Per non farci sorprendere dalla prossima inevitabile crisi energetica, è necessaria una pianificazione decisa e coerente che riduca progressivamente la nostra dipendenza dall’estero e dalle fonti fossili. Senza scartare a priori nessuna soluzione.
Ridurre la dipendenza energetica dall’estero
La nuova crisi energetica globale determinata dalla guerra in Medioriente non può e non deve essere trattata limitando lo sguardo al solo brevissimo periodo, prendendo qualche provvedimento nella speranza che il temporale passi presto. Questa crisi impone di guardare più in là e di chiedersi cosa è necessario fare per evitarne un’altra. La vulnerabilità italiana è amplificata dalla natura stessa del nostro sistema economico, caratterizzato da una forte manifattura energivora che richiede input costanti e relativamente economici. Senza un’alternativa solida, articolata e scalabile, ogni shock internazionale si traduce rapidamente in aumento dei costi produttivi, in inflazione e in perdita di competitività.
Alle misure tampone non si possono allora non accompagnare interventi più incisivi che riducano la probabilità che l’Italia si trovi in futuro in questa stessa situazione. Perché è sicuro che succederà ancora e la prossima crisi colpirà ancora duro finché non ridurremo significativamente il nostro grado di dipendenza energetica dall’estero.
Sicurezza energetica e decarbonizzazione
Quando l’orizzonte si allunga la prima considerazione è che, a differenza di quanto accade nel brevissimo periodo, l’obiettivo della sicurezza energetica e quello della decarbonizzazione si sovrappongono. L’Italia può risolvere la sua dipendenza energetica solo riducendo la dipendenza dalle fonti fossili. Non disponendo di queste in casa, ciò significa necessariamente puntare sulle fonti pulite. È necessaria una pianificazione decisa e coerente che riduca progressivamente la nostra dipendenza (soprattutto) dal gas, come ha fatto la Spagna, che ha puntato in modo massiccio su sole e vento, utilizzando il Pnrr come leva strategica.
Il nostro paese ha però una governance frammentata delle politiche energetiche, il sistema decisionale è complesso e spesso rallentato da iter autorizzativi, conflitti territoriali, opposizioni locali e incertezza normativa. L’esempio più noto è quello delle “aree idonee” a ospitare impianti fotovoltaici ed eolici senza entrare in conflitto con la tutela del paesaggio, l’agricoltura e i beni culturali. Poiché il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica delega alle regioni il compito di individuare fisicamente le zone sui propri territori, queste hanno risposto con normative molto restrittive creando un forte scontro istituzionale. Ha fatto notizia la decisione della Regione Sardegna di dichiarare inidoneo il 99 per cento del proprio territorio.
È chiaro però che è necessario accelerare sulle rinnovabili, sviluppando eolico e fotovoltaico in tempi più rapidi, semplificando gli iter autorizzativi. L’esempio è appunto quello della Spagna, che negli ultimi quattro anni ha corso a velocità doppia rispetto a noi. Al momento l’Italia si trova in una situazione di forte ritardo rispetto alla tabella di marcia del Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima), la nostra capacità rinnovabile è di 35-37 gigawatt (GW) contro un obiettivo al 2030 di 79-80: mancano dunque oltre 40 GW, che al ritmo attuale di circa 5 GW/anno riusciremo a coprire solo nel 2034, con quattro anni di ritardo sul target.
È necessario poi migliorare infrastrutture e accumuli. La crescita delle rinnovabili deve essere accompagnata da accumuli elettrici (batterie e pompaggio), modernizzazione delle reti, nuovi impianti di flessibilità (idrogeno, demand response). Si tratta ovviamente di cose che è più facile scrivere che realizzare, ma è necessario mettervi decisamente mano.
Elettricità nei trasporti e non solo
Servono interventi più decisi di efficienza energetica negli edifici e nelle industrie con apposite misure. E bisogna puntare decisi sull’elettrificazione a tutto raggio. Per i consumi termici nel settore residenziale e industriale, si può fare attraverso l’installazione di pompe di calore e nel trasporto automobilistico con i veicoli elettrici. In questo campo, benché le vendite stiano segnando un momento di marcata ripresa rispetto agli anni precedenti grazie alla spinta degli incentivi e all’arrivo di modelli più economici, l’Italia rimane ancora indietro rispetto ai principali mercati europei (come Francia e Germania), dove la quota di mercato delle auto elettriche viaggia su percentuali a doppia cifra. Per il momento, inoltre, non vi sono segni che l’elettrico stia sostituendosi, quanto piuttosto aggiungendosi, al tradizionale motore a combustione interna. È un elemento cruciale che impatta non solo sulla decarbonizzazione del trasporto, ma anche sulla sicurezza energetica. Infatti, in Italia circolano circa 40 milioni di autovetture e ogni anno se ne immatricolano tra 1,5 e 1,8 milioni di nuove. Anche se da domani vendessimo solo auto elettriche, servirebbero comunque oltre 22-25 anni per sostituire matematicamente tutto lo stock esistente. Ciò impone che l’Italia – l’Europa tutta in verità – punti decisa sui carburanti a basso contenuto di carbonio: i biocarburanti (già realtà) e gli e-Fuel (carburanti sintetici spinti dalla Germania). Il nostro paese sponsorizza i primi, che sono derivati da biomasse (scarti agricoli, oli esausti, alghe). Di questi l’Hvo (Hydrotreated Vegetable Oil) è un diesel vegetale puro che può essere usato nei motori moderni senza modifiche e utilizza l’infrastruttura esistente (pompe di benzina e oleodotti). L’Italia spinge molto su questo fronte perché possiede una delle industrie di raffinazione più avanzate al mondo. Si tratta dunque non di sostituire l’elettrico, ma di usare i biocarburanti – che hanno attualmente un costo 15-20 per cento in più del fossile per cui saranno necessarie misure di incentivazione – per la “coda” del parco circolante vecchio (Euro 4, 5 e 6) che non verrà rottamato a breve.
Allungando ancor più lo sguardo a quello che ancora non c’è, una suggestione viene dal mettere mano ai progetti di interconnessione con i paesi della sponda africana del Mediterraneo, Tunisia e Algeria, che porterebbero quote di elettricità prodotta con eolico e solare. Sono progetti che, come il tedesco Desertec del 2009 poi naufragato, comportano difficoltà tecniche e di mercato, coinvolgono rapporti internazionali e prevedono costi non trascurabili e tempi non brevi. Hanno però il pregio di rappresentare delle soluzioni low carbon e coinvolgere una regione strategica per il nostro paese.
Pensare al nucleare senza pregiudizi
Infine, il nucleare. Senza pregiudizi. Anche se non risolve i problemi del presente, ignorarlo significa rinunciare in anticipo a una leva importante per la stabilità futura. Il nostro attuale governo, sostenuto in questo dall’industria, ha fin da subito spinto per il ritorno di questa tecnologia, nella sua veste più moderna: quella che viene chiamata nucleare “di nuova generazione”, spesso facendo riferimento ai piccoli reattori modulari (small modular reactors o Smr). Si ritiene che queste versioni ridotte dei reattori di terza generazione avanzata, costruiti in fabbrica e trasportati sul sito, offrano diversi vantaggi. Per il momento, tuttavia, esistono prototipi operativi (come la centrale galleggiante Akademik Lomonosov in Russia) e diversi progetti in fase avanzata di certificazione, ma nessuno è ancora operativo (l’azienda americana NuScale ha ricevuto la certificazione completa del suo reattore ma il suo progetto di punta è stato cancellato per gli alti costi). In Italia, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, punta proprio su questi per il 2030-2035, mentre i reattori di quarta generazione, ancora allo stato sperimentale, non arriveranno prima del 2040-2050.
Il discorso del nucleare non può però prescindere dall’individuazione del sito unico nazionale per le scorie nucleari, un obbligo di legge che i nostri governi continuano a eludere. Senza risolvere questo problema, la credibilità della politica del nucleare non può dirsi stabilita. Sullo sfondo si staglia poi la fusione nucleare, tecnologia in cui il nostro paese con Eni è molto attivo.
Ci sono poi altre tecnologie, come il geotermico a ciclo chiuso: è una soluzione rinnovabile, del tutto realizzabile nel nostro paese e soprattutto è una fonte “baseload”, che a differenza di sole e vento, produce energia 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Per questo motivo gli ambientalisti che la propongono sostengono che rende inutile il nucleare nella transizione energetica.
In conclusione, la crisi di oggi offre al governo l’occasione per intervenire in maniera organica, decisa, chiara per allestire un piano che riduca progressivamente la nostra dipendenza energetica dall’estero e, come tale, la nostra dipendenza dalle fonti fossili. All’insegna della neutralità tecnologica, nessuna soluzione può essere scartata a priori, peggio se su basi ideologiche, mentre ciascuna va considerata nella sua fattibilità, economicità, tempistica. Le rinnovabili, così come il nucleare, non sono né di destra né di sinistra, non sono di conservatori né di progressisti, non sono di nessuno ma sono di tutti. Se è chiaro che molti aspetti così come molte soluzioni si intrecciano inevitabilmente e fortunatamente con le politiche dell’Unione europea, è giunto il momento perché il governo centrale formuli una Strategia nazionale per la sicurezza energetica, dettagliata su soluzioni, costi, tempi e misure di implementazione. Abbiamo un ministero con questo nome, ma non abbiamo una strategia nazionale.
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Professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University di New York. È Direttore della ricerca scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei, dopo essere stato in passato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici. È Fellow del Centre for Research on Geography, Resources, Environment, Energy & Networks (GREEN) dell’Università Luigi Bocconi e Visiting Fellow presso il King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC). È Review Editor del capitolo 4 (“Mitigation and development pathways in the near- to mid-term”), Sixth Assessment Report (AR6), IPCC WGIII, 2021. È stato fondatore e primo presidente dell’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali, è membro del comitato scientifico del Centro per un futuro sostenibile e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. È componente del comitato di redazione de lavoce.info.
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