La definizione di un comportamento in “buona fede” verso i creditori è cruciale per i prossimi sviluppi della vicenda argentina. Da questo dipende la ripresa del programma triennale con il Fondo monetario internazionale e la possibilità di tornare in futuro a indebitarsi sui mercati internazionali. Altre strade non sembrano percorribili perché accrescerebbero notevolmente la fragilità finanziaria del paese. Che invece deve stabilizzare l’attuale corso positivo attraverso misure di aggiustamento strutturale.
La Commissione Europea e i ministri europei reponsabili della Competitività hanno varato una controversa direttiva sulla brevettabilità di “computer-implemented inventions”. Lungi da poter essere considerato concluso, il dibattito dovrebbe ora investire l’intero sistema di tutela della proprietà intellettuale. Se si vuole incoraggiare l’attività innovativa e favorire la circolazione dei suoi risultati, le strategie copyleft sembrano le più adatte a promuovere la ricerca di base. E potrebbero innescare meccanismi per il recupero di competitività e di rilancio verso l’economia basata sulla conoscenza, perno della strategia di Lisbona.
Paesi grandi e piccoli hanno cominciato ad analizzare i loro sistemi innovativi nel loro complesso, al fine di identificarne aree di forza e di debolezza. In alcuni casi, i risultati della valutazione sono già diventati ingredienti per la preparazione dei programmi degli anni successivi. Niente di tutto questo accade in Italia. Eppure dagli errori del passato c’è molto da imparare. Per esempio, l’inefficacia di offrire alle imprese incentivi temporanei all’interno di una giungla di altre agevolazioni, spesso sostitutive le une delle altre.
Il Miur dà parere negativo alla creazione del Consiglio europeo delle ricerche (Cer). Sulla base dell’errata convinzione che gli sforzi finanziari pubblici dovrebbero essere preceduti dall’individuazione dei benefici socioeconomici della ricerca, diretti a rafforzare i legami tra università e imprese, piuttosto che a finanziare la ricerca fondamentale, nelle quale l’Europa già eccelle. Il Cer rappresenta invece un’ottima occasione per l’Italia. I ricercatori italiani potrebbero infatti ottenere un ammontare di fondi superiore a quelli, molto scarsi, investiti dal Governo.
LÂ’Europa potrebbe risolvere la diatriba tra fautori e critici della brevettabilità del software istituzionalizzando la Generalized Public License. E’ il contratto principe dell’open source e impone a chi migliora un programma open di mettere a disposizione il codice sorgente dei nuovi apporti. E’ anche facilmente applicabile ad altri contesti. Questa soluzione stimolerebbe la concorrenza tra i due sistemi: chi inventa potrebbe scegliere tra brevettare o mettere le proprie innovazioni in campo aperto.
I dati continuano a dipingere un quadro sconsolante dello stato dell’economia italiana. Nel 2004, uno degli anni migliori per l’economia mondiale, la crescita si è fermata allÂ’1,2 per cento. E non per carenza di domanda. La politica economica dovrebbe concentrarsi sugli stimoli all’offerta, in crisi di competitività sui mercati nazionali, europei e mondiali. Difficile pensare che nel 2005 si riesca a fare meglio. E’ auspicabile che con la prossima Relazione di cassa, il Governo fornisca un quadro realistico della situazione economica e di quella dei conti pubblici.
Il disegno di legge per la tutela del risparmio muta il quadro di riferimento della vigilanza sulle forme pensionistiche complementari delineato dalla riforma previdenziale. Attribuisce alla Consob funzioni di controllo attualmente esercitate dalla Covip e ripropone il tradizionale modello di vigilanza per finalità . Che non sembra adatto a perseguire l’obiettivo di tutelare la promessa di prestazioni pensionistiche. Sui fondi contrattuali, si priva l’Autorità di settore di uno dei principali strumenti per la valutazione dellÂ’adeguatezza della gestione.
Per tornare a crescere bisogna incoraggiare lÂ’innovazione e la ricerca. Ma come? Il governo francese propone di istituire una Agenzia Europea per lÂ’Innovazione. Gli altri paesi europei, invece, sembrano orientati verso un supporto indiretto – attraverso crediti di imposta – alla ricerca e sviluppo privata. Per scegliere utile valutare l’efficacia di politiche attuate in passato, cosa che l’Italia continua a non fare. Mentre “vende” in Europa anche misure mai attuate, come la tecno-Tremonti. Discutibile anche la scelta di rifiutare lÂ’appoggio alla nascita del CER, il Centro Europeo Ricerche.
Sostenere l’innovazione significa anche salvaguardare la proprietà intellettuale. La Commissione intende utilizzare i brevetti, ma lÂ’esperienza statunitense ci mette in guardia contro i rischi di una corsa alla “brevettazione” del software. Meglio semmai una direttiva che istituzionalizzi la pratica dellÂ’Open Source. Servirebbe a promuovere anche la ricerca di base.
Escono in ritardo i dati sulla crescita nel 2004. E sono dati di un paese sempre più in ritardo. Il 2005 parte piatto e molto probabilmente la crescita si collocherà sotto l’1 per cento, a dispetto del 2,1 per cento previsto dal Governo.
La riforma del risparmio rischia di ritardare ulteriormente il trasferimento del Tfr alla previdenza integrativa. Vediamo perchè.
Aggiornamenti:
La buona fede dell’Argentina, di Pier Carlo Padoan, 16-03-2005
Wolfowitz e l’ipocrisia europea, di Alberto Alesina e Roberto Perotti, 20-03-2005
Gli aiuti ai paesi in via di sviluppo sono una questione più complessa di quanto non sembri a prima vista. Anche se i loro effetti positivi possono essere attenuati dalla capacità di assorbimento dei paesi riceventi, rimangono tuttavia un elemento essenziale per lo sviluppo e la ricostruzione delle zone colpite da disastri. Indirizzare e scadenzare gli interventi in modo da rimuovere i colli di bottiglia e costruire su riforme e investimenti attuati in precedenza, può aumentare la capacità di assorbimento e rendere possibile un uso produttivo dei grandi flussi di aiuto.
La vicenda della Scala insegna che si sarebbe dovuto fare un minimo di analisi costi-benefici, prima di avviare un progetto che ha forti probabilità di diventare una pesante perdita netta. Milano è però solo la punta di un iceberg. Nel 2004 il deficit complessivo di gestione dei teatri lirici ha raggiunto i quaranta milioni di euro. Accade per la scarsa cultura musicale degli italiani, ma anche per distorsioni e disfunzioni che si potrebbero risolvere nel breve e medio periodo. E infatti non mancano alcuni tentavi di razionalizzazione. La Scala ne è rimasta distinta e distante.