VENERDì 8 MAGGIO 2026

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La Chiesa e il lavoro

La dottrina sociale della Chiesa non interessa solo i credenti, ma offre una visione d’insieme dei problemi che rinvia a una dimensione fondativa di carattere teologico e antropologico-etico. I suoi cardini possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni. Il “diritto del lavoro” non è riducibile al diritto della concorrenza e nemmeno al “diritto sociale”: è il diritto che tutela la dignità delle persone che lavorano, e solo in quanto tale promuove la giustizia sociale e l’eguaglianza nel mondo del lavoro.

Responsabilità sociale d’impresa, ma non per legge

La dottrina della responsabilità sociale d’impresa ha pro e contro. Sicuramente non vanno ostacolate le iniziative che il mercato produce spontaneamente. Ma i fautori di un intervento legislativo che ne favorisca l’adozione devono porsi due domande: è vero che le attività imprenditoriali coerenti con la Rsi e generate spontaneamente dalle aziende sono socialmente insufficienti? Ed è vero che i benefici sociali legati allÂ’aumento di queste attività superano i costi? Qualche dubbio anche sull’efficacia di norme nazionali in un’economia globalizzata.

Affidamento congiunto: solo un segnale?

La proposta di legge sull’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione ha una chiara portata “culturale” in un paese come l’Italia, dove le responsabilità dei coniugi sono distribuite in misura ineguale e in forme spesso inefficienti, i padri affidatari sono pochi, mentre sono tanti quelli che non corrispondono l’assegno o lo fanno saltuariamente. Ma l’affidamento congiunto non può essere semplicemente imposto per legge. Meglio sarebbe stato adottare normative più pragmatiche ed eque al tempo stesso, come la legislazione sull’affidamento olandese o quella tedesca.

Sommario 7 marzo 2005

E’ giusto contrapporre gli interessi di tutte le parti coinvolte nell’attività aziendale (lavoratori, fornitori e comunità locale) a quelle degli azionisti? Apriamo il dibattito sulla responsabilità sociale d’impresa (Rsi). Al di là del giudizio che ognuno di noi ne può dare, è giusto imporla per legge? Molti i dubbi in merito. Anche perchè, non essendo la Rsi misurabile, questa normativa potrebbe mascherare intenti ben diversi e rendere meno trasparenti le prassi aziendali.

Un’occasione persa. La riforma del risparmio approvata dalla Camera è senza gambe. Non istituisce un adeguato apparato sanzionatorio a presidio della trasparenza dei mercati. E rinuncia a riorganizzare le autorità di vigilanza. Rischia di restare sulla carta.

L’Italia è un paese arretrato nel panorama europeo in quanto a divisione tra i coniugi degli oneri domestici e della cura dei figli.  La legge sull’affidamento congiunto dei figli in caso di separazione offre un segnale importante. Ma sarebbe stato meglio adottare una normativa al tempo stesso più pragmatica e più equa, come quelle olandese o tedesca. E mentre cade l’8 marzo ricordiamoci dell’alta mortalità femminile. La biologia ci dice che dovrebbero essere almeno 100 milioni in più sul nostro pianeta.

Francesco Daveri e Fausto Panunzi commentano il contributo di Magnoli. Costanza Torricello commenta l’articolo di Luigi Buzzacchi e Michele Siri sull’anatocismo; la controreplica degli autori.

Aggiornamenti:
Lo tsunami e gli aiuti allo sviluppo, di Carlo Sdralevich, 11-03-2005
La Scala di seta, di Giuseppe Pennisi, 11-03-2005.

Anni vissuti sul filo del rasoio

Dalla revisione sui dati di finanza pubblica del triennio 2001-2003 e dall’andamento nel 2004 apprendiamo di aver vissuto gli ultimi anni sul filo del rasoio del limite del 3 per cento. Per il 2005, le maggiori incertezze riguardano lÂ’effettiva realizzabilità di alcune misure decise nella Finanziaria. E non mancano le una tantum, comprese quelle che producono costi per il futuro. Ancora una volta si conferma che il sistema di controllo della spesa pubblica è poco efficace e trasparente, incapace di raccogliere le informazioni in modo completo e tempestivo.

Un cattivo affare

La privatizzazione della Rai sembra destinata a ripetere gli errori delle altre grandi privatizzazioni italiane: cedere al pubblico le azioni di un articolato gruppo industriale prima di averne promosso una ristrutturazione che garantisca condizioni di concorrenza, creando nei fatti un (quasi) monopolista privato. Invece, una soluzione che separi i contenuti del servizio pubblico dai contenuti commerciali sarebbe un buon affare per il ministero dell’Economia e per l’investitore privato. Nonché utile nella prospettiva di un mercato televisivo più competitivo.

Televisioni a confronto

Nel dibattito sulla privatizzazione della Rai i tradizionali confronti di produttività ed efficienza rischiano di essere fuorvianti. Nel complesso, la Rai è più efficiente della maggior parte delle televisioni pubbliche europee, anche se non quanto la differenza del fatturato per addetto possa far apparire. Un risultato ottenuto grazie a un’interpretazione molto elastica del concetto di servizio pubblico sul piano della programmazione e su quello della trasparenza organizzativa e informativa, e che dipende anche da differenze strutturali di perimetro.

L’ambigua privatizzazione della Rai

Il sistema scelto per la privatizzazione della Rai presenta alcuni risvolti paradossali e finirà per creare inevitabilmente effetti distorsivi nel mercato. A danno dei cittadini che pagheranno un canone pubblico a vantaggio di azionisti privati. O a danno degli azionisti privati che avranno investito capitali in un’azienda che sussidia un servizio pubblico. Sul mercato dovrebbe casomai andare una società svincolata dal servizio pubblico, con i medesimi obblighi di affollamento del concorrente e per la quale non esistono più legami così stringenti con la politica.

Sommario 2 marzo 2005

I piani di privatizzazione della Rai prevedono la cessione del 20-25% della capogruppo. Agli investitori vengono così offerte quote di una azienda gravata da obblighi di servizio pubblico, con un finanziamento misto di canone e pubblicità che non corrisponde nè ai costi del servizio pubblico nè a quelli della televisione commerciale. Meglio invece concentrare il servizio pubblico in una rete finanziata dal canone e cedere quote delle reti commerciali rimanenti. Realizzando un’offerta più attraente per gli investitori, più remunerativa per il Tesoro e capace di promuovere una maggiore concorrenza nel mercato televisivo.

Escono i dati 2004 sui conti pubblici, ma non quelli sull’andamento dell’economia. Apprendiamo al contempo di avere i) vissuto tre anni sull’orlo del precipizio, ii) conti pubblici sempre meno trasparenti e iii) un istituto di statistica che non riesce a fornire un bene pubblico essenziale, quale una tempestiva informazione sull’andamento dell’economia. Preoccupante.    

Il Sen. Luigi Grillo commenta l’intervento di Tito Boeri e Roberto Perotti sui costi della mancata concorrenza nel sistema bancario; la controreplica degli autori e il commento di Federico Ghezzi sulla relazione fra Banca d’Italia e Antitrust.

Settore bancario, la miglior difesa è l’attacco

Il mercato europeo del corporate e investment banking non è impenetrabile. Il successo di attori regionali europei fa ritenere che vi sia ancora spazio per operatori italiani che sappiano cogliere la sfida. I costi legati alla fusione di grandi gruppi, per esempio l’emergere di posizioni dominanti in alcune regioni, sarebbero di gran lunga compensati dai benefici che ne conseguirebbero per l’intera economia. Una specializzazione nelle attività all’ingrosso potrebbe anche favorire il processo di crescita dimensionale delle medie imprese italiane.

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