Ecco il testo della legge di bilancio presentato al Parlamento.
La definizione agevolata delle somme iscritte a ruolo non sembra essere altro che un condono fiscale. Elimina infatti sanzioni e interessi di mora per tributi non pagati. In più crea disuguaglianze tra contribuenti e non risponde agli obiettivi del governo. Un provvedimento per fare cassa.
La Commissione europea ripropone una direttiva sulla base imponibile comune per le imprese europee. A partire dal 2019, sarà un criterio unico obbligatorio a stabilirla, mentre l’aliquota applicabile resta quella del paese di sede. Per la base imponibile consolidata comune bisogna ancora aspettare.
Nel disinteresse dei media, il decreto fiscale porta con sé una misura che dovrebbe fruttare 2,8 miliardi di gettito annuo aggiuntivo. È il nuovo sistema di trasmissione telematica dei dati Iva all’Agenzia delle entrate. Che potrà così incrociare le dichiarazioni cliente-fornitore. Ma non vale per i dettaglianti.
Il bicameralismo perfetto – dicono i sostenitori del sì al referendum – rallenta l’iter dei progetti di legge. Certo è che da noi approvare una legge richiede 247 giorni, più che in Spagna e meno che in Francia. Se a presentare la proposta è il governo bastano sei mesi mentre per le leggi di iniziativa parlamentare si va oltre i 500 giorni.
Esemplare di quanto siano malsani gli intrecci tra società partecipate e politica è la vicenda delle due aziende dei trasporti di Torino. Che vantano crediti verso il comune riconosciuti dalla politica ma non dai criteri contabili. Un sistema opaco andato in crisi dopo il cambio di assetto nel potere cittadino.
Dopo sette anni di negoziati, il Ceta – accordo di libero scambio Ue-Canada – giunge in dirittura d’arrivo. All’ultimo momento ha cercato di bloccarlo la regione francofona del Belgio. Motivo del contendere: una clausola sull’arbitrato internazionale. Tipico esempio del localismo che paralizza l’Europa ogni giorno di più.
Sultano repubblicano, Erdogan ha islamizzato la Turchia e costruisce carceri per i dissidenti. E sulla scena internazionale si muove con disinvoltura tra grandi potenze e stati vicini. Ma il boom economico alla base del suo consenso sta svanendo mentre la politica liberticida rischia di bloccare la crescita del paese.
Fausto Panunzi e Riccardo Puglisi rispondono ai commenti al loro articolo “Tagli alla politica: non è tutto oro quello che luccica”
Nel decreto fiscale non ci sono solo misure una tantum. Ce ne sono altre, come quelle sulla trasmissione dei dati fra soggetti Iva, che dovrebbero aumentare strutturalmente il rispetto degli obblighi. E rappresentano una quota importante delle maggiori risorse per finanziare la manovra.
Nella campagna referendaria si discute molto di velocità di approvazione delle leggi. Il confronto con altri paesi mostra che in media il nostro parlamento non impiega più tempo per varare una legge. Ma c’è una grande differenza tra decreti del governo e norme di iniziativa parlamentare.
A Torino si indaga sul bilancio del comune e di due aziende partecipate di trasporto pubblico. Al di là del fatto specifico, l’esigibilità del credito di una società controllata nei confronti del sindaco amico è altissima. Ma rischia di ridimensionarsi se il comune-debitore cambia guida politica.
Il Ceta ha rischiato di arenarsi sul “no” della Vallonia, che rappresenta meno dell’1 per cento della popolazione europea. Tema del contendere la clausola di risoluzione delle dispute. Che però è già presente in molti accordi internazionali. E spesso dà ragione agli stati, non alle multinazionali.
Dopo aver islamizzato la Turchia costruendo migliaia di moschee e scuole islamiche, oltreché prigioni, Erdogan ha assunto un ruolo assai attivo e ambiguo sullo scacchiere internazionale. Tuttavia la vera sfida rimane quella di dimostrare che il paese può ricominciare a crescere a tassi sostenuti.
Compensi alti o bassi per selezionare politici migliori?
Di Fausto Panunzi e Riccardo Puglisi
il 28/10/2016
in Commenti e repliche
Ringraziamo i lettori per i loro numerosi commenti al nostro articolo. Vorremmo innanzitutto ribadirne lo scopo, che era quello di capire se una riduzione dei compensi dei parlamentari possa indurre anche una riduzione della loro qualità.
La teoria, come ricordiamo, fornisce predizioni ambigue. La (non vasta) letteratura empirica a nostra conoscenza suggerisce invece una relazione tra livello dei compensi e qualità degli eletti (misurata come livello di istruzione). Ma – e questo è l’ultimo punto del nostro pezzo – tali risultati empirici si riferiscono a un diverso contesto, nella fattispecie l’elezione di sindaci in Italia e di governatori negli Stati Uniti. Difficile trarne lezioni per il caso dei parlamentari italiani, almeno con leggi elettorali che prevedono liste bloccate.
I lettori nei loro commenti suggeriscono di considerare altri fattori, come il fatto che la retribuzione dei parlamentari italiani è più elevata di quella dei loro colleghi europei o che essa dovrebbe essere più legata alla performance (come la presenze in aula e il numero di proposte legislative). Sono considerazioni indubbiamente importanti, ma che esulano dal punto di vista che volevamo considerare nel nostro intervento, cioè quello del rapporto tra compenso e selezione della classe politica.
Rispetto alle accuse di essere filo-governativi, suggeriamo sommessamente di fare una ricerca web di quello che abbiamo scritto sui vari temi di attualità negli ultimi mesi. Infine, rispetto all’imputazione di essere amici di Tito Boeri, fondatore di questo sito, ci dichiariamo – senza esitazioni – colpevoli.