Per non farci sorprendere dalla prossima inevitabile crisi energetica, è necessaria una pianificazione decisa e coerente che riduca progressivamente la nostra dipendenza dall’estero e dalle fonti fossili. Senza scartare a priori nessuna soluzione.
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Difficile fare previsioni sulle conseguenze della nuova crisi energetica. Perché incerta è la sua durata e incerte le ripercussioni sul sistema macroeconomico. Il problema è che l’Italia resta tuttora dipendente dall’estero per gli approvvigionamenti.
I paesi del Golfo pagano un prezzo altissimo nella guerra degli Usa contro l’Iran. Per ora hanno seguito una politica di “pazienza strategica”. Ma per gli americani una vittoria diventa ancora più importante, per non rischiare di perdere un “pezzo dell’impero”.
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha già provocato rincari di petrolio e gas. Ma gli effetti sistemici della guerra dipenderanno dalla sua durata e dal suo esito. L’unica previsione possibile riguarda un’incertezza globale che appare destinata a durare.
Il Venezuela dimostra che l’abbondanza di petrolio non garantisce automaticamente crescita e stabilità. Anzi, la crisi della compagnia petrolifera statale evidenzia i limiti strutturali dei modelli di sviluppo basati sulla rendita delle risorse naturali.
Un nuovo indice multidimensionale permette di sintetizzare la dipendenza e la vulnerabilità dei paesi europei dal petrolio. Evidenzia le tante conseguenze socioeconomiche negative che ne derivano, oltre a monitorare i ritardi nella transizione energetica.
Una forte dipendenza economica dal petrolio causa instabilità politica nei paesi produttori. La conseguenza è un rialzo dei prezzi che aumenta le difficoltà dei governi nei paesi importatori, soprattutto quando i partner commerciali sono pochi.
L’economia russa è dipendente in larga misura dalle esportazioni di materie prime e dall’importazione di tecnologie avanzate da Occidente e Cina. Le sanzioni approvate nelle ultime settimane potrebbero avere effetti pesanti nel lungo periodo.