L’Italia deve battersi per un Patto più flessibile, ma con un ruolo rafforzato della Commissione. Le nuove regole varate dai ministri finanziari dell’Unione restano troppo indulgenti verso alcuni paesi e non premiano abbastanza chi vara riforme strutturali. Ma affidare il giudizio sul loro rispetto all’Ecofin è svantaggioso per il nostro paese. Perché ogni riforma sarà giudicata perfetta, ogni investimento essenziale. E senza la garanzia che i deficit eccessivi saranno osservati da vicino da un’istituzione indipendente, le agenzie di rating alzeranno lo spread sui titoli italiani.
E’ un luogo comune che le risorse per il rilancio della competitività siano limitate. Perché la competitività si crea attraverso il mercato, con un insieme combinato di riforme strutturali a costo quasi zero. Vale anche per l’Italia, che deve passare a un modello di sviluppo basato sullÂ’innovazione. Punto di partenza è promuovere la concorrenza in tutti i settori e costruire un contesto economico che agevoli cambiamento. Invece di insistere sul sostegno generalizzato alla domanda, sarebbe più utile impiegare le risorse per far fronte ai costi sociali di breve periodo.
Il Consiglio europeo vara la riforma del Patto di stabilità . Il vero problema è chi eserciterà la nuova discrezionalità del Patto. Francia e Germania premono per dare questo potere all’Ecofin, cioè ai governi. Questo non è nell’interesse dell’Italia che dovrebbe chiedere di rafforzare il ruolo della Commissione europea. Si discute anche di competitività e crescita: ma è davvero possibile rivitalizzare il progetto di Lisbona? Infine il bilancio dell’Unione: con 25 paesi, le vecchie regole non funzionano più. La trattativa sul nuovo bilancio pluriennale apre un lungo braccio di ferro che rischia di affossare le istituzioni comunitarie.
Il Ministro dell’economia accoglie con nonchalance l’annuncio della probabile bocciatura dell’Irap (la terza imposta del nostro sistema tributario) da parte della Corte di Giustizia europea. E’ vero che l’Irap rappresenta una zavorra per la crescita? E quali le alternative possibili? La bocciature, da parte di Eurostat, dei nostri conti pubblici ha due conseguenze spiacevoli: la possibile violazione dei parametri di Maastricht e, ben più grave, la perdita di credibilità dei nostri conti pubblici.
Il mercato del lavoro italiano cresce, soprattutto grazie agli immigrati, ma sembra aver perso per strada il Mezzogiorno, che nel 2004 ha distrutto più di 70 mila posti di lavoro. Occorre più contrattazione decentrata.
Mentre i Governi europei sembrano essersi pronunciati a favore della candidatura di Wolfowitz a Presidente della Banca Mondiale, ospitiamo un appello di economisti europei che chiedono di cambiare le procedure di selezione, sempre meno adatte al loro compito.
Il bilancio dell’Unione europea non riflette più le priorità e i compiti da affrontare. Gli aiuti all’agricoltura impegnano ancora il 40 per cento delle risorse, mentre appaiono drammaticamente insufficienti le spese per la ricerca, la difesa e la sicurezza interna ed esterna. Rescindere i legami diretti tra i bilanci nazionali e il bilancio dell’Unione, rendere il costo dell’Unione immediatamente visibile ai cittadini e rivedere le procedure decisionali implica una revisione del Trattato costituzionale. Ma dal Parlamento europeo potrebbe arrivare subito un segnale di cambiamento.
Non sarà facile trovare un’alternativa all’Irap, la terza imposta del nostro ordinamento dopo Irpef e Iva. Un ritorno ai contributi sanitari sarebbe in contrasto con la filosofia della legge delega che indica come prioritaria l’esclusione del costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap. Intervenire sull’Ires penalizzerebbe gli investimenti. Aumentare le addizionali regionali o l’Irpef è in contraddizione con i tagli fiscali promessi dal Governo. Le imposte indirette sono già cresciute con la Finanziaria 2005. Anche i suoi detrattori finiranno per rimpiangerla
La possibile bocciatura europea dell’Irap perché doppione dell’Iva pone interrogativi sulla certezza del diritto e la razionalità economica della giurisprudenza comunitaria. Senza considerare le differenze sostanziali con l’Iva, il problema sembra essere un’imposta la cui base è calcolata come differenza “ricavi-costi”. Mentre sarebbe formalmente compatibile con le norme comunitarie, un’imposta che pervenisse allo stesso risultato come somma dei redditi che compongono il “valore aggiunto”.
Una discreta performance aggregata della crescita dei posti di lavoro, ma con una differenziazione regionale Se al Centro gli occupati salgono del 2,5 per cento, nel Mezzogiorno si riducono dello 0,4 per cento. Un divario impressionante e insostenibile, la cui soluzione deve necessariamente passare attraverso un decentramento della contrattazione. Il tasso di occupazione ha smesso di crescere, ma il fenomeno riflette un aumento della popolazione in età lavorativa, principalmente dovuto all’immigrazione. Come testimonia la distribuzione settoriale della crescita dell’occupazione.
La diminuzione dell’offerta di lavoro e della disoccupazione evidenziata dai dati sulle tendenze del mercato del lavoro è pressoché tutta dovuta al calo del tasso di attività , in particolare delle donne e in particolare nel Mezzogiorno. Continua così a indebolirsi il fattore che dal 1998 aveva maggiormente contribuito all’innalzamento del tasso di occupazione. In generale, aumenta di poco e con differenze territoriali l’occupazione maschile a tempo pieno e indeterminato. L’occupazione femminile, là dove non diminuisce, rimane più facilmente in contratti temporanei o a tempo parziale.
Eurostat non ha convalidato i dati su disavanzo e debito pubblico resi noti dallÂ’Istat. E’ una vicenda molto preoccupante per la possibilità concreta di una violazione del Patto di stabilità europeo negli ultimi due anni e per la credibilità dellÂ’Italia di fronte ai partner europei e ai mercati. Il divario tra indebitamento (di competenza) e fabbisogno (di cassa) della Pa potrebbe alla lunga far nascere il sospetto che si tratti di un tentativo italiano di addomesticare i conti. Forse varrebbe anche la pena di ripensare allo status di indipendenza dellÂ’Istat.
Paul Wolfowitz non ha esperienza in economia dello sviluppo; ma neanche James Wolfensohn l’ aveva quando fu nominato presidente della Banca Mondiale nel 1995. Tuttavia, all’ epoca non vi fu alcuna sollevazione europea comparabile a quella attuale. Gli europei non amano Wolfowitz perché è un “unilateralista”, e pensano che i “multilateralisti” come se stessi dimostrino una maggiore attenzione ai problemi degli altri popoli. Non siamo d’accordo.