MARTEDì 24 FEBBRAIO 2026

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Come a Bruxelles vedono i conti dell’Italia: male

Il rapporto della Commissione europea sui conti pubblici non fa sconti. Ricorda che la flessibilità ha un limite, coincidente con la necessità di finanziare i cali delle imposte con riduzioni di spesa o almeno far ripartire le riforme. Altrimenti si rischia la procedura di infrazione per deficit eccessivo.

Dati Consip, non basta dire “economie di scala”

I dati sui risparmi ottenuti dalle gare Consip permettono di valutare l’andamento della spending review negli acquisti di beni e servizi. Tra luci e ombre, emerge un quadro in cui manca una politica organica di riassetto della spesa. E le cause di questo sono due.

Il Punto

Cartellino giallo della Commissione Ue all’Italia. A inquietare Bruxelles è il debito pubblico salito in rapporto al Pil dal 99,8 al 133 per cento in dieci anni. Stavolta o si tagliano davvero le uscite completando le riforme lasciate a metà oppure arriva una procedura d’infrazione. Secondo il ministero dell’Economia, la riduzione nel numero delle centrali di acquisto di beni e servizi ha permesso risparmi consistenti per lo stato. A una spending review degna di questo nome manca però una politica organica di riassetto della spesa. Intanto, dopo “soli” tre anni, il governo ha approvato gli ultimi decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione. Si voleva rendere più efficiente la Pa. Per ora la legge Madia sembra un’occasione persa.
Per liberalizzare il mercato dei taxi c’è da compensare chi ha comprato a prezzi salati la licenza e conta di rivenderla quando va in pensione. Si potrebbe far pagare l’indennizzo parziale agli utenti del servizio. Qualche calcolo indica che ampliare il mercato con il consenso dei tassisti è possibile.
Rispetto a quanto preventivato nel piano Fenice del 2008, Alitalia ha perso 700 milioni di potenziali ricavi. Stretta tra la concorrenza delle compagnie low-cost e dei treni ad alta velocità, ha ridotto i prezzi senza investire sul lungo raggio. E così la perdita di mercato ha fatto salire i costi unitari. Così non va.

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Riforma Madia, occasione persa per cambiare la Pa

Alla fine, la riforma Madia si rivela più una revisione della legge Brunetta che un passo verso una Pa più organizzata ed efficiente. Gli elementi di regolazione formale prevalgono sulle modalità operative. E restano tutte le contraddizioni dell’ordinamento del lavoro pubblico “privatizzato”.

Una tassa per liberalizzare i taxi con il consenso dei tassisti

Una liberalizzazione completa dei taxi annullerebbe il valore alle licenze. Ed è un’eventualità a cui i tassisti si oppongono con forza. Ma una tassa sul servizio destinata a finanziare un indennizzo per chi possiede oggi una licenza potrebbe risolvere la questione. Con vantaggi per tutti.

Alitalia, la zavorra dei costi che impedisce il decollo​

Alitalia è rimasta ancorata a un vecchio modello di business, fondato sul monopolio dei voli nazionali. E di fronte a una concorrenza agguerrita, ha abbassato i prezzi dei biglietti, senza però diventare una low-cost. Nasce da qui la sua ultima crisi. Che si può risolvere con scelte precise.

Come ridare una rotta ad Alitalia

Alitalia è un vettore fuori rotta economica. Sui viaggi intercontinentali può ancora stare sul mercato, ma con la sua struttura dei costi non può sostenere la concorrenza dei low-cost sul breve-medio raggio. La soluzione potrebbe essere proprio quella di trasformarla in una compagnia a basso costo.

I mille rivoli dell’export italiano

Nuovo record per le esportazioni italiane. Negli ultimi 25 anni è aumentato anche il numero di paesi raggiunti dal nostro export e la diversificazione è cresciuta più che in altri paesi. Nonostante il rallentamento del commercio mondiale. Imprese piccole e medie nelle dimensioni ma di ampi orizzonti.

Il Punto

La crisi infinita di Alitalia ha una semplice spiegazione: l’ex compagnia di bandiera non regge la concorrenza. Con pochi voli intercontinentali, esita a trasformarsi in una linea low cost, l’unica opzione che (forse) potrebbe garantirle un futuro. Sullo sfondo tante tensioni sindacali, l’unica costante della sua storia.
Le esportazioni italiane approdano sempre più lontano dall’Europa. Merito soprattutto delle Pmi che hanno saputo sfruttare nuove nicchie di mercato, compensando il crollo della domanda interna degli ultimi anni. Un tesoro da preservare, contro chi da noi scimmiotta Trump inneggiando al protezionismo. I successi degli esportatori non cancellano lo stagnante andamento della produttività italiana. La cui modesta crescita degli ultimi anni è stata il risultato di un processo darwiniano di eliminazione dal mercato delle imprese meno produttive.
Arriva al Senato la legge sugli home restaurant, cucine casalinghe che aprono le porte a commensali sconosciuti a condizioni contrattate su una piattaforma digitale. Una nuova manifestazione della sharing economy, simile a Blablacar e Airbnb. Che per ora vale meno dell’1 per mille del mercato della ristorazione.
Grazie alle fusioni, continua a ridursi il numero dei comuni italiani. Dal 2011 oltre 109 in meno, quasi tutti al Centro-Nord, uno solo a Sud di Toscana e Marche. Anche per incoraggiare i recalcitranti, varrebbe la pena compiere una seria valutazione dell’utilizzo degli incentivi e degli effetti sulla vita dei cittadini.

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La selezione naturale che aiuta la produttività

L’allocazione delle risorse verso le imprese più produttive può favorire la crescita della produttività aggregata. Nel caso italiano, il dibattito sulla sua rilevanza è ancora aperto. Le conclusioni cambiano se si considerano tutte le categorie di imprese. Attenzione però ai costi sociali.

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