Maurizio Landini ha lanciato – il primo maggio – un appello all’unità sindacale, invitando Cgil, Cisl e Uil a mettere da parte le contrapposizioni del passato. Ma la sua visione tutta conflittuale dei rapporti lavoratori-impresa non è la stessa delle altre associazioni. Fare un solo sindacato non sarà facile né oggi né domani. Di sicuro, per le organizzazioni dei lavoratori è urgente rinnovarsi. Per arginare la frana di iscrizioni, soprattutto dei giovani.
I sovranisti vogliono “monetizzare” i debiti pubblici negando che ciò possa causare inflazione. Citano il Qe della Bce che ha immesso denaro senza far salire i prezzi. Dimenticando che se la liquidità rimane a riserva nei bilanci bancari non c’è vera “creazione di moneta”. Ed è quindi normale che non ci sia inflazione.
Mentre “quota 100” peggiorerà il precario equilibrio del nostro sistema previdenziale, dal confronto della spesa pubblica italiana con quella di Francia, Germania e Spagna si vede che spendiamo già più di loro per le pensioni (oltre che per pagare gli interessi sul debito). E il divario è destinato a salire. Per quanto riguarda la Spagna, appena uscita dal voto politico, forse è proprio grazie al buon andamento dell’economia se un partito storico – il Psoe – si è guadagnato una maggioranza relativa alle Cortes arginando movimenti populisti e sovranisti.
Nel territorio intorno a una università lo sviluppo sociale, economico e culturale risulta più stimolato che altrove. Soprattutto se l’ateneo è efficiente, perché promuove lo sviluppo di nuove idee. E c’è un effetto moltiplicatore della crescita nelle aree già a elevato sviluppo.
La crisi dei corpi intermedi va avanti da tempo. In particolare, i dati sugli iscritti alle organizzazioni sindacali italiane registrano un calo complessivo delle adesioni, soprattutto negli ultimi anni.
Si dice spesso che la nostra spesa pubblica è troppo elevata e che dovrebbe essere ridotta. Ma l’Italia spende davvero così tanto? In realtà, è in linea con la media degli altri grandi paesi dell’Eurozona. Destina però la quota maggiore del Pil al pagamento delle pensioni.
Perché in Spagna hanno vinto i socialisti, in controtendenza con l’avanzata della destra estrema in molti altri paesi? Forse perché il tasso di crescita dell’economia è superiore agli altri stati Ue. Ma un compito difficile aspetta il futuro governo.
La presenza di una università contribuisce allo sviluppo sociale, economico e culturale di un territorio. Tanto più se l’ateneo è efficiente, perché stimola lo sviluppo di nuove idee e opportunità. Effetti maggiori dove il livello di sviluppo è già alto.
L’accordo politico tra sindacati e ministero tocca temi importanti per la scuola: lavoro, retribuzioni e autonomia regionale. Ma lo fa in modo molto generico e senza considerare la qualità dell’insegnamento. E per i precari si prepara una nuova sanatoria.
Approvato ad aprile, il decreto flussi 2019 conferma la mancanza di una strategia di ampio respiro nelle politiche dell’Italia sull’immigrazione. Si guarda quasi solo al lavoro stagionale, senza una adeguata lettura delle esigenze di manodopera del nostro paese.
Dopo mesi di mancati rimpatri e di grida sui porti da chiudere è arrivato il decreto flussi 2019 a regolare le immigrazioni in entrata. Concentrato su lavoratori stagionali, artisti e promotori di start-up innovative, come se l’Italia – autosufficiente e piena di disoccupati autoctoni – non avesse bisogno di colf e badanti.
Si torna a parlare di scuola. L’accordo firmato da governo e sindacati di categoria tocca il lavoro (con una nuova sanatoria in arrivo per i precari), le retribuzioni, l’autonomia regionale. In termini molto generici, mentre è assente ingiustificata la qualità dell’insegnamento. C’è poco da fare: per chi governa (oggi, ma anche ieri) l’investimento in capitale umano viene sempre dopo. In più ci sarebbe anche da considerare che l’istruzione non affiancata da misure che incoraggino lo sviluppo locale non basta. Se no – come calcola uno studio recente – le aree più povere si svuotano dei più istruiti. È così che rimane inchiodato intorno al 30 per cento – il doppio della media Ue – il tasso di disoccupazione dei giovani (i 15-24enni sul mercato del lavoro). Oppressi da un futuro incerto e con la prospettiva di emigrare. A dispetto del consenso degli scienziati sul tema, i cambiamenti climatici non sono percepiti come un rischio imminente per la terra né in Italia né in tanti altri paesi. Come nel serial del momento, “l’inverno senza fine” si avvicina ma ogni paese insegue il proprio interesse geopolitico nella “lotta per il trono”.
L’Italia non si occupa dei suoi giovani. Non si tratta solo della condizione lavorativa, ma del ruolo delle nuove generazioni all’interno dei processi di innovazione e sviluppo competitivo del paese. Lo mostrano i dati e il modo di raccontare la realtà.