Tra pochi mesi si esaurirà il programma Gol. Lascia alcune eredità positive e indica gli elementi su cui agire in futuro. Con tre priorità: definizione di un modello di apprendistato per adulti, politiche abitative e inserimento delle donne straniere.
L’eredità del programma Gol
Il programma Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori, avrebbe dovuto concludersi il 31 dicembre 2025, ma è stato prorogato di sei mesi. È probabile che, a fine rendicontazione, la maggioranza dei target e obiettivi quantitativi (ad esempio, prese in carico o numero di soggetti formati) sarà formalmente raggiunta. Tuttavia, come ha osservato Lucia Valente nella sua valutazione, la forte pressione al raggiungimento dei risultati ha spesso inciso sulla qualità dei servizi erogati.
Detto questo, Gol lascia due eredità importanti: l’impostazione universale del programma, ovvero un contenitore unico e riconoscibile che integra interventi diversi; e l’introduzione di un modello di assessment, un sistema di profilazione qualitativo e quantitativo, nel quale riveste un ruolo centrale l’operatore del centro per l’impiego. Si tratta di standard consolidati da anni in molti paesi europei, che sarebbe opportuno rendere strutturali anche nelle future programmazioni.
Oltre alla lettura dei dati quantitativi offerti dai monitoraggi Inapp, grazie soprattutto al confronto diretto con chi ha concretamente attuato gli interventi (operatori dei centri per l’impiego o soggetti accreditati) è possibile restituire una fotografia approssimativa del programma, mostrando chiaramente quali sono le criticità incontrate nella fase di realizzazione e, soprattutto, fornire alcune indicazioni operative utili per affrontare le vere sfide che attendono le politiche attive dei prossimi anni.
Meno formazione lunga, più apprendistato per adulti
La formazione di lungo periodo rappresenta da sempre il fulcro delle politiche attive del lavoro, configurandosi non solo come un mezzo per ottenere un reddito, ma come un fondamentale strumento di riqualificazione, dignità e inclusione sociale, come ha ben raccontato Pietro Ichino in un contributo apparso su lavoce.info qualche anno fa.
Tuttavia, nell’attuazione del programma Gol, è su questo pilastro che si sono avuto le più forti difficoltà. Dal confronto con numerosi enti formativi su tutto il territorio nazionale emerge, infatti, come i tassi di abbandono nei percorsi siano estremamente elevati; un fenomeno che non può essere ascritto a una scarsa qualità dell’offerta didattica. Gli enti e i docenti coinvolti possiedono, al contrario, una consolidata esperienza nella gestione di profili adulti con basse competenze.
Il nodo del problema è che l’utente accede al programma Gol con l’urgenza di trovare un impiego e l’antepone all’investimento formativo. Spesso, la partecipazione nasce più da una sollecitazione dell’operatore del Cpi che da una reale convinzione personale e ciò induce il beneficiario a interrompere il percorso non appena si manifesti una qualsiasi opportunità occupazionale, anche nel caso sia precaria o irregolare. A questo si aggiunge spesso la mancanza di abitudine allo studio o di una motivazione adeguata del discente nel sostenere percorsi di lunga durata, soprattutto per quei soggetti fuori dal sistema scolastico da molti anni.
Nei paesi nordici, come la Danimarca, questa criticità è stata affrontata in modo diverso, privilegiando modelli di apprendistato per adulti. La possibilità di accedere immediatamente a un reddito, aumenta la motivazione del discente di partecipare alla formazione, riduce notevolmente l’abbandono durante il percorso e inoltre aumenta la probabilità di stabilizzazione. Una riforma in tale direzione, attraverso strumenti contrattuali specifici a metà strada tra l’apprendistato di primo livello e quello professionalizzante, rappresenterebbe un’evoluzione delle politiche attive italiane finalizzata all’acquisizione di nuove competenze.
Housing: la precondizione alle politiche attive
Un secondo nodo cruciale è l’integrazione delle politiche abitative all’interno delle politiche attive. Senza una soluzione abitativa stabile, infatti, molti percorsi di formazione o di ricollocazione risultano impraticabili. Nel Mezzogiorno, diversi beneficiari avrebbero accettato voucher o servizi per la mobilità occupazionale; tuttavia, i sussidi previsti non coprivano i costi abitativi nelle aree di destinazione, in particolare nell’area metropolitana milanese e nel Triveneto. Per molti di loro, in assenza di un sostegno familiare, il trasferimento avrebbe comportato un saldo economico negativo.
Occorre integrare l’housing dentro il percorso di presa in carico, con competenze dedicate nei centri per l’impiego o team multidisciplinari. Un riferimento utile è il modello finlandese Ohjaamo, principale strumento di attuazione della Garanzia giovani in Finlandia. Si tratta di una rete nazionale con un approccio olistico che integra lavoro, formazione e casa. Sul versante abitativo, Ohjaamo prevede: consulenza specialistica in loco: esperti di housing lavorano insieme ai consulenti del lavoro; supporto nella ricerca di alloggio: assistenza per domande di edilizia sociale o alloggi per giovani, chiarimento dei contratti di locazione; gestione dei sussidi abitativi: accompagnamento nella richiesta dei contributi erogati da Kela; mediazione e prevenzione sfratti: interventi su debiti e relazioni con i proprietari; educazione alla vita autonoma: gestione delle spese, bollette e responsabilità domestiche.
Un unico punto di accesso evita rimpalli tra uffici e consente di affrontare i temi “casa e lavoro” nello stesso momento.
Rivedere la gestione dei “facilmente” ricollocabili
Un’ulteriore riflessione riguarda i beneficiari del Percorso 1 (Reinserimento lavorativo) di Gol: il loro tasso di occupazione a un anno dalla presa in carico supera il 60 per cento, contro un modesto 25-30 per cento registrato nei Percorsi 3 e 4. Tuttavia, la letteratura di settore evidenzia come una parte rilevante dei soggetti più facilmente occupabili riesca a ricollocarsi autonomamente già entro i primi 90 giorni; sorge dunque il dubbio sull’effettiva efficacia dell’erogazione di servizi intensivi a questo specifico target.
In quest’ottica, diversi paesi (tra cui il Regno Unito), prevedono un periodo iniziale in cui non vengono erogati servizi specialistici. L’intervento pubblico scatta solo qualora la persona non trovi impiego entro circa 180 giorni, ferma restando la piena discrezionalità dell’operatore del centro per l’impiego nell’attivare i servizi. Una simile strategia permetterebbe di ottimizzare la spesa, concentrando le risorse sui profili più fragili e finanziando misure strutturali di maggior impatto, quali l’apprendistato per adulti e il supporto abitativo.
Mediazione culturale e inserimento delle donne straniere
Assume poi una rilevanza crescente la figura del mediatore linguistico e culturale, specialmente nel supporto alle donne provenienti dal Maghreb, spesso giunte in Italia tramite ricongiungimento familiare. Il loro inserimento lavorativo richiede competenze relazionali e interculturali specifiche che non possono essere improvvisate. Questa figura professionale, lungi dall’essere una novità, è ormai diventata fondamentale e sarà sempre più centrale nell’operatività dei centri per l’impiego.
In questo ambito, risulterebbe strategico sviluppare sistemi di assistenza basati sull’intelligenza artificiale a supporto degli operatori. Tali strumenti potrebbero generare percorsi personalizzati, ad esempio integrandosi con portali già attivi come “Edo” o Appli , per aiutare queste donne ad acquisire non solo le basi della lingua italiana, ma anche una conoscenza essenziale dei loro diritti. Infatti, come dimostrato dall’esperienza di molti altri paesi, la presenza di “facilitatori” permette alle utenti di prendere coscienza delle opportunità di supporto a loro disposizione, di cui spesso non hanno consapevolezza.
Da una palla di neve arriverà la valanga
Il quadro delle politiche attive delineato, non certo esaustivo, offre spunti di riflessione che auspico vengano accolti dai decisori politici. La necessità di intervenire tempestivamente è dettata dalla consapevolezza che, se trascurate, queste criticità si trasformeranno da palla di neve in una valanga.
Il problema abitativo, ad esempio, è destinato a farsi sempre più serio e articolato, così come diventeranno sempre più numerose le donne giunte per ricongiungimento familiare che necessitano di programmi specifici volti al loro inserimento nel mercato del lavoro. Senza un cambio di rotta, le risorse continueranno a essere concentrate su un cluster di utenti facilmente ricollocabili, alimentando il sospetto che i servizi finiscano per andare a esclusivo vantaggio dei soggetti erogatori più che degli utenti stessi.
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È Dottore di ricerca in Sociologia del lavoro. Si occupa di valutazione dei servizi pubblici per l’impiego e di digitalizzazione delle politiche attive del lavoro. In passato è stato consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana e consulente in materia di lavoro e formazione professionale di Regione Lombardia e Friuli Venezia Giulia.
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