Il Venezuela dimostra che l’abbondanza di petrolio non garantisce automaticamente crescita e stabilità. Anzi, la crisi della compagnia petrolifera statale evidenzia i limiti strutturali dei modelli di sviluppo basati sulla rendita delle risorse naturali.
Tanto petrolio, poca crescita
L’interesse per le ingenti risorse petrolifere è, per bocca dello stesso Donald Trump, una delle motivazioni addotte per l’intervento militare statunitense in Venezuela: Caracas possiede infatti le maggiori riserve provate al mondo di greggio. Ed è proprio il collasso della sua capacità produttiva nel settore avvenuto negli ultimi quindici anni che offre una chiave di lettura per quello che appare come un paradosso: l’abbondanza di risorse non si è tradotta in produzione, crescita o stabilità economica.
Al centro della contraddizione si colloca Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), la compagnia petrolifera nazionale, fulcro del settore energetico e pilastro storico del modello di sviluppo venezuelano. Rappresenta un esempio emblematico di National Oil Company (Noc) in cui il rapporto tra stock di riserve e flussi produttivi risulta fortemente squilibrato. Fattori istituzionali, tecnologici e geopolitici hanno progressivamente eroso la capacità di Pdvsa di trasformare un enorme potenziale geologico in produzione sostenibile.
Il Venezuela è membro fondatore dell’Opec, costituita nel 1960 insieme a Iran, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita, con l’obiettivo di coordinare l’offerta di petrolio e influenzarne i prezzi. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, il paese era uno dei principali fornitori degli Stati Uniti, con esportazioni comprese tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998, tuttavia, il settore petrolifero viene profondamente ristrutturato: la Pdvsa perde autonomia gestionale, gli obiettivi politici prevalgono su quelli industriali e gli investimenti nelle infrastrutture risultano insufficienti. Ne segue un progressivo declino della produzione (figura 1).
Figura 1

La situazione peggiora ulteriormente sotto la presidenza di Nicolás Maduro. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti a partire dal 2017, e inasprite nel 2019, limitano l’accesso ai mercati finanziari e riducono drasticamente le esportazioni verso gli Usa. Il Venezuela è così costretto a riorientare le proprie vendite verso altri paesi, in particolare la Cina, oltre a India e Cuba (figura 2).
Figura 2

Le vicende della Psvsa
La Pdvsa era nata con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera in un contesto internazionale favorevole ai paesi produttori. Concepite come strumento di sovranità economica, le sue attività coprivano l’intera filiera petrolifera. Per diversi decenni, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, la compagnia è stata considerata una delle più efficienti tra le Noc, grazie a competenze tecniche elevate e a una forte integrazione nei mercati internazionali.
Il peso della Pdvsa sull’economia venezuelana è stato enorme: le entrate petrolifere hanno finanziato il bilancio pubblico, le importazioni e un ampio sistema di sussidi. La sua centralità ha però rafforzato una struttura economica fortemente dipendente dal petrolio, limitando la diversificazione e aumentando la vulnerabilità agli shock esterni.
Il Venezuela dispone sì di oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, ma la maggior parte di queste risorse, concentrate nella Fascia dell’Orinoco, è costituita da petrolio extra-pesante, caratterizzato da elevata viscosità e alto contenuto di zolfo e metalli. Ciò richiede complessi processi di upgrading e ingenti investimenti in capitale e tecnologia, rendendo la loro valorizzazione economicamente e industrialmente più difficile (figura 3). Il dato quantitativo delle riserve risulta quindi fuorviante se non accompagnato da una valutazione delle condizioni tecniche e istituzionali necessarie allo sfruttamento.
Figura 3

Le riserve non possono poi prescindere dalla capacità di produzione. Alla fine degli anni Novanta, quella venezuelana superava i 3 milioni di barili al giorno. A partire dagli anni Duemila, però, si avvia un lungo declino, culminato nel collasso del decennio successivo. La politicizzazione della gestione, la perdita di autonomia tecnica, il mancato reinvestimento delle entrate, l’emigrazione di capitale umano qualificato e il deterioramento delle infrastrutture hanno drasticamente ridotto la capacità produttiva. In pochi anni la produzione è scesa a meno di un terzo dei livelli storici, con effetti devastanti sulle finanze pubbliche e sulla stabilità macroeconomica.
Il rapporto riserve/produzione – tipico indicatore cui gli esperti di energia guardano – risulta quindi elevato non per una gestione efficiente, ma per la compressione del flusso produttivo. Il paradosso venezuelano risiede proprio in questa dissociazione tra abbondanza di risorse e incapacità di trasformarle in output economico. La ricchezza naturale rimane così in larga parte “intrappolata” nel sottosuolo.
Il contesto geopolitico
Il crollo della produzione ha contribuito al collasso del bilancio pubblico, all’iperinflazione e alla riduzione delle importazioni, aggravando la crisi sociale e umanitaria. Sul piano geopolitico, il Venezuela è divenuto sempre più dipendente da partner extra-occidentali come Russia, Cina e Iran, che hanno fornito supporto finanziario e tecnologico in cambio di accesso alle risorse petrolifere. È una dipendenza che ha ulteriormente limitato l’autonomia strategica di Pdvsa e la sua competitività sui mercati globali. Ci vorranno perciò capitali, tempo ed “energie” da parte di chiunque per riportare agli antichi fasti la produzione e l’intero settore energetico dello stato sudamericano.
In conclusione, il caso venezuelano mostra come l’abbondanza di risorse naturali non garantisca automaticamente sviluppo economico e stabilità. La crisi di Pdvsa evidenzia il ruolo cruciale di governance, capitale umano, tecnologia e integrazione internazionale. In assenza di tali elementi, anche il più vasto patrimonio di risorse può trasformarsi da opportunità a vincolo strutturale. Per gli studiosi e gli addetti ai lavori il paradosso petrolifero venezuelano non è solo una questione energetica, ma un caso di studio fondamentale per comprendere i limiti strutturali dei modelli di sviluppo basati sulla rendita delle risorse naturali.
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Professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University di New York. È Direttore della ricerca scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei, dopo essere stato in passato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici. È Fellow del Centre for Research on Geography, Resources, Environment, Energy & Networks (GREEN) dell’Università Luigi Bocconi e Visiting Fellow presso il King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC). È Review Editor del capitolo 4 (“Mitigation and development pathways in the near- to mid-term”), Sixth Assessment Report (AR6), IPCC WGIII, 2021. È stato fondatore e primo presidente dell’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali, è membro del comitato scientifico del Centro per un futuro sostenibile e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. È componente del comitato di redazione de lavoce.info.
Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, ha conseguito il Ph.D in Economics presso l’University College of London. È stato Chief Economist dell’Eni, amministratore delegato di Eni Corporate University e Principal Administrator dell’International Energy Agency (Energy and Environment Division). È stato consigliere di amministrazione dell’ENEA in rappresentanza del ministero dello Sviluppo economico. Autore di molte pubblicazioni su temi legati ad energia e ambiente è stato anche Autore principale (Lead Author) per il Third Assessment Report ed il Fifth Assessment Report per conto del IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Docente all’Università Luiss e alla Luiss Business School. Membro dell’Editorial Board de lavoce.info. Socio Fondatore dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse Naturali e della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC).
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