla sovrastima del tasso di disoccupazione strutturale. In realtà, è interessante comparare queste informazioni perché dal confronto è chiaro come nonostante l’utilizzo della stessa metodologia c’è una differenza non trascurabile tra il livello del Nawru. Si può al riguardo notare come le stime Ocse siano sempre inferiori a quelle della Commissione, dall’inizio della recessione, di circa 1 punto percentuale (grafico 2).

Grafico 2. Italia: confronto tra il Nawru stimato da Ocse e Commissione Europea

Schermata 2014-11-14 alle 11.50.49Fonte: Ocse (Economic Outlook, maggio 2014) e Commissione Europea (Spring Forecast, 2014).

In definitiva, bisognerebbe finalmente uscire da una logica meccanicistica nell’applicazione delle regole europee. Non esiste al momento un modello di valutazione del Pil potenziale che possa essere considerato veramente attendibile, e forse non esisterà mai in quanto il potenziale è per sua natura una grandezza non osservabile. Tra un modello matematico, che per quanto evoluto non potrà mai rappresentare con precisione la realtà, e il buon senso (economico) bisognerebbe quindi affidarsi molto di più a quest’ultimo.

La lunga gelata del Pil

 
Pil aggiornato

Come combattere l’evasione

La legge di Stabilità è molto ottimistica nelle stime di recupero dell’evasione fiscale: circa quattro miliardi solo per 2015. Una raccolta di articoli pubblicati su queste pagine analizza un fenomeno molto radicato in Italia e suggerisce alcuni strumenti di contrasto.

Il Punto

Dominate da politici locali senza scrupoli, le fondazioni bancarie stanno nuovamente ostacolando gli aumenti di capitale degli istituti richiesti dalla vigilanza europea. Il premier Renzi, che vuole combattere i poteri forti, chieda agli esponenti Pd nelle fondazioni di impegnarsi per farle uscire dal capitale delle banche.
Continua il confronto sul metodo con cui la Commissione europea stima il Pil potenziale dell’Italia e degli altri paesi. Tutt’altro che una disputa accademica: si tratta dell’indicatore che Bruxelles usa per valutare le politiche di bilancio nazionali.
Sono realistiche le entrate previste dalla lotta all’evasione fiscale nella legge di Stabilità? Lavoce.info ne scrive da sempre, analizzando questa iattura tanto radicata in Italia e suggerendo strumenti di contrasto. Abbiamo raccolto numerosi articoli sul tema in un nuovo Dossier. Con un taglio di 4 miliardi del gettito Irap previsto dalla manovra economica, le regioni vedono ridursi la loro principale entrata tributaria. E anche i margini di autonomia fiscale che hanno utilizzato articolando aliquote e deduzioni spesso con finalità di politica industriale locale.
Cosa dicono i dati sull’accesso al credito a seconda del tipo di contratto di lavoro? Un dipendente a tempo indeterminato ottiene più facilmente di uno a tempo determinato un mutuo per la casa o un finanziamento al consumo, ma il costo del prestito, se erogato, non è molto diverso tra le due categorie.
Perché lo Stato incentiva i genitori ad avere più figli? Da un punto di vista strettamente economico per tenere in piedi il sistema previdenziale e assicurarsi la capacità contributiva dei futuri adulti. Una buona politica, allora, non è tanto l’elargizione estemporanea di “bonus bebè”.
Le polizze Rc-auto sono più care al Sud, dove gli incidenti sono più frequenti. Le differenze tariffarie territoriali sono comprensibili per il primo anno di assicurazione. Ma nel corso del tempo perché un napoletano che guida con abilità e prudenza ed evita incidenti deve pagare più di un valdostano?
Un nuovo ingresso in redazione: Alessandra Casarico, che i lettori de lavoce.info già conoscono attraverso alcuni suoi interventi. Ad Alessandra, che ci darà un contributo originale e di alto livello soprattutto sui temi della discriminazione e delle politiche per la famiglia, più in generale della finanza pubblica, un caloroso benvenuto.

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Il Punto

La manovra dimezzata”: aggiornamento dell’articolo “Le sorprese della manovra” alla luce del negoziato del Governo con la Commissione europea.
Al vertice di Ferrovie si confrontano due concezioni molto diverse di privatizzazione e liberalizzazione. Da una parte quella che vuole mettere sul mercato azionario quote minoritarie del gruppo al fine di produrre cassa per il Tesoro ma perpetuando (forse peggiorandolo) lo status quo. Dall’altra chi pensa a privatizzazioni capaci di produrre concorrenza e far crescere nuovi operatori e mercati. È per questo che il presidente Marcello Messori ha rimesso le deleghe?
Imbottite di titoli del debito pubblico -soprattutto del nostro paese- le banche Italiane risultano nell’Eurozona le più invischiate nel circolo vizioso istituti di credito-debito sovrano. Lo dicono gli stress test della Bce. Che però sono stati particolarmente severi nel valutare il nostro sistema in un possibile “scenario avverso”.
Continua il confronto su come determinare il prodotto potenziale, indicatore che l’Europa usa per valutare le politiche di bilancio nazionali. Due economisti della Commissione europea ricordano che si tratta di un metodo condiviso che garantisce pari trattamento a tutti i paesi dell’Unione.
Giusto o sbagliato tagliare le ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni? La risposta non è scontata come sembra. Perché la loro funzione comporta flessibilità del tempo libero ma anche del lavoro extra. E le nuove norme rischiano di portare altre complicazioni nell’organizzazione dei tribunali.
Come un fiume carsico, torna alla luce l’estenuante confronto politico sulla riforma elettorale. Rimane il pericolo di soluzioni pasticciate con espedienti di corto respiro per guadagnare nell’immediato. Bene invece guardare ai sistemi collaudati in altri paesi.
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Il Punto

La Commissione europea impone ai governi politiche fiscali restrittive in nome di stime del prodotto potenziale irrealistiche. Meglio piuttosto utilizzare soltanto il Pil nominale effettivo. È proprio alla luce di queste stime che è stato imposto al Governo italiano di dimezzare il contenuto espansivo della manovra. La legge di Stabilità mette sul piatto meno di 2 miliardi nel 2015 per la decontribuzione delle assunzioni a tempo indeterminato, ipotizzando circa 1 milione di neo-assunti. Vuol dire pensare che non ci saranno effetti aggiuntivi, solo sostituzione di trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato che avrebbero avuto luogo comunque. Ma anche solo limitandosi a questa cifra, le risorse a disposizione potrebbero non bastare.
Mentre avvia l’operazione Tfr in busta paga (un Dossier raccoglie gli interventi su lavoce.info), il Governo dovrebbe mandare a tutti i contribuenti la “busta arancione” proposta su questo sito più di 11 anni fa.
A un anno dalla partenza del programma europeo Garanzia giovani la nostra previsione che in Italia sarebbe stato un flop purtroppo si è avverata. E anche nel resto dell’Unione è servito ben poco a risolvere il problema della disoccupazione giovanile. Ecco cosa fare per salvare il salvabile. Contabilità del divario Nord-Sud: in cinque anni di crisi, le regioni del Mezzogiorno hanno perso 583 mila posti di lavoro, il 60 per cento della distruzione di lavoro nella penisola. Non regge più il modello di economia assistita che ha funzionato (male) sino a pochi anni fa.
Ingorgo istituzionale tra Stato e Regioni sulla vendita delle case popolari. Il ministero delle Infrastrutture ne vuole la competenza mentre gli enti locali dispongono già di loro normative per i piani di alienazione degli alloggi pubblici. Un braccio di ferro che nasce più da motivazioni elettoralistiche che economiche.
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Tfr in busta paga: pro e contro

Meglio il gruzzolo a fine carriera e il risparmio previdenziale o meglio i soldi “pochi, maledetti e subito”? Il Tfr in busta paga può essere un aiuto per i lavoratori in difficoltà economiche ma aggrava l’incertezza sul loro futuro pensionistico.

Il Punto

Vantaggi incerti e svantaggi certi dall’operazione Tfr in busta paga. Ma per capirli e per compiere scelte consapevoli ci vuole più educazione finanziaria e i lavoratori devono avere tutte le informazioni sul loro futuro pensionistico. Non più rinviabile la spedizione da parte dell’Inps della “busta arancione”. Il ministro Poletti si era impegnato a mandarla entro luglio.
Dove è meglio indirizzare gli investimenti massicci previsti da “la buona scuola” del Governo Renzi? Sull’istruzione dell’obbligo o sull’università? Chi patisce il maggiore divario di risorse rispetto agli altri paesi è il sistema accademico.
Nell’attuale testo della legge di Stabilità il Fondo per i non autosufficienti viene finanziato con 250 milioni, 100 in meno dell’anno scorso (cifra già bassa). E siamo ampiamente sotto la media europea per il sostegno a questi cittadini fortemente svantaggiati. Bene porre rimedio a questo grave errore.
Ci vorranno quasi cent’anni -se si continua così- per arrivare alla parità donne-uomini a livello globale. Il nostro paese è tra quelli più indietro: più potere femminile in politica ma la situazione è peggiorata nell’economia, nelle retribuzioni e nell’istruzione.
Insediandosi a capo della Commissione europea, Juncker ha proposto un piano da 300 miliardi di euro (prevalentemente pubblici) in investimenti infrastrutturali. Che farebbero da traino a crescita del Pil e ad altri investimenti privati. Ma sono soldi veri
Bassa capitalizzazione di alcune banche -come denunciato dagli stress test della Bce– ma anche scarsa profittabilità, relazioni pericolose con il debito sovrano del paese, crescita dei crediti in sofferenza: sono le palle al piede del sistema bancario italiano. Che ha bisogno di un urgente processo di consolidamento. Frenato, però, dall’insana ragnatela degli assetti proprietari per buona parte dominati dalle fondazioni.

Il Punto

Gli stress test della Bce hanno indicato alcune nostre banche come le peggiori europee in termini di capitalizzazione. Banca d’Italia ha alimentato il sospetto che il metodo di valutazione abbia sfavorito gli istituti italiani. Bene che chiarisca cosa andava fatto e perché non è stato fatto nell’ambito di procedure concordate. Se non altro per dare credibilità ai test di Francoforte, non certo per riabilitare Montepaschi e Carige, vittime anzitutto delle fondazioni che le controllano.
Le sorprese della manovra” con i numeri della legge di Stabilità in versione aggiornata dopo le ultime correzioni apportate con lo scambio di lettere tra Katainen e Padoan.
È diffusa l’idea che il bonus da 80 euro non si traduca in consumi. In realtà manca una seria analisi sulla destinazione di quel denaro. Vediamo come potrebbe essere fatta. L’Istat ha i dati per compiere queste analisi. Altrimenti li renda disponibili a chi vuole svolgere queste indagini. Perché se l’effetto si confermasse minuscolo, l’intera manovra, anche se finanziata in parte in disavanzo, può avere effetti recessivi a causa dei tagli di spesa. E quanto può stimolare l’economia (consumi, domanda aggregata e occupazione) il Tfr in busta paga? Se tra il 4 e il 16 per cento dei dipendenti del settore privato deciderà di spenderlo, il Pil potrà aumentare tra lo 0,05 e lo 0,22 per cento. Ma a chi conviene e a chi no la scelta di prendere “pochi, maledetti e subito” i soldi accantonati? Ecco delle simulazioni sulla base di diverse tipologie di lavoratori per verificare cosa gliene viene in tasca nell’immediato e a fine carriera se decidono o meno per il Tfr in busta paga.
I nuovi obiettivi su clima ed energia per il 2030 approvati dal Consiglio europeo prevedono target non molto ambiziosi. La ricerca di un voto unanime ha prodotto un compromesso al ribasso in cui sono prevalsi gli interessi nazionali sulla necessità di un’azione decisa di contrasto al riscaldamento globale.
Altissimo il numero degli studenti italiani che abbandonano l’università o che arrivano alla laurea con grande ritardo. Perché il successo accademico dipende non solo dalle capacità cognitive delle persone ma anche molto da motivazione, pazienza, determinazione. E il nostro sistema accademico non dà sostegno.
Renzo Costi e Francesco Vella replicano all’intervento di Salvatore Bragantini “Chi investe nelle Pmi se l’Opa è ‘à la carte’?
Un commento di Guido Fabiani, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lazio, all’articolo “I sussidi alle imprese: troppi e fuori controllo” di Roberto Perotti e Filippo Teoldi

La politica industriale targata Lazio

Gentili Roberto Perotti e Filippo Teoldi, intervengo in risposta al vostro articolo del 18/9/2014 “I sussidi alle imprese: troppi, e fuori controllo”, scusandomi innanzitutto per il ritardo, con l’intento di portare un mio personale e schematico contributo all’approfondimento della questione sia in termini generali che specifici:

  1. La politica economica del Paese ha tutto da guadagnare da un dibattito informato sugli incentivi alle imprese, soprattutto in prossimità dell’avvio della programmazione dei fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020. Abbiamo quanto mai bisogno di analisi approfondite e propositive, necessarie a costruire razionalmente politiche favorevoli alla crescita, senza cedere al facile clamore giornalistico. Per fortuna negli ultimi tempi si può notare una seria ripresa della riflessione sulle politiche industriali. E questo sicuramente ci aiuta nella programmazione 2014-20 dei fondi europei. A questo riguardo bisogna sottolineare che, in mancanza di una strategia centrale per l’innovazione e lo sviluppo industriale, a livello regionale si è potuto lavorare solo sulla base di un Accordo di Partenariato: uno smisurato menù di azioni, cui la Regione Lazio ha aderito in misura moderata, selezionando un numero limitato di azioni.
  2. Riferendovi al Lazio, vi soffermate sull’insieme degli interventi attivati nel decennio trascorso per quanto riguarda le politiche industriali, con il giusto intento di trarne suggerimenti utili a cambiarne il verso per il futuro. Bene. Ma allora sarebbe opportuno invitarvi a considerare alcuni aspetti specifici della situazione del Lazio. In questa regione nell’arco di cinque anni c’è stato il succedersi traumatico di ben tre amministrazioni. Questo ha reso difficile il compito di chi, arrivato nel marzo 2013, volendo cambiare passo, ha dovuto riaccendere i motori di una macchina arrugginita da mesi (se non da anni). Partendo da una situazione disastrosa – con una montagna di debiti pregressi e in una fase di crisi, con tagli e riduzione delle risorse pubbliche – si è dovuto provare a impostare una politica economica e una programmazione della spesa in grado, da un lato, di rispondere alla crescente emergenza produttiva e occupazionale e, dall’altro, di sostenere la crescita della competitività dell’economia laziale nel medio-lungo periodo. Con questi obiettivi si è avviato un sistema integrato di interventi (credito, startup, internazionalizzazione, innovazione, trasferimento tecnologico, ecc…) procedendo anche alla rimodulazione e accelerazione della spesa dei fondi europei 2007-2013.
  3. Anch’io (come mi pare sosteniate nella parte conclusiva del vostro intervento), penso che l’annosa diatriba tra piccoli incentivi a pioggia e incentivi concentrati su grandi progetti non aiuti ad affrontare l’argomento. A mio avviso, senza riguardo alle dimensioni, potrebbe essere utile ricorrere alla categoria degli incentivi mirati (piuttosto che generici) impegnandoci ad applicare ad essi un esercizio poco praticato in Italia, quello della valutazione (al quale in Regione stiamo lavorando per introdurlo nel modo più efficace e trasparente). Nel frattempo, nella valutazione degli incentivi, e quindi dei bandi relativi, non credo si possa evitare di considerare le caratteristiche economico-sociali e strutturali del territorio di riferimento. Il Lazio si colloca come seconda regione nella partecipazione alla formazione del pil nazionale. Presenta una struttura economica largamente fondata sulle pmi (oltre 500mila unità). Il settore industriale contribuisce per meno del 10% al pil regionale. C’è una significativa e riconosciuta presenza di imprese multinazionali nel settore dell’aerospazio e del farmaceutico, con eccellenze straordinarie anche di piccola e media dimensione che si pongono sulla frontiera tecnologica. In regione sono attive diverse strutture di formazione e ricerca di alto livello. A tutto ciò si associa un vasto settore della PA, del commercio, dei servizi, dell’artigianato. Da un anno e mezzo tentiamo di mettere a sistema questa complessa realtà, contaminando chi già partecipa isolatamente alla competizione globale con chi appare quantomeno intimorito se non impigrito. Sul piano della politica dell’Assessorato allo Sviluppo (mentre il Bilancio procedeva efficacemente ad avviare il processo di restituzione dei debiti) gli interventi sono stati diretti a: i) un accorpamento dei soggetti operativi regionali (una sola agenzia, invece di cinque); ii) una riorganizzazione degli strumenti per il credito; iii) un recupero di oltre 450 milioni di fondi europei della programmazione 2007-13; iiii) l’impostazione della programmazione dei fondi EU 2014-20 dando una decisa priorità all’innovazione e al trasferimento tecnologico, alla diffusione della banda larga su tutto il territorio, all’internazionalizzazione, alla crescita dimensionale, alla costituzione di reti d’impresa, alla valorizzazione delle start-up. Tutti interventi che – con una significativa partecipazione dei soggetti interessati – stanno cominciando a penetrare nel tessuto produttivo della regione.
  4. Per quanto riguarda il lungo elenco di programmi da voi richiamati, potrei rispondere in dettaglio solo su quelli partiti dopo aprile 2013, non sui precedenti, ma non credo sia il caso di annoiare i lettori con dettagli tecnici. Mi dichiaro comunque disponibile, con i miei collaboratori, a un approfondito confronto critico sulle singole iniziative. Mi sembra, però, necessario produrre solo alcuni esempi di come ci stiamo comportando per incoraggiare le imprese a investire e innovare:
  •  In presenza di una industria audiovisiva, importante per il Lazio, che non investe più in prototipi ed innovazione, nell’ambito dei “creativi digitali” abbiamo pensato di finanziare piccoli progetti, proponendo un bando “mirato”, denominato Progetto 0, dotato di 400.000 € per finanziare 10 progetti (dov’è la pioggia?). Funziona così: da un lato si selezionano giovani autori che abbiano una buona idea per una produzione di serie, dall’altro lato s’individuano le case di produzione, PMI disponibili a produrre almeno la cosiddetta puntata 0, ed infine, considerando che i giovani possono mancare di esperienza, si sceglie un insieme di registi ed esperti che li affianchino nelle procedure necessarie. I giovani stanno ora scegliendo i tutor e le case di produzione. Seguono la stessa filosofia gli avvisi pubblici app on e new book, iniziative di entità finanziaria modesta (2 milioni il primo e 0,8 milioni il secondo) con un contributo per progetto fissato a un massimo di 40.000€. In questo modo riteniamo che si faciliti l’incontro tra l’entusiasmo dei giovani talenti con le competenze e con l’esperienza delle PMI le quali, in un perdurante momento di crisi, non hanno la forza finanziaria per assumere tutti i rischi associati all’innovazione.
  •  Ugualmente, a seguito di un confronto con una commissione di esperti istituita ad hoc, con gli imprenditori e i giovani startupper, e sulla base di un po’ di letteratura che capita anche a noi leggere, abbiamo dedicato una parte dei bandi in corso e una quota importante delle risorse del Quadro Strategico 2014-2020 alla creazione di un ecosistema che agevoli, stimoli e supporti la nascita e la crescita delle startup intese come nuove imprese innovative. Mi riferisco allo sviluppo degli incubatori d’impresa, all’elaborazione dei nuovi programmi di accelerazione, ai partenariati in itinere con investitori istituzionali e business angels per garantire exit importanti; alla creazione di spazi di contaminazione tra giovani talenti e imprese già avviate, ai coworking e ai fab- lab. Stiamo per pubblicare un nuovo Avviso per le startup innovative concordato con il MISE per mettere in pratica quel coordinamento tra politiche nazionali e regionali tanto invocato quanto poco praticato, che anche esso prevede dei contributi di modesta entità (30.000€ per impresa). In questo caso l’aspetto fondamentale è che il contributo sarà condizionato dalla capacità della startup di trovare un uguale ammontare di finanziamenti a rischio di natura privata. L’obiettivo non è certo quello di individuare la prossima Google, ma piuttosto di rafforzare e sviluppare il sistema locale degli operatori e degli investitori privati che affrontano il mercato del seed capital professionalmente. Interventi di maggiore spessore unitario, programmati con le risorse 2014-2020, saranno più aperti a mercati di dimensioni nazionali o internazionali.
  • Per quanto riguarda gli interventi più generali e di maggiori dimensioni (e ce ne sono!), mi piace soprattutto ricordare che nella Regione Lazio l’accesso diretto al Fondo Centrale di Garanzia da parte delle banche era, fino a tutto il 2013, riservato solo ai garanti. In questo modo si privilegiavano alcuni operatori di mercato e due partecipate regionali (nel frattempo chiuse), ma soprattutto si riduceva l’accesso alle garanzie dello Stato da parte delle imprese. Per effetto della “liberalizzazione” da noi prodotta impegnando 30 milioni, i nuovi finanziamenti garantiti dal Fondo Centrale di Garanzia per le imprese del Lazio sono ammontati a 438 milioni solo dal 1 gennaio al 31 luglio 2014 – erano 376 milioni in tutto il 2013.

Una considerazione finale. Nel vostro intervento ironizzate su una mia dichiarazione troppo entusiasta chiedendovi “come è possibile sorprendersi per il successo di un bando che regala soldi pubblici?”. Nella preparazione e nella gestione dei bandi che abbiamo presentato negli ultimi mesi, ci sono stati molta fatica, molto impegno e molta competenza delle strutture. Ma c’è stato soprattutto molto ascolto dei soggetti potenzialmente interessati, perché siamo convinti di dover dare il massimo di attenzione alle condizioni strutturali di difficoltà che vivono oggi le aziende, per sostenerle ad affrontare i necessari cambiamenti. Abbiamo privilegiato gli interventi sussidiari al mercato e riservato il “fondo perduto” alle iniziative più rischiose o ai soggetti più deboli, in linea con le raccomandazioni europee (“from grants to loans”), evitando logiche puramente assistenziali. So bene che ricevere le richieste dalle imprese è una cosa, e che erogare effettivamente le risorse pubbliche è tutt’altro. Se solo in un’ora dall’attivazione del bando arriva una richiesta pari al doppio delle disponibilità vuol dire che si è almeno centrata un’esigenza e si sono previste modalità di accesso semplici: abbastanza per dichiararmi soddisfatto del lavoro svolto, ma perfettamente consapevole che il percorso non è affatto compiuto. E’ sull’intero processo e sulla sua efficacia in termini di risultati che dobbiamo riflettere per migliorare la capacità di dare risposte alle reali esigenze di cambiamento del sistema produttivo. Noi stiamo provando, probabilmente con limiti ed errori, ad avviare con risorse limitate una politica industriale che superi l’idea dell’utilizzo dei fondi come generici ammortizzatori sociali, e quindi con bandi a maglie larghe, per inserirli, invece, in un contesto di interventi utili a una riorganizzazione del sistema Lazio, sollecitando tutte le risorse presenti e cercando di incentivare i settori trainanti che possano intercettare anche le aree internazionali più dinamiche. Altri, nel passato, hanno utilizzato i fondi disponibili con logiche diverse, a volte con risultati di cui le cronache ci hanno anche raccontato. Con le opportune distinzioni, senza personalismi e facili polemiche giornalistiche, ci dichiariamo pronti a discutere e confrontarci con senso di responsabilità sul nostro operato.
Guido Fabiani – assessore allo Sviluppo economico Regione Lazio

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