MERCOLEDì 25 MARZO 2026

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Se Bersani fa scuola

Non cresciamo da oltre un decennio, la disoccupazione e’ salita al 10,8 per cento, fra i giovani supera il 35 per cento. Le ammnistrazioni pubbliche intermediano la metà di quanto il paese produce, evidentemente senza riuscire ad incidere sulla crescita. Per finanziare questa spesa, spesso inefficiente, per farlo hanno portato la pressione fiscale oltre il 50 per cento. Quarant’anni fa era poco sopra il 30 per cento e il paese creceva. Nello scorso decennio abbiamo avuto governi di centro-destra, centro-sinistra. Tecnici, ma i segni di un’inversione di tendenza non si sono visti. A me pare evidente che occorre ripensare il modo radicale al funzionamento della nostra società. Per questo mi preoccupano molto alcune affermazioni di Pierluigi Bersani, il possibile futuro presidente del consiglio.

Le domande mai fatte sulle gare di project financing

Uno studio dell’Ance rivela una notevole mortalità dei progetti di partenariato pubblico-privato. Quali ne sono le ragioni? E perché tempistiche delle gare e risultati variano così tanto da Regione a Regione e tra le diverse amministrazioni?

Comuni: sopprimere i piccoli?

Meno province con territori più ampi e popolazione maggiore comportano un risparmio di circa 700 milioni. Ma se lo stesso criterio si applicasse ai comuni, si risparmierebbero quasi 3 miliardi. Perché allora un trattamento così diverso tra province e comuni?

Il Punto

Le banche centrali negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Giappone restituiscono al Tesoro il reddito sui titoli di stato del proprio paese che hanno in portafoglio. Sono somme ingenti, perché in tempo di crisi quei portafogli si sono gonfiati a dismisura. Così, fuori dall’Eurozona, una parte di debito è a costo zero. La Bce è stata finora assente da questa logica. Che cosa farà?
Che fine hanno fatto le gare per la costruzione e gestione di infrastrutture pubbliche in partenariato pubblico-privato? Uno studio rivela che solo 25 su cento arrivano alla fase finale della gestione. Molte si arenano a causa del contenzioso su clausole contrattuali e procedure di aggiudicazione. Molte altre perché l’ente coinvolto cambia decisione, spesso dopo un cambio di governo locale.
Rischia di nascere contraddittoria la Sen, Strategia energetica nazionale, il programma in dirittura d’arrivo di obiettivi e interventi di politica energetica fino 2020. Vuole ridurre i costi per consumatori e imprese, uno dei grandi ostacoli alla competitività italiana. Però vari obiettivi sono finanziati con un aumento della bolletta.
Con gli accorpamenti si sono abolite 64 province. E risparmieremo circa 700 milioni di euro. Ma se si eliminassero i comuni con meno di 5 mila abitanti, i tagli di spesa sarebbero quasi quattro volte tanto.
L’Europa si salva se è capace di darsi le istituzioni di una vera federazione, legittimate dal voto popolare. A cominciare da un presidente eletto dai cittadini. In un libro della serie nata dalla collaborazione tra lavoce.info e il Mulino, una visione della crisi europea e della strategia per superarla.

Per un pugno di interessi

In seguito all’adozione delle misure non convenzionali di politica monetaria, le banche centrali detengono oggi una quantità di titoli di Stato molto superiore al passato. Titoli che generano interessi riversati nelle casse dei ministeri del Tesoro. Un’implicita e automatica azione di quantitative easing.

Europa: la casa comune in fiamme

Se non si creano istituzioni federali, l’Europa rischia l’implosione. Lo sostiene Massimo Bordignon, intervistato da Sergio Levi, nel nuovo libro della serie de lavoce.info in collaborazione con Il Mulino: “Europa: la casa comune in fiamme”. Eccone un estratto.

La Sen e il taglio al costo dell’energia

È iniziata la consultazione pubblica sulla Strategia energetica nazionale. Tra gli obiettivi, la riduzione del costo dell’energia per consumatori e imprese, uno degli ostacoli principali alla competitività della nostra economia. Ma sarà difficile realizzarlo.

Torino-Lione:i dubbi della Corte di Francia

La Corte dei Conti francese, facendo appunto i conti, afferma in un suo non recentissimo documento ufficiale (1)che la nuova linea Torino-Lione presenta un’utilità sociale per lo meno dubbia e più probabilmente negativa. Per affermarlo si avvale di valutazioni quantitative del tutto analoghe a quelle da anni elaborate sia in Francia che in Italia da chi ha espresso perplessità sulla priorità economico-sociale del progetto. La Corte francese ignora la lacunosa analisi costi-benefici presentata dai promotori italiani e in più si sofferma sugli aspetti finanziari del progetto che – sempre secondo la Corte – presenta rendimenti attesi trascurabili. In Italia, invece, non risulta che l’analisi finanziaria del progetto sia mai stata presentata al pubblico.
Il Primo Ministro francese – rispondendo alla nota della Corte dei Conti l’8 ottobre scorso (da qui la pubblicazione solo recente dei due documenti) – non entra in alcun modo nel merito degli allarmanti “numeri” snocciolati dalla Corte ma, in un documento di singolare lunghezza, parla dei molteplici e pressanti impegni presi in passato con l’Italia e la Commissione Europea. Sorprendentemente (o forse no), ci sono molte somiglianze tra gli argomenti del Primo Ministro francese e quelli usati da gran parte dei politici e dei governanti italiani. A Parigi e a Roma chi ha il dovere di decidere non sembra voler discutere dell’utilità sociale di questo particolare investimento in relazione ad altri possibili progetti su cui impegnare i denari pubblici, ma unicamente evidenzia come la scelta sia frutto dell’altrui volontà, che ci si è reciprocamente vincolati a soddisfare. Viene in mente – che il flatus arrivi da Roma o da Parigi – l’auto-assolutorio borbottio delle vergini spose alla prima notte di nozze: “…non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio”.
Al margine, va segnalato che la nota della Corte dei Conti e la replica del Ministro hanno aperto un vivace dibattito in Francia. In Italia, invece, stampa e televisioni hanno ignorato tutto (fatta eccezione per il Fatto Quotidiano). Eppure, le notizie dalla Francia dovrebbero poter arrivare rapidamente in Italia: non devono mica inerpicarsi per le balze alpine con trogloditi treni sbuffanti.  Però è meglio essere prudenti – devono aver pensato i grandi sacerdoti dell’informazione nazionale: con la situazione dei conti pubblici che abbiamo, a qualcuno potrebbero venire in mente strane idee (conclusione del malpensante Ponti). Chissà, si saranno distratti! (conclusione del Boitani buonista).

(1)  Doc. CdC REF 64174 del 1° Agosto 2012

Non ci sono più i giovani di una volta

Pochi ventenni nel nostro paese. E quei pochi, benché più istruiti dei loro fratelli e padri, difficilmente trovano un’occupazione stabile. Le generazioni sono legate da vincoli di reciprocità etica e finanziaria. E questa consapevolezza deve essere parte essenziale del processo di rigenerazione del paese.

Il Punto

Sarà lungo e complesso il negoziato sul bilancio dell’Unione Europea. Un bilancio federale servirebbe anche per realizzare una vera unione bancaria nell’Eurozona. Dei quattro pilastri su cui deve poggiare ce n’è soltanto uno, la regolazione unitaria. Non ci sono la vigilanza, l’assicurazione dei depositi, un’autorità per la risoluzione delle crisi.
È in palese conflitto d’interessi la vigilanza sulle fondazioni del ministero dell’Economia. Lo dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la vicenda della conversione delle azioni della Cassa depositi e prestiti. Da 20 anni si aspetta invano la creazione di un’autorità indipendente per il non-profit. Questa sarebbe la soluzione più razionale.
Dopo il deludente accordo sulla produttività, bene interoggarsi su come tagliare il cuneo fiscale. L’Italia è uno dei paesi Ocse con la maggiore differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta e questo penalizza la nostra competitività internazionale. Facciamo qualche conto su come si potrebbe tagliare e con quali benefici.
Sono meno di una volta i giovani italiani ma sempre più dei “vecchi” intorno ai 50 anni. Eppure i problemi dei secondi ricevono maggiore attenzione dal mondo politico e sindacale. Sui giovani, molte parole ma pochi fatti. Perché?

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