L’8 marzo è il giorno dell’anno in cui si registra la persistenza del divario di genere in Italia. Ma stavolta qualcosa si muove.
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Uno dei decreti attuativi del Jobs act contiene varie misure per la tutela della maternità e per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro. Ma il vero banco di prova per capire quanto il governo intenda investire sul lavoro delle donne saranno i decreti sugli incentivi fiscali.
I dati sull’uso del tempo mostrano che i padri più istruiti dedicano più tempo ai figli anche in paesi come l’Italia. Politiche specifiche possono agevolare un cambiamento culturale che resta lento. E la distanza tra padri italiani e scandinavi è ancora grande. Cosa dicono le associazioni di parole.
Il sostegno per l’inclusione attiva proposto dalla commissione ministeriale voluta dal Governo Letta costerebbe 7,5 miliardi: una cifra improponibile per il nostro bilancio. E tuttavia si potrebbe partire con un programma più selettivo dai costi molto ridotti, ma benefici comunque significativi.
Le famiglie italiane dal 2007 in poi hanno perso il 13 per cento del reddito disponibile e il 10 per cento della ricchezza. Ma la disuguaglianza non è aumentata. Dobbiamo preoccuparci della povertà, non del presunto ridimensionamento della classe media.
Apprezzabile che il Governo scelga procedure di nomina fondate su manifestazioni di interesse e selezione dei curricula.
Si torna a parlare di reddito minimo, dopo l’infelice esperienza del reddito di inserimento e quella discutibile della social card. Ma quanto può costare? E come evitare la “trappola della povertà”? Come impedire gli abusi e l’accesso ai soliti furbi? L’esperienza promossa dalla provincia autonoma di Trento.