MERCOLEDì 6 MAGGIO 2026

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Poste e mercato

L’assenza di un confronto con il mercato rischia di vanificare il risanamento di Poste italiane, proprio quando la liberalizzazione diviene ineludibile e la concorrenza inizia a essere efficacemente tutelata. Dalla riorganizzazione dei servizi postali non sono derivati guadagni di efficienza, che avrebbero potuto essere trasferiti almeno al contribuente, riducendo l’onere sulla finanza pubblica. Una seria riforma del mercato e della regolazione è indispensabile e non può essere ulteriormente subordinata alle esigenze dello Stato-proprietario.

Liberalizzazione e concorrenza viste dai Poli

Il programma dell’Unione è abbastanza vago sulla riforma del commercio, peraltro mai menzionata dalla Casa delle libertà. Estrema prudenza di entrambi gli schieramenti sugli ordini professionali. Quanto al governo dei settori, l’Unione batte molto sul tema delle Autorità indipendenti, da potenziare. Ma lascia perplessi il riferimento alle clausole sociali (scusa tradizionale per svuotare le liberalizzazioni) e l’affermazione che la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Mentre la Cdl elenca obiettivi senza indicare le azioni da intraprendere.

Piccoli risparmiatori senza patrimoniale

Se la tassazione delle rendite finanziarie può equivalere a un’imposta patrimoniale, per ragionarne serenamente occorre considerare l’integralità degli effetti dellÂ’intreccio fra tributi e inflazione. Condivisibile l’intento di tenere i piccoli risparmiatori fuori dall’aumento dell’imposta. Si può introdurre un meccanismo di opzione: il contribuente sceglie tra applicazione dell’imposta sostitutiva da parte della banca e indicazione delle rendite finanziarie nella propria dichiarazione dei redditi. Complesso calcolarne gli effetti sul gettito.

Il buon investimento si vede dall’analisi

L’analisi di un investimento pubblico può dare risultati diversi a seconda del metodo utilizzato. L’approccio valore aggiunto tende a essere molto più favorevole ai progetti di spesa. Quello costi-benefici è più “severo” e permette di considerare i costi ambientali e gli aspetti distributivi. Entrambi incorrono però in un problema di trasparenza e efficacia politica: le alternative da valutare. Se si confrontano più possibilità, anche lÂ’analisi valore aggiunto può divenire meno ottimistica, mentre per quella costi-benefici si riducono i rischi di manipolazione.

Sommario 13 marzo 2006

Continuiamo l’analisi dei programmi elettorali, passando alle proposte in tema di concorrenza e liberalizzazioni. Nessuno dei due schieramenti si sbilancia troppo. L’Unione ha molti se e molti ma. La Casa delle libertà dice veramente poco. Eppure molto resterebbe da fare, ad esempio nel campo dei carburanti, ove i prezzi aumentano ma certo non solo per colpa del petrolio. Il sospetto di collusione tra le compagnie è forte… Il confronto competitivo è debole anche nel settore delle Poste, ove il risanamento finanziario è avvenuto coprendo le inefficienze con ricavi di monopolio; reggerà a fronte della prossima apertura dei mercati?
Tra Stato, mercato e grandi opere si discute di come valutarne i benefici. Conta molto il modo in cui si calcolano costi e benefici, ma anche qui mettere in competizione diversi progetti può essere utile.
Si parla di rivedere la tassazione delle rendite finanziarie, e tenere fuori i piccoli risparmiatori è possibile; è però difficile in quel caso prevedere il gettito.
Troppi numeri in libertà in questa campagna elettorale. Ci impegnamo a indicare eventuali errori ai lettori. Le  vostre segnalazioni ci saranno d’aiuto.

Vero o falso?*

In questa campagna elettorale, i politici citano spesso e volentieri i dati dell’economia a sostegno della bontà delle loro idee e dei loro programmi. Numeri allo sbaraglio, che nessuno si prende la briga di controllare. Invece un confronto con i dati reali, magari di Eurostat, non guasterebbe. Perché gli errori fioccano. Anche nel dibattito fra i due candidati per le elezioni.

Rapporto Disavanzo/Pil

Magari nel 2000 fossimo davvero arrivati a un rapporto indebitamento netto/Pil dello 0,8%! (è questo, e non 0,4%, il dato che si desume dalla nuova serie Istat pubblicata il 1° marzo). In realtà in quellÂ’anno c’è stato lÂ’incasso straordinario della vendita delle licenze Umts (13,8 miliardi di euro). Escludendo – come è corretto fare – tale voce, il rapporto nel 2000 è pari al 2%. LÂ’anno successivo, nel 2001, è salito al 3,1%. Si tratta sempre un bellÂ’incremento in un solo anno (1,1 punti), ma è molto inferiore a quello che si ricava dallÂ’esame dei dati non corretti.
La serie completa è nella tabella.
Piuttosto, per giudicare le performance della politica di bilancio, è più utile concentrarsi sul saldo primario (che esclude la spesa per interessi, che non dipende dalle scelte del governo in carica e che come si vede dalla tabella è molto diminuita nell’ultimo decennio, grazie alla diminuzione dei tassi internazionali e all’euro). Il saldo primario è anche la variabile cruciale (insieme con il tasso di interesse e il tasso di crescita del Pil) per determinare la dinamica del rapporto tra stock del debito e Pil.

Tabella- Indicatori di finanza pubblica – Nuova serie Istat

  1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005
Indebitamento netto -9,1 -7,4 -7,0 -2,7 -2,8 -1,7 -2,0 -3,1 -2,9 -3,4 -3,4 -4,1
Interessi 11,4 11,6 11,5 9,3 7,9 6,6 6,3 6,3 5,5 5,1 4,7 4,6
Avanzo primario 2,3 4,2 4,6 6,6 5,1 4,9 4,3 3,2 2,7 1,7 1,3 0,5

Il saldo primario nella seconda metà degli anni ’90 è sempre oscillato tra il 4 e il 5 per cento del Pil (con la punta eccezionale del 1997, l’anno dell’eurotassa, quando ha toccato un massimo al 6,6 per cento). Nel 2000 era ancora al 4,3 per cento. A partire dal 2001 l’avanzo ha iniziato a contrarsi, a un ritmo compreso tra mezzo punto e un punto di Pil l’anno, che ne ha prodotto il sostanziale azzeramento nel 2005. Insomma, nel 2001 è iniziato il deterioramento dell’avanzo primario, ma negli anni successivi le cose sono andate sempre peggio.
A cosa è dovuto il peggioramento dell’avanzo primario? All’andamento della spesa corrente primaria (al netto degli interessi) e della pressione fiscale. (Non sono importanti la spesa in conto capitale e le entrate non fiscali, che in tutto il periodo oscillano entrambe tra il 3,5 e il 4,5 per cento del Pil, senza mostrare alcun trend significativo). Per entrambe il 2005 è un anno record: fa segnare per il periodo 1994-2005 il livello più elevato della spesa corrente e quello più basso delle entrate fiscali.
La spesa è ritornata nell’arco di un decennio allo stesso livello del 1993 (39,9 per cento nel 2005, 39,8 per cento nel 1993). La crescita si è concentrata nel periodo 2001-2005: rispetto al 2000 la quota della spesa corrente primaria è oggi più alta di 2,6 punti di Pil.
Il deterioramento delle entrate, trascurando il picco del 1997, è concentrato in tre anni, tra il 1999 e il 2002, quando la pressione fiscale è diminuita di 1,5 punti, fino al 40,8%. Gli anni successivi, con l’eccezione del 2003 contrassegnato da entrate straordinarie, hanno visto soltanto una stabilizzazione della tendenza, fino al 40,6% registrato nel 2005.

Tabella – Spesa pubblica e pressione fiscale (Nuova serie Istat)

  1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005
Spesa corrente 38,9 36,7 37,4 37,7 37,3 37,6 37,3 37,6 38,3 39,1 39,3 39,9
Pressione fiscale 40,8 41,2 41,6 43,7 42,3 42,4 41,6 41,3 40,8 41,4 40,7 40,6

Morale della favola? Senza avanzo primario il rapporto tra debito pubblico e Pil riprende a crescere. E infatti, dopo essere sceso tra il 1994 e il 2004 di 17,7 punti (da 121,5 a 103,8) il debito nel 2005 è, per la prima volta dopo dieci anni tornato a salire, con un aumento di 2,6 punti di Pil, toccando il valore di 106,4.

Qualche verità sul cambio lira-euro

1.   Chi predica che il prezzo di 1 Euro avrebbe dovuto essere fissato a 1500 lire dimentica che ciò avrebbe comportato una rivalutazione della lira di proporzioni insostenibili. Pur assumendo che partners commerciali importanti come Germania e Francia avessero fissato lo stesso cambio ora in vigore, le nostre esportazioni verso quei mercati sarebbero crollate in modo vertiginoso. E’ quasi superfluo aggiungere che cosa questo avrebbe comportato per la già comunque asfittica dinamica del Pil italiano.

2.       Si aggiunga, che dopo la svalutazione della Lira del 1992, e l’uscita dallo SME, entrare nella moneta unica era già stato un mezzo miracolo per l’Italia. Si dimentica spesso che uno dei requisiti per l’ingresso nell’Euro era che il cambio della valuta (rispetto al paniere di riferimento europeo denominato Ecu) fosse rimasto, negli ultimi due anni precedenti l’ingresso, stabile entro le bande di fluttuazione previste dallo SME (e riviste dopo il reingresso della lira per riflettere la svalutazione del 1992). Perciò la lira arrivava alla prova di Maastricht con una parità di riferimento sancita dai mercati, ed è questa che è valsa per la fissazione della parità con l’euro. Fissare una parità largamente diversa avrebbe comportato una fortissima pressione all’ apprezzamento delle nostre ragioni di scambio verso i partners commerciali.

3.       In generale, però, sfugge quale sia il legame tra parità iniziale euro-lira e dinamica dell’inflazione in Italia nella fase post-euro. La confusione del dibattito corrente dimentica una serie di fatti sull’inflazione italiana. Vale la pena chiarirli:

(i)  Tipicamente si tende a confondere aumenti una tantum del livello dei prezzi con aumenti generalizzati dell’inflazione, cioè del loro tasso di crescita. Per chiarire, supponiamo che il livello dei prezzi sia stabile e pari a 100 prima dell’euro. In tal caso l’inflazione è zero. Se a cavallo del changeover il livello dei prezzi sale a 102 e poi rimane stabile, l’inflazione ha solo una fiammata temporanea del due per cento, e poi torna a zero, come prima. Non a caso, in Italia, l’Istat ha più volte ripetuto che l’inflazione è rimasta abbastanza stabile dopo il Gennaio 2002.

(ii) Analizzando meglio le statistiche si scopre che l’aumento dei prezzi in Italia si è osservato soprattutto in alcuni settori (i servizi) e molto poco in altri (computer e software, per esempio, in cui i prezzi sono persino diminuiti). Tra i piccoli servizi spiccano i ristoranti, per i quali certamente la percezione della gente non sbaglia. In Italia, rincari si sono avuti anche in servizi di tipo più tradizionale, come le lavanderie e i piccoli alimentari, e soprattutto nelle aree geografiche con meno concorrenza.

(iii) Tutto ciò si spiega solo per la volontà speculativa di molti commercianti? In realtà le spiegazioni esistono. Le attività sopra citate si distinguono per tre caratteristiche. Primo, hanno cosiddetti menu costs. Cambiare la denominazione dei prezzi nei menu dei ristoranti è un costo fisso. Se un ristorante pensava già da qualche mese prima del Gennaio 2002 di aumentare i prezzi, avrà probabilmente atteso la data del changeover per farlo. Secondo, lavanderie e ristoranti usano molto di più il denaro liquido rispetto ad altri esercizi. Perciò, con il passaggio all’Euro, hanno fronteggiato costi di transazione più alti rispetto a settori che usano principalmente le transazioni elettroniche. Terzo, lavanderie e ristoranti basano molto la loro attività su relazioni personali e stabili con la clientela. Perciò, variazioni troppo frequenti dei prezzi sono mal percepite e soprattutto facilmente individuate dalla clientela affezionata. Il passaggio all’Euro ha funzionato così da "scusa" per giustificare gli aumenti agli occhi dei clienti più frequenti. Ma si tratta di aumenti che probabilmente volevano essere introdotti da tempo. Per chiarirci, la stessa cosa sarebbe avvenuta se si fosse chiesto a tutte le lavanderie in Italia di riportare il nome di ogni capo in inglese invece che in italiano. In quel caso avremmo dovuto considerare l’ "Inglese" responsabile del maggior costo della vita?

I rialzi dei prezzi si sono quindi osservati principalmente in alcuni servizi poco (o per nulla) esposti alla concorrenza internazionale e legati ad un contatto diretto e quotidiano con la clientela. Prendiamo una lavanderia: se il cambio euro lira fosse stato fissato a 1500 lire, e quindi il costo in euro di importare dalla Germania fosse stato più basso, quanto di questo avrebbe inciso sulla dinamica dei costi della lavanderia stessa? Presumo molto poco.

La replica dell’ufficio stampa della Margherita

Alla c.a. Roma, 13 marzo 2006

Lavoce.info

Come cambia la geografia degli investimenti internazionali

E’ naturale lo smarrimento di fronte al cambiamento nella geografia degli investimenti. L’attivismo delle società dei paesi emergenti è notevole, con motivazioni e tipologie d’impresa coinvolte assai eterogenee. L’irrompere di nuove multinazionali è una delle tante facce della globalizzazione. E’ lecito metterne in evidenza i rischi, ma sarebbe catastrofico non apprezzarne le opportunità. Soprattutto in un paese come l’Italia, che sconta tuttora il peso di una partecipazione insoddisfacente ai flussi globali di investimenti diretti.

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