Si dice che gli italiani non risparmino più. In realtà , il risparmio delle famiglie italiane rimane elevato. Perché le riforme delle pensioni degli anni Novanta hanno drasticamente ridotto il grado di copertura previdenziale, particolarmente per le nuove generazioni. E perché il timore di una caduta dei redditi ha frenato i consumi e favorito lÂ’accumulazione. D’altra parte, il risparmio non è un indicatore di benessere o di povertà . Paesi con un reddito pro capite molto più elevato del nostro hanno tassi di risparmio molto più bassi. E viceversa.
Un nostro sondaggio rivela che gli italiani non guardano con sfavore a un taglio delle imposte, ma non pensano che sia la principale priorità della politica di bilancio. Ridurre il debito pubblico e migliorare alcuni servizi sembrano obiettivi almeno altrettanto importanti. Dovendo intervenire sulle imposte, preferirebbero che la riduzione avesse un impatto immediato sui prezzi piuttosto che sui redditi. E per quanto riguarda l’Irpef, vorrebbero mantenere la progressività dell’imposta e concentrare gli sgravi sui meno abbienti.
Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi ha posticipato dal 2005 al 2006 i tagli alle imposte sui redditi (Irpef) degli italiani, nonostante le promesse fatte durante la campagna elettorale del 2001. Secondo l’International Herald Tribune (www.iht.com) i motivi dietro la decisione del governo sono semplici: le finanze pubbliche non lasciano sufficienti margini di manovra ed è comunque mancato l’accordo tra i partiti della coalizione. Il quotidiano si sofferma soprattutto sullo stato precario dei conti pubblici italiani, saliti alla ribalta della cronaca internazionale nel mese di luglio, quando l’agenzia Standard & Poor’s aveva abbassato il proprio rating sul debito del Bel Paese: era la prima volta dall’introduzione della moneta unica nel 1999 che una nazione dell’area Euro riceveva un downgrading. Per Standard & Poor’s l’abbassamento del rating era dovuto all’eccessivo ricorso di Roma a misure una tantum, efficaci solo nel breve periodo, per mettere un po’ di ordine nel bilancio statale.Il quotidiano inglese Financial Times (www.ft.com), invece, sottolinea come la decisione di Berlusconi sia in linea con le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale per il riequilibrio dei conti pubblici. La testata inglese riporta anche le dichiarazioni di Piero Fassino (“L’opposizione sostiene da un pezzo che il taglio delle tasse non è un’opzione possibile, visto lo stato disastroso del bilancio statale”) e i commenti positivi di Luca Cordero di Montezemolo sulla riduzione delle imposte societarie. Per il presidente di Confindustria, infatti, il governo ha mandato “un segnale che noi imprenditori apprezziamo molto”. Anche El Pais (www.elpais.es) si sofferma sulla posizione di Montezemolo, per il quale il problema più urgente del sistema Italia resta la scarsa competitività delle aziende. E’ un tema che, come riporta il quotidiano spagnolo, Berlusconi ha affrontato direttamente, dichiarando: “Avrei preferito fare il contrario, vale a dire ridurre le tasse sui redditi delle persone fisiche già dal 2005 e spostare al 2006 i cambiamenti nelle imposte societarie. Tuttavia, quello che poi è stato fatto sembra essere più utile a promuovere la competitività ”.La testata francese Le Figaro (www.lefigaro.fr) torna sull’importanza della posizione del Fondo monetario internazionale, che, raccomandando a Roma un maggiore rigore di bilancio, avrebbe contribuito al ritardo nell’implementazione delle riduzioni fiscali promesse in campagna elettorale. Con il rinvio all’anno successivo, come riporta il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt (www.handelsblatt.com), i tagli alle tasse dei redditi delle persone fisiche si concretizzeranno solo nel gennaio del 2006, e cioè cinque mesi prima della fine dell’attuale legislatura.Ma la riforma del sistema fiscale non si trova solo nell’agenda di Berlusconi. Anche il presidente americano Bush, come scrive il Wall Street Journal (www.online.wsj.com), ha promesso novità a riguardo. Anzi, ha messo la riforma tra i punti fondamentali del programma del suo secondo mandato. Tuttavia, continua la testata della finanza Usa, molti economisti non condividono le scelte del presidente. Secondo un’inchiesta del giornale, infatti, per un terzo degli esperti d’economia d’oltre Atlantico la vera priorità d’affrontare è un’altra: il disavanzo del bilancio pubblico. Una percentuale minore, il 25%, condivide invece la decisione della Casa Bianca di mettere la revisione del sistema tributario in cima alla lista dei punti più importanti.
La discussione sulla Finanziaria 2005 ripropone l’annosa discussione sui finanziamenti al sistema sanitario nazionale: pochi i soldi destinati al settore o troppi gli sprechi? Dai dati a disposizione sembrano vere entrambe le cose. Adottare anche per i prossimi anni un tasso di crescita del 2 per cento implica un aumento della spesa sanitaria inferiore a quello del Pil nominale. Un obiettivo irrealistico che rischia di compromettere la tenuta del sistema. D’altra parte, le Regioni mostrano capacità diverse di controllo della spesa.
Lo schema incentrato su tre aliquote di imposta sembra rimanere ben saldo nelle intenzioni del Governo anche se rinviato di un anno. Per la gran parte della popolazione, però, non ci sarà alcun beneficio. E lo sgravio fiscale si colloca nella prospettiva di un welfare residuale. A un minor prelievo sui redditi elevati corrisponderà una riduzione di prestazioni sociali. A questa visione se ne può contrapporre un’altra con un assetto dellÂ’imposta personale e dei trasferimenti monetari che abbia effetti redistributivi in modo da sostenere i redditi bassi e medi.
Nonostante lo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione, i fenomeni di concentrazione restano molto diffusi. In Italia, ma non solo. Sono il risultato delle nuove modalità di concorrenza. Che ammettono solo pochi “vincitori” per la forte lievitazione dei costi dei programmi strettamente correlata ai futuri ricavi dai proventi pubblicitari. Quanto ai singoli operatori, gli incentivi a coprire più segmenti di mercato sono ostacolati dal ruolo dei media come potente strumento di lobbying e dalla stessa identificazione politica dei gruppi di comunicazione.
In Italia il pluralismo politico in televisione è regolato dalla legge sulla par condicio. Nelle recenti campagne elettorali si sono rivelati punti critici gli spazi dei soggetti politici nei telegiornali e nella cronaca e il comportamento corretto e imparziale dei conduttori nella gestione dei programmi. Ma la normativa attuale è comunque una buona base. Non regolamentare questo campo significa infatti rischiare gravi squilibri. Soprattutto se le risorse delle emittenti sono molto concentrate e il controllo indiretto su quanto trasmesso quasi inevitabile.
Il controllo sulla creazione di gruppi multimediali su uno stesso o su più mercati evita concentrazioni non giustificate dalle dinamiche concorrenziali. Per radio e televisione lo strumento più utile è limitare il numero di licenze concesse a uno stesso operatore. Nella carta stampata esistono meno strumenti per frenare la concentrazione, spesso rilevante a livello locale. E poiché per televisioni e giornali gli interessi espressi dalla proprietà sono in parte ineliminabili, occorre pensare nelle fasi di campagna elettorale a una regolazione diretta, secondo criteri di par condicio.
Per valutare il grado di concentrazione nel mercato della stampa quotidiana, i dati di diffusione a livello nazionale non sono un indicatore corretto. La competizione avviene prevalentemente su scala locale e dunque è più utile identificare il mercato di riferimento di ciascun giornale, ovvero l’insieme delle province nelle quali viene realizzata la maggior parte delle vendite. Si scopre così che la concentrazione effettiva è superiore a quanto comunemente si crede per la forte polarizzazione geografica della diffusione, anche dei cosiddetti quotidiani nazionali.
Nonostante lo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione, la concentrazione nei media resta diffusa. Non solo da noi. Aumentano i costi, e la concorrenza ammette solo pochi “vincitori”. E i media diventano uno strumento di pressione e propaganda politicaÂ…
Se non basta il mercato a garantire il pluralismo, occorre limitare il numero di licenze in capo a uno stesso operatore. E non buttiamo via la norma sulla par condicio: la deregolamentazione in un mercato molto concentrato può generare gravi squilibri. Anche la concentrazione per la stampa quotidiana è più elevata di quanto potrebbe apparire: su scala locale abbiamo molti monopolisti. E nella carta stampata esistono perfino meno strumenti per frenare la concentrazione. Anche qui occorre pensare almeno in campagna elettorale a una regolazione diretta, secondo criteri di par condicio.
Discutiamo ancora di elezioni. E’ proprio vero che in Italia il centro non c’è più e che per vincere le elezioni occorre puntare sulle ideologie? A noi non risulta. E sulle elezioni americane, Stephen Martin risponde a Francesco Giavazzi.
Aggiornamenti sull’attualità :
La resistibile ascesa del welfare residuale di Claudio De Vincenti e Corrado Pollastri, 11-11-2004
Sistema sanitario tra sottofinanziamento e sprechi di Elena Granaglia, 11-11-2004