DOMENICA 23 AGOSTO 2026

Lavoce.info

sommario 17 febbraio 2004

Un rapporto di un gruppo internazionale di esperti  contiene nove raccomandazioni per controllare i conflitti di interesse nelle attività finanziarie, alla luce dei casi Enron e Parmalat. Comportano tutte un aumento degli obblighi di trasparenza e modifiche delle regole che governano le certificazioni, il loro uso e le sanzioni. Nessuna di queste raccomandazioni è stata raccolta nel disegno di legge sulla tutela del risparmio presentato dal Governo, ove non vi è traccia di norme mirate a regolare il conflitto di interesse di amministratori, sindaci e banche. Così non si tutela il risparmio. Inviteremo gli estensori del rapporto a Roma, durante il dibattito parlamentare. Ma forse la parte più deludente del progetto di legge sulla tutela del risparmio consiste nel tentativo di recuperare al controllo governativo la vigilanza, che dovrebbe invece rimanere di esclusiva pertinenza delle Autorità, di cui occorre definire con precisione competenze e poteri, rendendo al contempo più trasparenti le strutture di governance e i processi decisionali. Anche perché la Consob ha sovente interpretato in forma troppo notarile l’attività di vigilanza sulle società quotate e sui revisori. Perché questa possa trasformarsi in un temibile ufficio ispettivo non basta una legge, serve piuttosto un radicale cambio di mentalità nella struttura.

LÂ’attuale Presidente della borsa elettrica italiana invia una lettera al Wall Street Journal, con una serie di “distrazioni” che è opportuno correggere. Curiosa interpretazione, comunque, del proprio ruolo istituzionale. Infine poniamo una domanda ai banchieri italiani su cui ci piacerebbe avere una risposta.

Scalate in alta quota

Con “quota 96” non è possibile raggiungere risparmi neanche lontanamente vicini allo 0,7 per cento del Pil. A risultati simili si può arrivare con un intervento sui requisiti anagrafici minimi e facendo partire subito la riforma. La riduzione della spesa pensionistica potrebbe così essere ottenuta in modo più graduale, più efficace e più equo. E si potrebbero finalmente finanziare anche i sempre più necessari ammortizzatori sociali. Come dimostrano le simulazioni su una ipotetica riforma che ponga quattro “traguardi” anagrafici

L’aliquota fa la spesa

I fondamenti teorici del modello contributivo insegnano che la spesa, espressa in percentuale della massa retributiva imponibile, è unicamente determinata dall’aliquota di computo. L’aumento dell’età pensionabile è quindi del tutto ininfluente nel governo della spesa stessa. Serve, invece, a contenere il processo di impoverimento che investe, negli anni, le pensioni per effetto della indicizzazione ai soli prezzi. Né va dimenticato che ogni differenza fra l’aliquota di finanziamento e quella di computo non si limita a compromette la sostenibilità del sistema ma reintroduce anche disparità di trattamento fra lavoratori.

Sommario 12 Febbraio 2004

La riforma previdenziale annunciata dal Presidente del Consiglio, nel suo intervento a reti unificate del 29 settembre scorso perde pezzi e procede di rinvio in rinvio. Anche perché l’accordo nella maggioranza sembra legato alla realizzazione di condizioni tra di loro incompatibili: con le nuove quote di età e anzianità contributiva (chieste da AN e UDC in Senato) e intervenendo dopo il 2008 (come imposto dalla Lega), non è possibile raggiungere lo 0,7 per cento di risparmi sul PIL su cui sui è impegnato il Ministro dell’Economia, Tremonti, al G7. 
Bene che si pensi di stralciare dal provvedimento la decontribuzione per i nuovi assunti a parità di trattamenti.  Darebbe un colpo al cuore al principio contributivo, secondo cui si riceve in base a quanto si versa.  E’ il principio responsabilizzante introdotto dalle riforme degli anni ’90.  L’ostinazione con cui il vertice Confindustria richiede la decontribuzione si spiega solo con la miopia di cui ha dato prova la sua attuale leadership.

Privacy e ricerca

Una nuova norma che coniughi la sacrosanta tutela dei dati personali con le necessità dei ricercatori dovrebbe evitare di sacrificare le possibilità della ricerca con censure amministrative e incombenze prevalentemente burocratiche. Allo scienziato che persegue la verità scientifica si dovrebbero garantire gli stessi diritti riconosciuti a giudici, giornalisti e sacerdoti. Per snellire le procedure, il controllo sul rispetto della normativa potrebbe essere delegato agli enti e alle istituzioni. Diventa perciò fondamentale l’adozione di codici deontologici che prevedano sanzioni per chi trasgredisce.

La statistica nel paese di Trilussa

Cresce l’attenzione alla qualità e completezza dell’informazione statistica. E l’Istat, pur con scarso personale e mezzi, riesce a sostenere il confronto almeno con gli istituti europei. Ma per ottenere una più ampia e rapida base di produzione e diffusione di statistiche ufficiali è necessario coinvolgere maggiormente il mondo accademico e della ricerca pubblica e privata. È quindi opportuno varare un piano di sviluppo che definisca la cornice normativa e finanziaria in cui dovranno operare i diversi soggetti.

Il conflitto che non c’è

Alla richiesta di dati disaggregati per studiare i meccanismi di inserimento professionale dei neolaureati, e in particolare il ricorso a canali informali, l’Istat oppone un diniego in nome della tutela della privacy. Si nega così l’accesso a informazioni essenziali per il ricercatore anche quando la riservatezza non è in pericolo perché è particolarmente difficile risalire alle persone fisiche. Fra Istituto di statistica e università dovrebbe invece svilupparsi un rapporto più aperto e trasparente. Ne guadagnerebbero la ricerca e la qualità delle indagini statistiche.

Dove nasce l’euro-disagio

In Europa non c’è stata nessuna accelerazione dei prezzi dopo l’introduzione della moneta unica. C’è invece un’anomalia tutta italiana: l’inflazione sale, soprattutto nei settori dove scarseggia la concorrenza, mentre l’economia ristagna e il paese perde competitività. E le retribuzioni reali sono scese dal 2000 a oggi. Il problema del malessere sociale ha le sue radici nel calo della produttività, sintomo delle difficoltà economiche strutturali. Per risolverlo non serve l’ottimismo di facciata.

I danni del teurorismo

Non l’euro in quanto tale, ma l’incertezza e di conseguenza la maggiore attenzione prestata ai prezzi al dettaglio con l’introduzione della moneta unica. Sarebbe questa la spiegazione del fenomeno italiano di un’inflazione percepita così distante da quella reale, ma anche del ristagno dei consumi nell’intera Eurolandia. Perché uno studio recente suggerisce che più i consumatori sono attenti a quanto spendono, meno spendono. E i dati aggregati, gli unici finora disponibili, sono coerenti con questa lettura.

Sommario 10 febbraio 2004

E’ innegabile: l’inflazione ha registrato un’impennata dal 2000 in poi. Ma l’euro non c’entra, se non in misura del tutto marginale. Per riportare l’inflazione in linea con la media europea ed evitare un’ulteriore erosione di competitività della nostra economia ci vuole più concorrenza, un obiettivo che purtroppo non sembra più rientrare nelle priorità dell’esecutivo. Chi oggi gestisce la politica economica del paese dovrebbe quanto meno smettere di terrorizzare i consumatori attribuendo alla moneta unica colpe e sciagure fantomatiche, un atteggiamento che stride con l’ottimismo di facciata sulle condizioni della nostra economia. E che rischia di deprimere ulteriormente i consumi: il teurorismo può avere, in effetti, provocato un calo degli acquisti.
E’ diventato di moda sparare a zero sull’Istat. Meglio aiutare il nostro istituto di statistica a migliorare la qualità dei dati disponibili e la loro diffusione, contemperando le esigenze della privacy con quelle della ricerca. Continua il nostro viaggio tra le statistiche che non sono disponibili in Italia: parliamo di dati sull’inserimento professionale dei laureati. Fondamentali per valutare come funziona il nostro sistema educativo.

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