L’Istat ha pubblicato i dati relativi al mercato del lavoro nel terzo trimestre 2015. Rispetto allo stesso periodo del 2014 cresce l’occupazione e diminuisce la disoccupazione. Dopo molto tempo i risultati migliori sono tra i giovani. Bene il Sud, mentre preoccupa la situazione delle donne.
I decreti attuativi del Jobs act delineano molto bene i servizi da destinare ai disoccupati. Ma tutto ciò rischia di rivelarsi solo un libro dei sogni. Perché le risorse pubbliche in termini di personale e finanziamenti restano scarse. Per realizzare gli obiettivi servirebbero 4,5 miliardi in più.
La televisione influenza il modo in cui le persone si fanno un’opinione su tematiche importanti. In Europa, lo dimostra una volta di più la questione dell’immigrazione. Più ore si passano davanti alla tv, più aumenta la percezione negativa degli immigrati. I risultati dell’analisi statistica.
Le nuove regole europee proteggono il contribuente dal costo del fallimento di una banca. Il rischio ora ricade sul risparmiatore. Tutto ciò per far sì che le banche siano più prudenti e per mettere al riparo i bilanci pubblici. Ma il meccanismo si basa su un presupposto sbagliato e andrà rivisto.
La crisi delle quattro banche dell’Italia centrale manda sul lastrico i risparmiatori a cui hanno rifilato i loro titoli ad alto rischio. Le istituzioni coinvolte (in modo più grave la Consob che dovrebbe vigilare sulla trasparenza dei mercati) fanno a gara nello scaricabarile delle responsabilità. E fa comodo addossarle all’Europa che non permette più salvataggi a spese dello stato. Bisognava pensarci (e informare) prima. Il meccanismo usato per risolvere questa crisi solleva poi vari interrogativi: sul ruolo dei finanziatori del “salvataggio” (Intesa, Unicredit e Ubi), su quello della Cassa depositi e prestiti che di fatto garantisce con 400 milioni di soldi pubblici e sulle procedure per distribuire l’ammanco tra i vari soggetti coinvolti.
Quando finisce una recessione, negli Usa la disoccupazione scende al 5 per cento, nell’Eurozona invece si stabilizza a livelli ogni volta più alti. Ma se è così, non basta che la Bce punti al 2 per cento d’inflazione, come scritto nel suo attuale statuto. Di cui appare evidente l’inadeguatezza quando si rischia la deflazione.
Ce la farà il mondo ad azzerare le emissioni di gas serra per la metà del secolo? L’Italia – come gli altri paesi – ha il suo piano, elaborato dall’Enea, in occasione di COP21. Ma, anche se gli impegni sono a lunga scadenza, il tempo stringe perché, oltre ai piani, serve mobilitare massicce risorse tecnologiche, economiche, di ricerca. Anche da parte del settore privato.
Entrata dalla porta dell’università, la meritocrazia nel reclutamento dei docenti rischia di uscire subito dalla finestra. A darle una spinta all’ingiù sono le armate baronali che vogliono riconquistare le posizioni perdute con la riforma Gelmini. Per impedirlo occorre cambiare la governance dei dipartimenti. Presto.
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La vicenda che ruota attorno al decreto “salva-banche” fa emergere le responsabilità di chi non ha informato la clientela sui rischi a cui andava incontro: non solo le banche, ma anche le autorità di vigilanza. Se non si cambia rotta, in futuro i guai saranno maggiori. Contribuenti e risparmiatori.
Tornata a crescere con la crisi del 2008, la disoccupazione in Europa resta alta in modo persistente. Tocca alla politica monetaria affrontare esplicitamente il fenomeno. Ma purtroppo la Bce ha come obiettivo statutario la sola stabilità dei prezzi. Stagnazione e difficoltà del Quantitative easing.
Sulla soluzione adottata per salvare le ormai famose quattro banche italiane pesa un dubbio. L’onere del salvataggio è stato equamente ripartito tra detentori di obbligazioni subordinate, investitori al dettaglio e banche che hanno finanziato il fondo di risoluzione? Le domande senza risposta.
Anche in Italia è possibile realizzare una decarbonizzazione profonda. A patto di investire risorse che permettano l’innovazione tecnologica in tutti i settori. E serve l’impegno convinto in ricerca, sviluppo e diffusione di tecnologie avanzate a basso contenuto di carbonio nei processi produttivi.
La riforma Gelmini ha introdotto criteri meritocratici nell’università italiana. Ma lo spirito della legge è talvolta vanificato dalle scelte dei dipartimenti, specie se le abilitazioni sono di massa. Servono criteri trasparenti e verificabili ai quali i consigli siano obbligati ad attenersi.