Ancora su inflazione reale e percepita. Cercando di calcolare tassi differenziati per verificare se l’aumento del costo della vita ha colpito alcune famiglie più di altre, modificando così la distribuzione del reddito. Il tasso di inflazione incide in misura leggermente superiore sulle famiglie più ricche, ma le differenze sono piuttosto contenute. E se basata sui prezzi dei beni che pesano maggiormente nei rispettivi panieri, l’impressione di rincari generalizzati consistenti vale per le classi di reddito più alte come per le più basse.
Vi ricordate il progetto di legge sulla tutela del risparmio? Non se ne parla piu’. Nel frattempo la bozza su cui si sta cercando un accordo fra maggioranza e opposizione crea un nuovo organismo con molti poteri, ma senza alcuna responsabilità verso i risparmiatori e amplia eccessivamente il controllo politico sulla vigilanza. Per tutelare davvero il risparmio vanno, invece, rafforzati poteri e indipendenza delle autorità di controllo.
Il Fondo Monetario Internazionale chiede alla Banca Centrale Europea di abbassare i tassi proprio mentre consiglia alla Federal Reserve di alzarli. Giusto. Ma guardando al di la’ della congiuntura vi sono molte ragioni per ritenere che i tassi dovrebbero essere piu’ alti su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Torniamo su redditi e inflazione. Documentando come l’inflazione, pur concentrata su alcune voci di spesa, non abbia profondamente alterato la distribuzione del reddito. Ma circa la meta’ delle famiglie italiane ha subito una leggera riduzione del reddito reale.
Al di là dei dati, che pure sembrano segnalare un abbassamento del tenore di vita medio, condizione oggettiva e percezione soggettiva di povertà non sempre coincidono. Vale soprattutto per i lavoratori a reddito fisso. Per loro diminuisce il potere di acquisto degli stipendi, ma anche la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita per sé o per i propri figli. Tanto più quando la stessa laurea non è garanzia di mobilità sociale.
I dati statistici confermano che nell’ultimo biennio le retribuzioni lorde nel settore privato sono cresciute meno dell’inflazione. Per quelle nette, ovvero la remunerazione che i lavoratori dipendenti possono effettivamente spendere, la stagnazione dura ancora da più tempo. E il confronto con la crescita dei redditi in termini reali negli altri paesi europei evidenzia un notevole divario. Il modello di relazioni industriali definito nel 1993 non può non risentirne.
La sensazione di un paese non solo fermo, ma che va indietro, trova ragione nell’accresciuta variabilità nel tempo dei redditi familiari di una popolazione più vecchia, dunque più avversa al rischio. Diminuisce il benessere, non il reddito medio degli italiani, aumenta il disagio, non la povertà . Questo il messaggio principale che emerge dall’ultima indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane.
Si chiamano matrici di transizione. Guardandole si capiscono molte cose su quanto è successo alle famiglie italiane negli ultimi tre anni.
L’economia ristagna, ma gli italiani pensano addirittura che il paese abbia innestato la retromarcia, si sia impoverito. Forse perche’ e’ aumentata la variabilita’ nel tempo dei redditi e della ricchezza delle famiglie. In un paese piu’ vecchio, dunque piu’ avverso al rischio, questo provoca una diminuzione del benessere. E negli ultimi due anni e’ diminuito il reddito degli operai e degli impiegati. Nuovi dati ci documentano tutto questo. Chi vuol piacere agli italiani tanto dal governo che dall’opposizione dovra’ tenerne conto.
Il ministro dell’Economia sostiene che la restituzione del drenaggio fiscale è stata eliminata con la Finanziaria 2001, l’ultima del Governo di centro sinistra. Ma questa interpretazione si scontra con il fatto che una eventuale abrogazione del decreto che disciplina il rimborso avrebbe dovuto essere esplicita, e non ricavata per estensione da quanto previsto per il 2001. Ogni anno, infatti, la Finanziaria deve indicare la copertura per il rimborso. E l’ammontare dovuto può essere quantificato soltanto una volta che sia noto l’andamento dell’inflazione.
Sempre più difficile evitare Eurostar e Intercity anche su tratte dove sarebbe sicuramente più economico, ma anche più comodo o più veloce, salire su un interregionale. Trenitalia è articolata infatti in divisioni, ciascuna con i propri obiettivi di ricavo. I treni veloci appartengono alla stessa divisione delle biglietterie, che hanno quindi tutto l’interesse a vendere solo questo tipo di biglietti. Ma nella competizione interna al gruppo, a rimetterci sono senz’altro i passeggeri. Anche perché non esiste un’autorità indipendente di controllo per i trasporti.
Torna il dibattito sul fiscal drag. Tremonti non lo restituisce, e dà la colpa al centro sinistra. Ma, ammesso e non concesso che abbia ragione, non si vede perchè non possa tornare su decisioni vecchie e non definitive…. La riduzione degli oneri sul debito pubblico è stato per noi il vero dividendo dell’euro. Fuori dall’Unione monetaria saremmo più poveri: più tasse e meno servizi. Meglio stare attenti a non dissipare quel dividendo reagendo in modo sprezzante ai richiami di Bruxelles: il dividendo non è garantito comunque.
Tempo di vacanze, tempo di viaggi. Attenzione a Trenitalia; i passeggeri si possono davvero fidare? Qualche episodio solleva un legittimo sospetto.
Discutiamo anche i provvedimenti di limitazione del traffico, che forse non sono così inutili; ma far pagare per l’accesso alle città può essere una soluzione anche più efficace.
Buona Pasqua a tutti. Ci rivediamo mercoledì 14 aprile