I paesi del Golfo pagano un prezzo altissimo nella guerra degli Usa contro l’Iran. Per ora hanno seguito una politica di “pazienza strategica”. Ma per gli americani una vittoria diventa ancora più importante, per non rischiare di perdere un “pezzo dell’impero”.

I danni di guerra nei paesi del Golfo

I paesi del Golfo sono stati i più colpiti dalle rappresaglie iraniane in risposta all’attacco degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio. Oltre il 70 per cento dei missili e dei droni lanciati dall’Iran ha infatti raggiunto il territorio dei sei stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati particolarmente bersagliati, dovendo fronteggiare più di 1.700 droni e 350 missili nei primi venticinque giorni di conflitto. Seguono Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita e Qatar. Questi ordigni non hanno colpito solo le basi militari americane più o meno grandi presenti in tutti i paesi, ma anche le infrastrutture, i porti, numerosi edifici civili e, soprattutto, gli impianti energetici.

Tuttii importanti produttori di materie prime energetiche e dei loro derivati, i paesi del Golfo hanno visto aumentare di oltre il 50 per cento i prezzi di petrolio, gas, zolfo e fertilizzanti. Eppure, date le difficoltà incontrate nel produrre ed esportare tali prodotti, non hanno potuto beneficiare degli aumenti. Ovviamente non sono tutti sullo stesso piano. L’Arabia Saudita, che ha un territorio molto più vasto e lontano dall’Iran, un affaccio sul Mar Rosso e un mercato interno più grande, è risultata sinora meno danneggiata dalla guerra rispetto agli altri.  

Pure le altre industrie su cui avevano saputo diversificare le loro economie, fra cui in primo luogo il turismo, la logistica e i servizi finanziari, hanno subito un blocco quasi totale. Anche in questo caso gli effetti non sono simmetrici. Gli Emirati Arabi hanno economie molto più aperte e legate all’Occidente. Ad esempio, guardando al numero di occidentali espatriati, oggi temporaneamente rientrati, ci accorgiamo delle maggiori difficoltà di Dubai e Abu Dhabi.

A tutto ciò si aggiungono i legami che questi paesi hanno sempre intrattenuto con l’Iran in virtù della loro storia e geografia e che oggi hanno invece interrotto. Ad esempio, gli Emirati Arabi sono uno dei principali partner commerciali di Teheran e oltre mezzo milione di iraniani vivono e lavorano fra Dubai e Abu Dhabi. Qatar e Iran, invece, condividono, con ovvi interessi comuni, il più grande giacimento di gas naturale del mondo, noto come North Dome (lato Qatar) e South Pars (lato Iran). Inoltre, l’Iran aiutò il Qatar nel 2017, quando venne isolato da diversi paesi arabi che lo accusarono di sostenere gruppi islamisti come i Fratelli musulmani e di destabilizzare la regione. 

Tuttavia, ancora più grave è stato il danno reputazionale subito, giacché quest’area del mondo era considerata, non solo dagli investitori internazionali, un’area a basso rischio.

Questo spiega l’iniziale ritrosia dei paesi del Golfo nei confronti della decisione americana di intraprendere la guerra e l’attuale ambivalenza nei confronti dell’Iran. 

I rapporti con l’Iran

Tradizionalmente il regime degli ayatollah è visto con molta ostilità dai paesi del Golfo per motivi religiosi (gli uni a maggioranza sciita, gli altri sunniti), culturali (gli uni arabi, gli altri persiani) e strategici (gli uni legati agli Stati Uniti, gli altri alla Russia). A questo si aggiungono dispute territoriale e lotta per la leadership regionale. 

Per decenni i paesi del Golfo sono stati fedeli alleati americani, scambiando protezione e armamenti sofisticati, di cui sono grandi acquirenti, in cambio di fedeltà politica, abbondante offerta di gas e petrolio e accesso ai loro mercati.

Tuttavia, dopo anni di aperto contrasto, nel 2023 sia l’Arabia Saudita sia gli Emirati Arabi, su pressione cinese – che ha importanti interessi nella regione – avevano riallacciato i loro rapporti con l’Iran e riaperto le rispettive ambasciate. I sauditi, poi, sono entrati nel gruppo dei Brics assieme all’Iran. Il Qatar, d’altra parte, ha tradizionalmente sempre avuto relazioni di maggiore vicinanza e cooperazione con l’Iran. Il suo ruolo di “mediatore regionale” gli ha inoltre permesso di ospitare sedi diplomatiche di gruppi e fazioni difficili da riunire altrove, per esempio gruppi palestinesi o afghani.

La guerra rischia ovviamente di cambiare molte cose e rimettere in discussione equilibri consolidati. Finora questi paesi, pur dimostrandosi un fedele alleato americano, hanno deciso di non attaccare l’Iran, ma di seguire una politica di “pazienza strategica”. Certo, la vulnerabilità delle loro infrastrutture non solo petrolifere ma anche di desalinizzazione spiega questa tattica. Tuttavia, vi è anche un calcolo politico che li induce ad aspettare per capire come andrà la guerra. Se, infatti, la Repubblica Islamica dell’Iran, pur senza un cambio di regime, dovesse uscire fortemente indebolita, come accadde all’Iraq dopo la guerra del Golfo, è evidente che alcuni di questi paesi ne trarrebbero degli indubbi benefici strategici ed economici e finirebbero per schierarsi ancora più decisamente con i vincitori.

Nel caso in cui invece la guerra prendesse una brutta piega o i loro impianti energetici e idrici fossero pesantemente danneggiati, la loro rabbia nei confronti dello storico alleato potrebbe crescere rapidamente. Gli Stati Uniti, infatti, potrebbero essere accusati di averli trascinati in una guerra disastrosa, per di più senza averli saputi difendere dagli attacchi iraniani.    

Insomma, Donald Trump non può accettare una sconfitta in questa guerra, non solo per motivi elettorali (le elezioni di Midterm si avvicinano), ma anche per motivi strategici. Dopo aver riaffermato il suo dominio sulle Americhe, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco, non può rischiare di perdere un pezzo dell’“impero” così importante come il Medio Oriente. La sua “normalizzazione” è cruciale anche nella contesa con il vero grande rivale: la Cina. In altri termini, in questa guerra gli Stati Uniti si stanno giocando una partita molto più grande e perdere non è un’opzione.

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