DOMENICA 23 AGOSTO 2026

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Sommario 27 giugno 2005

La scuola italiana non funziona.  Ma non è un problema di risorse: nei paesi che spendono quanto lÂ’Italia in formazione primaria e secondaria, la performance dei quindicenni è di gran lunga migliore che da noi.  E’ un problema di qualità degli insegnanti? E’ difficile, ma non impossibile, misurarla e dovrebbe essere maggiormente incentivata. Ma per farlo bisogna affermare la cultura della valutazione, vincendo fortissime resistenze alle rilevazioni. La valutazione sulla base di parametri oggettivi è ancora più importante nel caso dei concorsi universitari. Apriamo il confronto su due proposte alternative. La prima propone di mantenere i concorsi per l’ingresso nella carriera universitaria a livello decentrato, attribuendo agli atenei locali anche la responsabilità finale (e lÂ’onere economico corrispondente) della conversione a tempo indeterminato dei contratti di docenza e/o ricerca. La seconda propone di tornare ai concorsi nazionali per combattere il malcostume dei concorsi fasulli. Ma non basta probabilmente riformare i concorsi. Perchè lÂ’università italiana incentivi la ricerca bisogna smettere di premiare solo (e troppo) lÂ’anzianità di servizio, rendendo il sistema impermeabile alla concorrenza esterna, come dimostrano i dati sui pochissimi docenti  stranieri presenti in Italia. Mentre le risorse disponibili al sistema universitario italiano non sono cresciute in termini reali negli ultimi 5 anni, il governo ha scommesso sulle iniziative di eccellenza come l’Istituto italiano di tecnologia. Se ne è parlato più prima della sua nascita che adesso che sta per concludersi la fase di startup. Al commissario unico e al direttore scientifico dell’Iit abbiamo formulato alcune domande per capire lo stato di avanzamento di questo progetto. Ospitiamo le risposte di Vittorio Grilli, commissario unico dell’Iit e Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’istituto. 

Aggiornamenti:
La direttiva che non svela segreti, di Andrea Manzitti, 30-06-2005

L’Agenzia e la base imponibile delle addizionali locali

Una circolare dell’Agenzia delle entrate estende la deduzione per carichi familiari alla base imponibile delle addizionali regionali e comunali. Sul piano giuridico, è un esempio di modifica legislativa attraverso “interpretazione”. Tanto più discutibile perché si interviene su una previsione legislativa sufficientemente definita. Sul piano economico, il gettito delle Regioni e dei Comuni subisce un’ulteriore e più sostanziosa riduzione. E si ripropone la questione di un risparmio d’imposta molto variabile in base al reddito e con frequenti tratti di regressività.

La Cina è vicina. Nell’innovazione

Il dibattito sui dazi rischia di focalizzarsi sulla difesa di settori di specializzazione produttiva che ci condannano sempre più ai margini della competizione internazionale. Dovremmo invece cercare di cogliere le grandi opportunità che la Cina offre. Da dieci anni il Governo cinese cerca di attrarre investimenti esteri in settori a media e alta tecnologia, attraverso incentivi di varia natura alle imprese dei paesi avanzati. Potrebbero avvantaggiarsene quelle aziende italiane che hanno ancora una posizione di riconosciuta leadership tecnologica e manageriale.

Lo Stato nell’era di Internet

Il concetto di e-government comincia a permeare anche il settore pubblico italiano, tradizionalmente refrattario all’innovazione. Ma non basta che ministeri ed enti locali si dotino di un sito web. Trasporre le tecnologie informatiche su una macchina organizzativa obsoleta e farraginosa, strutturata ancora secondo principi ottocenteschi sortirà solo effetti limitati. Invece l’introduzione dell’Information Technology costituisce l’occasione storica per ripensare dalle fondamenta l’impianto organizzativo della pubblica amministrazione.

Perché il software non ha bisogno del brevetto

Il software è un’opera dell’ingegno, tutelata dal diritto d’autore. Non serve permetterne la brevettazione, come si chiede ora anche in Europa sull’esempio americano. Intanto, il brevetto è uno strumento sempre meno utile a incentivare l’innovazione. Nel caso del sofware non accelera il processo di diffusione delle conoscenze né ci sono da ripagare ingenti investimenti iniziali. Infatti, vi si affidano soprattutto le imprese più grandi e meno innovative, spesso con l’intento di bloccare le invenzioni altrui, più che di proteggere le proprie.

Oltre Linux

Si può trasferire l’esperienza dellÂ’open source in campo informatico ad altri aspetti del progresso tecnologico? A dispetto del problema del free-riding, la ricerca sullo sviluppo di un input comune a più processi produttivi può risultare addirittura maggiore in un contesto di General Public Licence rispetto a un regime di monopolio protetto da brevetto. Accade quando si ha un effetto di accrescimento del profitto totale dell’industria dovuto a un miglioramento tecnologico dell’input comune. Ciò suggerisce una nuova politica della brevettabilità.

Sommario 20 giugno 2005

Per contrastare il declino bisogna vincere la sfida dellÂ’innovazione. Anche perché la “minaccia” cinese non è solo fatta di contraffazione di capi di abbigliamento venduti a basso costo, ma soprattutto di delocalizzazione dei laboratori di ricerca delle multinazionali europee. Per questo serve che l’Europa faccia una buona legge sul software open source, salvaguardando i diritti di proprietà intellettuale e riducendo al minimo gli effetti anti-competitivi dei brevetti in questo campo. Infine non si vince la sfida dellÂ’innovazione se i risultati dellÂ’attività innovativa e le nuove tecnologie sono usate solo dagli scienziati e nei laboratori di ricerca e sviluppo. Le nuove tecnologie hanno successo se servono a cambiare in meglio gli aspetti quotidiani della nostra vita. E Internet consente proprio di ripensare il rapporto tra Stato e cittadino.

Continua la crescita dellÂ’occupazione senza crescita del prodotto. Bene! Come possiamo spiegarla?

Aggiornamenti:
L’Agenzia e la base imponibile delle addizionali locali, di Fernando Di Nicola, 24-06-2005

Buone notizie in momenti difficili

L’inchiesta sulle forze lavoro relativa al primo semestre 2005 segnala un aumento di 84mila posti di lavoro rispetto al quarto trimestre del 2004, pari allo 0,4 per cento. Come si spiega questo andamento se si considera la riduzione del Pil degli ultimi due trimestri? L’aumento occupazionale è legato al processo di riforme del mercato del lavoro. Ma anche alla rilevazione di lavoratori sommersi. Nel complesso, la crescita dell’occupazione rimane un fatto totalmente settentrionale, con il Centro e il Mezzogiorno addirittura in leggero calo.

La battaglia sul bilancio

L’80 per cento del bilancio europeo è destinato all’agricoltura e alle regioni più povere. E’ una struttura di spesa costosa e di dubbia efficacia. Ora, dopo lÂ’allargamento, sarà la causa di pericolosi conflitti per accaparrarsi le risorse. Servirebbe invece un ripensamento radicale su Pac e fondi strutturali. L’Unione dovrebbe allocare i fondi sulla base di una valutazione economica e sociale dei progetti. Potrebbe così diventare una potenza impegnata nella lotta alla povertà nel mondo. E ridare ai suoi cittadini il giusto entusiasmo per l’ideale europeo.

Non date la colpa agli immigrati dell’Est

Un alto tasso di disoccupazione (in Francia) e il timore di “welfare shopping” (in Olanda) hanno probabilmente contribuito alla vittoria del “no” nei referendum sulla Costituzione europea. Ma chiudere le frontiere o l’accesso allÂ’assistenza sociale per i lavoratori dei nuovi Stati membri avrebbe solo effetti negativi. Si bloccherebbe infatti quel tipo di immigrazione che è più facile assimilare: legale e allÂ’interno della Ue di persone mediamente o altamente qualificate. Le nostre stime indicano che frontiere aperte ai lavoratori dei Nuovi Stati Membri offrirebbero in dote all’Europa a 25 una crescita del Pil di mezzo punto percentuale. L’Europa non può rinunciarvi.

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