Con l’espandersi del coronavirus a molti lavoratori è stato chiesto di lavorare da casa. Una ricerca condotta prima dell’emergenza sanitaria mostra i vantaggi dello smart working. E suggerisce che sarebbe positivo per tutti mantenerlo anche in futuro.
Essere governati da una coalizione di centro-destra o da una di centro-sinistra non è la stessa cosa per quanto riguarda la spesa sociale e le politiche del lavoro. Le politiche cambiano, anche se di poco e lentamente: gli effetti si vedono dopo decenni.
Con i numeri stimati dal governo e un confronto con la Cina, facciamo qualche previsione su cifre e durata del coronavirus in Italia. Ricordando che i dati ufficiali non vedono i contagiati asintomatici. E che abbiamo davanti almeno due mesi di quarantena. In Sud Corea hanno fatto il test per il Covid-19 a 3.700 individui per milione di abitanti, in Italia 800, negli Usa 23. Da qui si vede l’inadeguatezza della risposta Usa alla pandemia. In un sistema che lascia senza copertura assicurativa quasi 30 milioni di persone povere, il poco che si muove adesso arriva con grave ritardo. La storia si ripete: anche nell’era della globalizzazione digitale, come già 1500 anni fa i virus circolano lungo le rotte del commercio. E la quarantena rimane un argine efficace. Come si può verificare con alcuni calcoli che mettono in relazione la diffusione del contagio e la sua diminuzione quando si adottano misure adeguate. Da non abbandonare troppo in fretta se no si ricomincia da capo.
C’è il rischio che l’assenza di liquidità delle imprese causata dalla crisi da virus si trasformi in casi di insolvenza e si trasmetta alle banche. E che queste ultime perdano la fiducia del pubblico. Perciò è necessaria una credibile assicurazione europea sui depositi. In questi tempi di emergenza sanitaria tutte le imprese che possono chiedono ai dipendenti di lavorare da casa. Ma lo smart working c’era già prima, seppure in pochi segmenti del mondo del lavoro, e una ricerca fatta su esperienze di questo tipo dice che mediamente i lavoratori lo gradiscono e la produttività non cala.
Prima il populismo, ora questa crisi: tutto congiura per mettere in soffitta le ideologie. Ma uno studio su 19 paesi Ocse mostra che le differenze tra destra e sinistra ci sono, soprattutto in tema di spesa sociale e politiche del lavoro. Gli effetti però si possono vedere solo nel lungo periodo.
La recessione si è ormai estesa a un insieme ampio di settori. Eppure, se la politica italiana ed europea faranno la loro parte, contenendo il virus e aiutando la ripartenza dell’economia, alla brusca recessione potrebbe seguire una rapida ripresa.
I mercati hanno reagito in modo molto negativo alle parole di Christine Lagarde sullo spread dei titoli sovrani. Invece proprio questo sarebbe il momento di mostrare che anche nella zona euro la cooperazione tra politica monetaria e fiscale non è un tabù.
La Commissione europea annuncia un primo piano per affrontare la crisi da coronavirus: è insufficiente. La mancanza di una capacità fiscale comune e di un coordinamento efficace della politica fiscale è il tallone d’Achille della Unione monetaria.
È difficile indicare stime su quali saranno gli effetti del Covid-19 sull’economia mondiale. Si possono però ipotizzare alcuni scenari sulla base di studi effettuati dopo le ultime epidemie. Ricordando però che oggi l’interdipendenza è maggiore.
Il coronavirus ha messo la scuola italiana davanti a una prova difficilissima, con chiusure prolungate degli istituti. Anche con la didattica a distanza, il primo obiettivo deve rimanere quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati.
I provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria per far fronte all’emergenza sanitaria di questi giorni hanno scatenato rivolte in molte carceri. Ma la situazione di oggi mette a nudo problematiche antiche, che ora richiedono soluzioni urgenti.
Mentre la trasformazione del coronavirus in una pandemia e il blocco dei voli Europa-Usa deciso da Trump fanno crollare le borse, anche la recessione italiana si diffonde oltre turismo, moda e beni durevoli fino agli esercizi commerciali, arrivando nel mercato interno. Per ridare fiducia ci vorrebbe l’aiuto della politica.
Proprio quello che ieri, alla sua prima uscita importante da presidente della Bce, Christine Lagarde ha fatto mancare da Francoforte. Compito della Bce non è dare la colpa agli altri ma tenere insieme l’euro con i tanti strumenti a sua disposizione. E anche sul fronte dei governi si vedono i primi impegni (15 miliardi dal governo italiano, solo 25 dalla commissione Ue a 27) in un quadro di ancora imperfetto riconoscimento della gravità dei danni. Eppure la leadership europea ha tutti gli strumenti (e studi basati sulle esperienze precedenti) per cogliere la gravità della crisi. Che potrebbe essere peggiore del passato perché l’economia mondiale è sempre più grande e interconnessa.
Nell’emergenza la scuola trasferisce online studenti e docenti. Con buona volontà ma vari problemi: la banda larga diffusa a macchia di leopardo, la diversità – tra famiglie ricche e povere – di connessione, l’impreparazione di molti professori e quella dei nativi digitali, abili sui social media ma meno nell’imparare a distanza. Altro che un metro di distanza per non infettarsi! Nelle carceri italiane ci sono 51 mila posti ma 61 mila detenuti, con picchi di sovraffollamento proprio in Lombardia. Così le restrizioni per far fronte all’epidemia sono state la scintilla nella polveriera e hanno scatenato violentissime rivolte.
Chissà se da questo tsunami usciremo tutti meno liberi, come è accaduto altre volte. Già oggi il rapporto annuale sulle libertà nel mondo registra la recessione qualitativa di alcune democrazie, anche europee.