Gli stereotipi sono una componente insidiosa di disuguaglianze di genere così persistenti nella nostra società. Se liberarsene è impossibile, prenderne coscienza e cercare di limitarne gli effetti è doveroso, anche perché aumentano tra i più giovani.
Cosa sono gli stereotipi?
Gli esseri umani sono programmati per generare automaticamente aspettative sul comportamento altrui in base a caratteristiche osservabili: gli stereotipi sono convincimenti sugli individui formati su credenze – corrette o errate – riguardanti il gruppo a cui sembrano appartenere sulla base di un’osservazione superficiale.
Possono essere inesatti in diversi modi: ad esempio perché la persona cui si applicano potrebbe non appartenere realmente al gruppo cui l’abbiamo implicitamente associata, o perché la credenza che ha attivato in noi può essere scorretta o esagerata; oppure perché la persona in questione potrebbe non possedere quei tratti che le abbiamo attribuito perché pensiamo li abbia il gruppo cui appartiene.
Proiettare aspettative stereotipate potrebbe persistere se chi prende decisioni non aggiorna correttamente le proprie convinzioni in presenza di evidenze contrarie.
Gli stereotipi cambiano tra culture diverse e nel tempo. Quelli di genere, in particolare, possono essere divisi in prescrittivi, ossia credenze su ciò che uomini e donne tipicamente fanno derivano dal contatto reciproco, oppure proscrittivi, ossia credenze su ciò che uomini e donne dovrebbero fare e includono proscrizioni positive e proscrizioni negative. Ad esempio, le donne dovrebbero essere comunitarie (calde, sensibili, cooperative) ed evitare il dominio (ad esempio, aggressive, intimidatorie, o arroganti), e gli uomini dovrebbero essere agenti (assertivi, competitivi, indipendenti) ed evitare la debolezza (deboli, insicuro, emotivi). Questi stereotipi li applichiamo anche a noi stesse: donne e uomini si descrivono in questo modo nei sondaggi sulla personalità.
Perché dobbiamo preoccuparcene?
Dobbiamo preoccuparci degli stereotipi perché la ricerca scientifica ha documentato ampiamente che hanno effetti reali su autostima, motivazione, performance, scelte educative e professionali.
Nelle nostre ricerche su insegnanti e studenti in Italia abbiamo riscontrato che sebbene chi insegna abbia atteggiamenti politici più progressisti rispetto alla media nazionale su temi quali il razzismo e l’omofobia, lo siano in realtà meno sul genere (nonostante si tratti di laureati) e abbiano forti stereotipi di genere legati alla scuola, proprio l’ambito in cui esercitano un ruolo così fondamentale! In ambito professionale, invece, le qualità stereotipate dei leader efficaci – come l’aggressività, l’ambizione e il dominio – tendono a sovrapporsi alle qualità stereotipate degli uomini più che delle donne. Di conseguenza, gli uomini sono spesso considerati leader naturali quando mostrano tratti come aggressività, assertività, abrasività o competitività e quando usano tutte le caratteristiche linguistiche associate alla mascolinità.
Le donne che mostrano queste stesse qualità e usano il linguaggio “maschile” appariranno “non femminili” – le cosiddette donne “prepotenti, spaventose, lunatiche, difficili, irrazionali”. Nello stesso modo, le qualità stereotipate di chi si occupa della cura sia in ambito famigliare che professionale sono tipicamente associate alla femminilità e gli uomini devono superare questa barriera per entrare in quei settori (l’orribile “mammo” docet).
Come si possono mitigare gli effetti degli stereotipi?
In generale, tutti i sistemi che permettono di passare da ragionamenti di gruppo a ragionamenti sulla persona che abbiamo davanti, con tutte le sue peculiarità, servono a mitigare gli effetti degli stereotipi. Un obiettivo da perseguire in un paese come il nostro, in cui stanno aumentando proprio nelle fasce più giovani della popolazione.
Dalla valutazione anonima alla riduzione di soggettività nelle valutazioni attraverso l’uso di griglie, all’usare indicatori di performance specifici e dare feedback specifici anziché generici, al mescolare valutatori di background diversi, fino alla autoregolazione motivata, ossia la conoscenza del problema e l’adozione di protocolli di efficaci. Questi tipicamente passano per la comprensione degli stereotipi e della natura inconsapevole della loro applicazione, il riconoscimento dei loro effetti reali e la creazione di una cultura del riconoscimento: essere consapevoli dei propri pregiudizi e riconoscere i loro effetti, concedendosi il beneficio del dubbio e applicando le strategie appropriate.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Marina Della Giusta è professoressa di Politica Economica all’Università di Torino, Visiting Professor all’Università di Reading e IZA Fellow. È entrata a far parte dell'Università di Reading nel 2001 dove è stata capo dipartimento dal 2013 al 2016. È parte della Commissione di Genere della Società italiana di Economia e del Women in Economics Network. Nel Regno Unito è stata parte del Women Committee della Royal Economic Society, dove è stata anche Deputy Head della Conference of Heads of Economics Departments e del Communications and Engagement Committee. Le sue ricerche riguardano l’economia comportamentale e del lavoro, con particolare attenzione al genere, allo stigma e alle norme sociali.
Lascia un commento