In culture e contesti politici molto diversi tra loro, chi mostra atteggiamenti più autoritari tende anche a credere di più nelle teorie del complotto. Per le democrazie è un intreccio pericoloso perché porta all’erosione costante di principi fondamentali.
Le trame oscure e il leader salvifico
C’è uno schema che ritorna spesso nella politica. Prima si racconta che qualcuno, nell’ombra, trama contro il popolo – impedendogli di essere o tornare grande, prospero, sovrano. Poi si conclude che, proprio per questo, servono meno vincoli al potere e più decisionismo. Se il mondo è governato da complotti e c’è un nemico da abbattere, la democrazia, con i suoi tempi, i suoi contrappesi, le sue mediazioni, appare improvvisamente inefficiente. A quel punto, il leader forte al comando non sembra più una tentazione autoritaria, ma una necessità.
Il copione non è nuovo. Il nazismo alimentò il mito della “cospirazione ebraica”. Il fascismo agitò lo spettro del bolscevismo. Nell’Unione Sovietica staliniana si arrivò al cosiddetto “complotto dei medici”, una trama inventata che accusava alcuni professionisti della salute di voler assassinare i vertici del partito.
Negli Stati Uniti, la menzogna dell’“elezione rubata” del 2020 ha trasformato una sconfitta politica in prova apparente di un sabotaggio interno: se il voto è truccato, allora il problema non è più convincere gli elettori, ma “salvare” il paese da un nemico che avrebbe sottratto al popolo la democrazia. Nello stesso universo simbolico si è diffusa QAnon, la fantasia paranoica secondo cui una cabala occulta di pedofili e satanisti annidata a Hollywood, nel Partito democratico e nel cosiddetto “deep state” controllerebbe il potere americano. In Europa, la “grande sostituzione” racconta invece l’immigrazione come un piano attribuito a élite globaliste, istituzioni sovranazionali o figure-simbolo come George Soros per rimpiazzare la popolazione locale.
Cambiano i contesti storici, non la strategia: trasformare il dissenso in tradimento, l’avversario in nemico della patria, la complessità in intrigo.
La ricerca su autoritarismo e complottismo
L’uso di narrazioni complottiste è solo propaganda di leader in cerca di concentrare più potere nelle proprie mani oppure riflette qualcosa di più profondo nella psicologia delle persone e nel tessuto della società?
Una risposta arriva da una ricerca condotta da Valerio Capraro (Università di Milano-Bicocca) e Folco Panizza (IMT School for Advanced Studies, Lucca), insieme a sedici studiosi di diverse università internazionali, intitolata “Authoritarianism and conspiracism around the world”. Lo studio analizza dati provenienti da oltre 63mila individui in venti paesi, integrati con indicatori comparativi su 71 stati e con dati longitudinali raccolti negli Stati Uniti, con l’obiettivo di verificare se esista un legame sistematico tra orientamenti autoritari e predisposizione al pensiero complottista a livello globale.
Il primo livello di analisi riguarda le persone. Nei grandi dataset internazionali usati dai ricercatori, l’autoritarismo viene misurato attraverso segnali come il favore per leader forti in grado di decidere senza troppi vincoli, l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia, oppure valori educativi che privilegiano la disciplina e l’obbedienza. Il complottismo, invece, si misura con scale che rilevano quanto una persona sia incline a pensare che dietro agli eventi importanti agiscano poteri nascosti o gruppi segreti. Il risultato è sorprendentemente regolare: in culture e contesti politici anche molto diversi tra loro, chi mostra atteggiamenti più autoritari tende anche a credere di più nelle teorie del complotto.
Il secondo livello allarga lo sguardo ai singoli ai paesi. Anche qui emerge lo stesso schema. Nei paesi in cui gli orientamenti autoritari sono mediamente più diffusi, anche la credenza nei complotti è più alta. Infine, c’è la dimensione temporale. Per capire se questa relazione fosse solo una reazione ad accadimenti politici particolari, i ricercatori hanno seguito le stesse persone negli Stati Uniti tra il 2020 e il 2024. Il legame, però, non sparisce. Al contrario, resta piuttosto stabile: chi è più incline all’autoritarismo tende nel tempo anche a essere più sensibile alle narrazioni complottiste, secondo una disposizione che si ripresenta con continuità.
I rischi per la democrazia
Dal punto di vista teorico, il legame tra complottismo e autoritarismo non è difficile da comprendere. Gli esseri umani hanno una forte tendenza a cercare intenzioni dietro gli eventi, soprattutto quando accade qualcosa di negativo o difficile da spiegare. Gli studiosi parlano di un “modulo di rilevazione dell’agente”: un meccanismo cognitivo evolutivo che ci porta a chiederci chi ci vuole male. Lo stesso che un tempo ci faceva vedere spiriti nei fulmini o dèi arrabbiati nei tuoni. Il nostro cervello preferisce un colpevole invisibile al caso. Di fronte a fenomeni complessi come crisi economiche che determinano una percezione di ingiustizia, marginalizzazione o perdita di status, è spesso psicologicamente più tollerabile immaginare un piano orchestrato da qualcuno piuttosto che accettare l’idea di un mondo senza regista. E se gli eventi sono manipolati da poteri nascosti, diventa più naturale desiderare un leader forte che rimetta le cose a posto.
Tuttavia, se da un lato queste narrazioni funzionano da placebo per la crisi d’identità individuale, dall’altro minano la fiducia collettiva. Alimentano il sospetto verso le istituzioni, erodendo quel capitale sociale di cui avremmo più che mai bisogno per affrontare i problemi: quelli veri. Si crea così un circuito di retroazione: più complottismo circola nello spazio pubblico, più si indebolisce la fiducia nelle istituzioni; e più la fiducia si indebolisce, più diventa plausibile l’idea che serva un potere forte capace di “ripristinare l’ordine”.
Per le democrazie questo intreccio è particolarmente pernicioso perché viviamo sempre più in un ecosistema disinformativo in cui le teorie del complotto non restano ai margini della politica, ma diventano una lente attraverso cui una parte della società interpreta la “realtà”. Lo si vede bene anche nel negazionismo climatico, dove il consenso scientifico non viene contestato sul terreno delle prove, ma reinterpretato come il prodotto di interessi occulti: élite, organismi internazionali o presunti “globalisti” che userebbero l’emergenza climatica per imporre tasse, vincoli e limitazioni della sovranità nazionale. Con la conseguenza che scienza, competenza ed evidenza vengono percepiti come ostacoli da aggirare o nemici da delegittimare.
Quando questo accade, il problema non è soltanto la diffusione di una bufala in più. È l’erosione costante di ciò che tiene insieme una democrazia: fiducia nelle istituzioni, rispetto per i fatti, accettazione che problemi complessi non sempre hanno soluzioni semplici. In queste condizioni il passo dal sospetto al complotto, e dal complotto all’uomo forte, diventa breve.
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Matteo Motterlini è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Già Consigliere per le Scienze Comportamentali alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; è stato visiting professor alla Carnegie Mellon University e alla UCLA. Ha collaborato per molti anni con «Il Sole 24 Ore», «Corriere Economia». È autore di bestseller internazionali come Trappole mentali (Rizzoli, Milano 2008) e Economia emotiva (Rizzoli, Milano 2006), tradotti in spagnolo, giapponese, coreano e cinese. Ha recentemente pubbilcato Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (Solferino Libri, 2025)
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